L’imperatore si è fermato. Valentino Garavani è morto a 93 anni e, con lui, se ne va un pezzo di Italia che non aveva bisogno di presentazioni: bastava dire “Valentino” e il mondo capiva. La notizia è stata comunicata con una nota della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti: “Si è spento nella serenità della sua residenza romana, circondato dall’affetto dei suoi cari”. Una frase sobria, quasi pudica, come certe sue linee: perfette e senza bisogno di gridare.
Roma lo saluterà come merita. La camera ardente sarà allestita a piazza Mignanelli, domani e dopo domani, nel cuore della sua città d’adozione e di lavoro. I funerali si terranno venerdì nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, sempre a Roma: un commiato solenne, in un luogo che ha il respiro delle grandi occasioni e la pietra delle epoche. La moda, però, oggi è solo una parte del racconto. Perché Valentino non era soltanto un marchio: era un linguaggio, un codice, una promessa mantenuta per decenni.
Il primo a parlare, inevitabilmente, è stato Giancarlo Giammetti, compagno di vita e di lavoro, l’altra metà del mito. Su Instagram ha pubblicato una foto e una scritta, “…forever…”, come se l’unica cosa possibile fosse sospendere la realtà in un avverbio definitivo. E poi la frase che pesa più di tutte: “Posso accettare la tua assenza, ma mai la tua morte”. Non è solo dolore, è incredulità: perché certi nomi, per la percezione collettiva, sembrano immuni al tempo.
Tra i messaggi più intensi e più letterari c’è quello di Pierpaolo Piccioli, che Valentino lo ha vissuto in atelier, nel rito quotidiano della creazione e dell’attesa. Piccioli scrive che verrà a salutarlo “elegante e composto”, ma sapendo già che farà “un passo falso da qualche parte”, come se anche davanti alla morte restasse quel rapporto di soggezione affettuosa che si ha verso un maestro vero. Poi la chiave: per Valentino “la bellezza non è mai stata un lusso”, era “una difesa”, uno “scudo contro il mondo”. E in mezzo, come fotografie che si accendono a intermittenza, i ricordi: Farah Diba che lascia la Persia, Studio 54, Bianca Jagger a cavallo, Halston, Nan Kempner, perfino le “infinite discussioni su Sanremo” e quella regola non scritta, da sartoria e da carattere, “perché le scarpe di pelle non stanno mai bene con un vestito in chiffon”. Piccioli lo racconta come un uomo di disciplina e di leggerezza, di rigore e di stupore, uno che insegnava senza mettersi in cattedra.
Il cordoglio è arrivato ai livelli più alti dello Stato. Sergio Mattarella ha parlato di un’Italia che “perde uno stilista di successo, capace di guardare oltre le tendenze e le convenzioni”, ricordando al mondo che l’eleganza, quando è vera, diventa cultura nazionale e patrimonio comune. Anche Giorgia Meloni ha affidato ai social il saluto: Valentino Garavani, “maestro indiscusso di stile ed eleganza”, un simbolo dell’alta moda italiana la cui eredità “continuerà a ispirare generazioni”. Da parte del Partito Democratico è arrivata la nota di Elly Schlein, che ha sottolineato come Valentino abbia reso “grande la creatività italiana nel mondo”, definendolo “un simbolo internazionale di stile”.
Sul fronte governo e istituzioni si è fatta sentire anche Daniela Santanchè, che su X ha scelto un’immagine poetica e molto “da social”: Valentino come mito che “ha cucito la sua narrazione” e un’idea di rosso che “colorerà il cielo”. Parole che, al netto degli schieramenti, raccontano un fatto: Valentino è uno di quei nomi che fanno cadere per un attimo le bandiere, perché la sua grandezza è trasversale, quasi inevitabile.
Il mondo dello spettacolo e delle star internazionali ha risposto con una valanga di messaggi, ognuno con il proprio tono, ma tutti con la stessa sensazione: si chiude un’era. Sarah Jessica Parker ha scritto che avrebbe voluto “averne di più”, più ricordi, più tempo. Ha ringraziato il suo “talento straordinario” e la “generosità squisita”, firmando il saluto con un “Buon viaggio” e un’immagine nera con una scritta in rosso: “Rip Vava”.
Isabella Rossellini ha ricordato la delicatezza di Valentino e di Giammetti nei suoi confronti, anche nei momenti difficili: dopo “Velluto Blu”, dopo lo stop di Lancôme. “Non si dimenticavano mai di nessuno”, dice: una frase che vale più di tante celebrazioni patinate, perché parla di attenzione, memoria, educazione sentimentale. Ferzan Ozpetek invece ha scelto un ricordo concreto: un abito da sera prestato per “Cuore Sacro”, un vestito “pazzesco”, fatto di stoffe “a forma di rose” di valore inestimabile. E lo definisce “ultimo Imperatore”, con un “ti sia lieve la terra” che suona come una preghiera laica.
Le icone della moda hanno parlato come si parla di un padre nobile. Donatella Versace è stata netta: “Abbiamo perso un vero Maestro”. Giorgio Armani, attraverso una nota della maison e di Leo Dell’Orco, ha scritto di un “maestro indiscusso di grazia ed eleganza” e ha sottolineato la stima di sempre: rigore, mestiere, visione, “colori iconici” e “bellezza assoluta”. Anche la supermodella Claudia Schiffer ha condiviso un addio personale e lunghissimo, pieno di immagini: campagne a Roma, la Dolce Vita, vacanze a Maiorca, Ibiza, Saint-Tropez, e soprattutto l’abito da sposa, incorniciato in casa come ricordo continuo della sua “natura gentile, generosa, dolce e leale”. Lo chiama “leggenda” e chiude con un senso di orgoglio: “mi sento così orgogliosa di aver fatto parte della sua vita”.
Altre voci, altri pezzi di un mosaico mondiale. Gwyneth Paltrow scrive di essere stata “così fortunata” ad aver conosciuto l’uomo vero, in privato: quello che amava la bellezza, gli amici, i cani, i giardini, e che la rimproverava con affetto: “metti almeno un po’ di mascara”. Una frase minuscola che, proprio per questo, fa male: perché restituisce la presenza. Cindy Crawford parla di “cuore spezzato” e del privilegio di aver lavorato a stretto contatto con lui, ringraziando per quegli anni in cui l’alta moda era anche un rito e un mondo chiuso, governato da pochi.
Dall’Italia dello star system arrivano messaggi che oscillano tra affetto e frase d’effetto, ma spesso centrano il punto. Sophia Loren parla di “animo gentile” e di “privilegio” nell’averlo conosciuto. Alessandro Gassmann scrive che “il mondo da oggi è meno elegante” e aggiunge una sentenza amara: “Valentino muore e non ha eredi di eleganza”. Milly Carlucci lo ringrazia per “anni indimenticabili di eleganza e bellezza”. Simona Ventura abbraccia idealmente anche Giancarlo Giammetti e scrive: “Siete stati la moda, quella vera che ci faceva sognare”. Valeria Marini parla di onore e di grandezza, postando una foto di quando era giovanissima con lui. Carla Bruni si dice commossa, ricorda la “grande gentilezza” e l’“infinita eleganza”, e manda un pensiero a Giammetti e alla “famiglia di Valentino”.
C’è anche la voce dell’imprenditoria pop contemporanea: Chiara Ferragni ricorda che “le sue creazioni hanno fatto sognare generazioni di donne”, e lo definisce “uno dei più grandi maestri della moda italiana e mondiale”, con un’eredità destinata a ispirare i giovani designer.
La sensazione comune, tra parole ufficiali e ricordi privati, è una sola: Valentino non era soltanto un grande stilista. Era un simbolo che teneva insieme mondi diversissimi, dal Quirinale ai red carpet, dalle passerelle agli atelier, dalle dive alle ragazze che sognavano un abito come si sogna una vita diversa. Ora Roma si prepara a salutarlo. E intanto resta quel dettaglio che racconta più di mille necrologi: il suo nome, per decenni, è stato sinonimo di una promessa semplice e impossibile insieme. Fare bella una donna. E farlo sembrare naturale.






