Aiuto, arriva “L’uragano” Presta: il regolamento di conti in libreria tra “traditori”, assenze, rancori e nostalgia (e la sorpresa Piemme)

C’era una volta il “pizzino” quotidiano, in bella vista e senza firma: “Buongiorno a tutti meno uno”. Lo leggevano in tanti, lo temevano in molti. Per anni, l’aria attorno a Lucio Presta è stata questa: la sensazione costante che dietro un saluto tagliato a metà ci fosse una fattura narrativa pronta a materializzarsi, e che la domanda più importante non fosse “come stai?” ma “con chi ce l’ha, stavolta?”. Adesso, in “L’uragano”, qualche risposta arriva davvero. E non è una lista ordinata: è una lista viva, un po’ gioiosa e un po’ rancorosa, di volti e fratture che hanno attraversato la sua vita professionale e privata. Con un’avvertenza implicita: certi ponti, quando bruciano, fanno luce a distanza di anni.

Il libro arriva in libreria con l’aria di un regolamento di conti che non finge di essere altro. Dentro c’è il Presta che racconta gli inizi rocamboleschi nello spettacolo, ma anche il Presta che fa i nomi, e quando non li fa li lascia comunque riconoscibili come una sagoma controluce. È uno di quei racconti in cui la nostalgia convive con il dente avvelenato, e dove il pubblico si diverte perché finalmente può smettere di fare il gioco delle ombre e passare, almeno per qualche pagina, ai sottotitoli.

A un certo punto, qualcuno gliela butta lì senza sconti: «Pare che lei non fosse un granché nella danza». E la risposta è una frustata autoironica che sa di confessione e di condanna insieme: «Diciamo che ero più un caratterista, ecco. Credo di aver toccato il fondo quando a Fantastico feci lo spermatozoo per Renato Zero che cantava “Ritardante per lui, stimolante per lei” (M’ama non m’ama, ndr)». A quel punto la curiosità è inevitabile: «Ci sono dei video?». E lui, come se la vergogna fosse una maschera utile, rilancia: «Ho un vantaggio: sono in un preservativo, irriconoscibile».

È lì che si capisce la matrice del personaggio: uno che si racconta senza chiedere permesso, e che usa la propria caricatura per spiegare un salto di specie. Perché da quella “danza” improbabile nasce una lezione. «Fare l’artista, seppure da ballerino scarso, le diede una marcia in più come agente?». «Mi ha insegnato questo mestiere. Una volta alla fine di un Sanremo Beppe Caschetto mi abbracciò: “Oggi ho scoperto che facciamo due lavori diversi”». Tradotto: non è solo questione di contratti, è questione di scena, di pubblico, di ritmo. E infatti, quando il discorso scivola sui “traditori” e sulle rotture, Presta non parla come un ragioniere: parla come uno che sostiene di aver costruito architetture.

Si arriva al punto più succoso, quello che nel titolo di giornata finirebbe così: De Martino è un traditore, Bonolis manca, Amadeus no. Domanda secca, risposta ancora più netta: «De Martino è un traditore, Paolo Bonolis mi manca, Amadeus no». E poi la spiegazione, che non fa prigionieri: «Non penso solo ai contratti. Mi occupo di tutto, costruisco squadre, idee, messa in onda, capisco la contro-programmazione, studio il target». È la sua autoassoluzione e, insieme, la sua accusa: se fai tutto, quando finisce male non può essere “solo lavoro”. È famiglia disfunzionale, con gli avvocati al posto degli zii.

Nel libro, tra i rapporti solidi, ce n’è uno che viene trattato come un vincolo raro, quasi un patto di sangue artistico: Roberto Benigni. «Nel libro ci sono tante storie di rotture professionali e umane. Alla fine il rapporto più solido della sua carriera è quello con Benigni: cosa vi unisce?». «Lui è sensibile e conosce l’animo umano. Senza retropensieri. Il nostro rapporto è di un amore smodato da parte mia e di affetto, credo, da parte sua. Mai avuto una discussione». Qui non c’è la stilettata: c’è l’orgoglio di una fedeltà che, in mezzo al resto, suona come un’eccezione statistica.

Poi però arriva Heather Parisi, e la statistica torna a fare rumore. «Con Heather Parisi invece un misto amore-odio». E lui non si nasconde: «Io le devo tanto, perché come agente ho iniziato con lei. Un carattere complicato. Sì, ma ero perdutamente innamorato di lei come artista. Quando saliva sul palco le perdonavo qualsiasi cosa». Il dettaglio successivo è cinema puro, perché rende l’idea di cosa significhi “gestire” qualcuno che vive di desideri improvvisi e di capricci trasformati in logistica: «Anche i capricci». «Lei aveva questa bizza di voler rientrare a dormire a casa ovunque lavorassimo, finiva di notte a Sanremo e io dovevo riaccompagnarla a Roma. Oppure le veniva voglia di mela e caprino alle 10 di sera e io dovevo citofonare agli sconosciuti per chiedere se ne avessero in casa».

Quando si arriva a “Nemicamatissima”, la ferita diventa rivalità e sospetto. «Perché dopo Nemicamatissima il programma su Rai1 con Cuccarini, Parisi era arrabbiata con lei?». «Pensava avessi favorito Lorella. In realtà Heather era mal consigliata dal marito, pensava di campare di rendita, quasi non voleva neppure ballare, solo fare monologhi colti. Lorella si è preparata, ha ballato e se l’è mangiata». È uno di quei passaggi in cui Presta si mette in cattedra e, contemporaneamente, spinge giù qualcuno dal palco.

E quando parla di Rai, alza l’asticella: non come luogo di lavoro, ma come sistema nervoso del potere televisivo. «Cosa vuol dire lavorare per anni con la Rai?». «È la cosa più difficile. La Rai non è il sistema, è il motore del sistema». Poi si passa ai nomi: «Il migliore e il peggiore direttore generale Rai?». «Il peggiore Campo Dall’orto, Cattaneo uno dei migliori». E dietro c’è una storia personale che riguarda anche Paola Perego. «Ce l’ha con Campo Dall’orto perché ai suoi tempi chiusero il programma di sua moglie Paola Perego?». «Fu la Maggioni, mi disse che quel giorno era dal parrucchiere e che fu trascinata dalla presa di posizione della Boldrini. Con Maggioni mi sono chiarito, ma non ha chiesto scusa a Paola».

La politica entra dalla porta di servizio e poi si siede al tavolo, perché Campo Dall’Orto lo volle Renzi. «Campo Dall’orto lo volle il suo amico Renzi». «E io sono andato da Renzi e gli ho detto di dimenticarsi di me come amico». Però la rottura, anche qui, non è un taglio pulito: «Ma con Renzi fece pace». «Ma sono il suo peggior critico. Abbiamo litigato quando gli dissi “Mica entrerai nel Conte-2 per due poltroncine?”». E quando gli chiedono di fare il manager politico, la risposta è un referto: «Se fosse il suo manager politico che cosa gli consiglierebbe per risalire dal 2-3%?». «C’è un problema, è un grande politico, ma se chiedi a cento italiani se lo voterebbero, ti rispondono che gli è andato sulle palle. È irrisolvibile».

Il capitolo Amadeus è quello dove la porta viene chiusa senza il minimo spiraglio. «Nel libro non è chiaro il perché dopo quattro Sanremo meravigliosi, Amadeus la allontana». «Su spinta della moglie Giovanna – che forse voleva essere quella che decideva Sanremo – e di uno in Rai che gli diceva: “Non vedi che tutti i meriti se li prende Presta?”». Domanda successiva, quasi a cercare un appiglio: «Forse lei lo scavalcava nelle decisioni?». «No, ma l’hanno convinto di questo». E poi la stoccata sulla carriera: «Amadeus tornerà nella tv di serie A?». «Glielo auguro, ha pagato un prezzo altissimo per stupidità e per i soldi. Pensava di avere un suo pubblico come Fazio, ma Amadeus è “quello che fa”». L’ultima domanda è quella che pesa: «Farebbe pace con lui?». «Mai».

Non è l’unico “mai”, ma è il più sonoro. Con Simona Ventura, invece, la porta è socchiusa ma con un cartello appeso al marito. «E con chi altro?». «Con Simona Ventura. Ma per il marito Giovanni Terzi: a Ballando diceva cattiverie su mia moglie Paola. È entrato in competizione, quando era solo un gioco». E sul futuro di Ventura, Presta si concede un verdetto che ha più malinconia che perfidia: «Ventura potrà tornare al successo di una volta?». «Penso di no, è in balia di chi le è accanto. Negli ultimi anni era poco amata, ora pensa di esserlo moltissimo: io ho dei dubbi, ma è la mia idea». «Solo per questo?». «Vuole tornare a essere Supersimo dell’isola. Ma è finita quella tv e lei ha un’altra età. In Citofonare Rai 2 l’avevo aiutata trovare la cifra dell’autoironia: funzionava, non l’ha capito».

E qui spunta il tema ricorrente delle rotture: il partner che entra in scena e vuole fare il manager. «Nelle sue rotture con gli artisti c’è un fatto ricorrente: il conflitto tra lei e il marito o la moglie dell’assistito/a. Si è mai chiesto come mai?». «Se l’artista non è solido, puntualmente finisce che il suo partner voglia fare il mio lavoro. Per amore, ho visto artisti rovinarsi la carriera». E quando gli chiedono se sia lui, a sua volta, “intrusivo” fino a diventare una sorta di coniuge professionale, lui non si tira indietro: «Lei è molto intrusivo, non è che diventa a sua volta una moglie o un marito?». «Probabile. Forse la mia presenza è così forte che poi la soffrono. Ma non quelli intelligenti». «Per esempio?». «Antonella Clerici. Quando in passato ho avuto problemi con un suo fidanzato, lei diceva “veditela con Lucio”».

Stefano De Martino torna come un conto aperto. «Stefano De Martino per lei è un altro ingrato?». «Ho fatto di tutto per fargli fare Stasera tutto è possibile, poi è andato con Caschetto. L’ho incontrato ai palinsesti e quando mi ha salutato ho risposto: “Non saluto i traditori”. Però è simpatico, ambizioso ed è uno che studia». E quando si parla della sfida televisiva con Gerry Scotti, la lettura è da addetto ai lavori: «Cosa ne pensa della sfida Scotti-De Martino?». «La Rai non ha marcato il territorio, quelli facevano 4 milioni d’estate, poi a settembre i 4 milioni mica li sposti. Scotti fa quel programma con entusiasmo, Samira Lui ha la giusta energia, funziona. Ora Gerry deve solo stare attento, perché è sovraesposto».

Poi c’è la televisione che gli manca, quella che non c’è più. «Cosa non le piace in tv?». «L’assenza della seconda serata. Rai2 e Italia Uno erano fucine di sperimentazione, ora non c’è più niente». È una frase che sembra innocua e invece è un atto d’accusa: la tv, secondo lui, ha smesso di rischiare.

Nel mucchio, spunta Belén, con un capitolo definito “affettuoso” ma con dentro una frase che è un aut-aut da romanzo nero. «Il capitolo su Belén è affettuoso, anche se non lavorate più insieme». «Le dicevo che Corona non era adatto a lei, le intimai: o lui o me. Lei scelse Fabrizio». Non c’è bisogno di aggiungere altro: è già una scena, e ha già un finale.

E poi il capitolo che sembra scritto con un’altra penna, quella della mancanza vera: Bonolis. «C’è un capitolo speciale: “L’amico che mi manca”. Parla di Bonolis. Le manca più l’uomo o l’artista?». «L’uomo. Abbiamo condiviso le gioie e i grandi dolori, io sono stato la sua fortuna e lui la mia. Non doveva finire così». «Non vi siete più sentiti?». «No. Lui ha la sindrome di Stoccolma. È infelice, lo vedo invecchiatissimo e ne soffro, è il più bravo che conosco: è doloroso vederlo a fine carriera così». «Vi riparlerete?». «Io penso che un giorno ci rivedremo e capirà. Mi manca. Terribilmente».

In mezzo a questo catalogo di strappi, c’è anche un capitolo dedicato a Maria De Filippi, con una frase che suona come un’ossessione privata diventata pubblica: «In vent’anni non ha mai invitato mia moglie Paola Perego a partecipare a nessuna delle sue trasmissioni». E c’è, infine, il dettaglio che rende la storia ancora più “strana ma vera”: pur attaccando alcune star di Mediaset, “L’uragano” esce con Piemme, casa editrice del gruppo Mondadori. Il mondo dello spettacolo è anche questo: ci si spara addosso, poi ci si ritrova nello stesso condominio.

“L’uragano”, insomma, non è un memoir pacificato. È un libro che si muove come il suo titolo: arriva, solleva polvere, costringe a guardare le macerie e le stanze rimaste in piedi. Dentro ci sono ferite esibite come trofei, ricordi tenuti stretti come prove, e una certezza che torna sempre: per Lucio Presta l’amicizia, in tv, è una materia rara. E quando finisce, non finisce in silenzio.