Amanda Knox torna a Perugia e incontra il magistrato che la fece arrestare: il viaggio diventa un documentario su Hulu. E intanto il caso Meredith spunta negli “Epstein Files”

Il viaggio di ritorno dall’Italia agli Stati Uniti di Amanda Knox, dopo la definitiva assoluzione dall’accusa di avere partecipato all’omicidio di Meredith Kercher, diventa un documentario. Il titolo è «Bocca del lupo» e la piattaforma indicata è Hulu, con una data già fissata: 26 gennaio. Ad annunciarlo è la stessa Knox, con un post su X. «Racconta del mio viaggio di ritorno in Italia e del mio incontro faccia a faccia con l’uomo che mi ha mandato in prigione», ha scritto l’americana, aggiungendo un’ulteriore definizione del progetto: «È più intimo e rivelatore di qualsiasi cosa abbia fatto prima».

Il riferimento, per come viene presentato, sembra indirizzato a Giuliano Mignini, magistrato oggi in pensione che coordinò l’indagine nelle fasi iniziali del caso Kercher. Knox lo ha incontrato a Perugia durante un ritorno in Italia avvenuto nell’estate del 2022. Secondo quanto riportato nel testo fornito, dopo quell’incontro i due sarebbero rimasti in contatto.

Il documentario si inserisce in una vicenda giudiziaria che, a distanza di anni, continua a produrre narrazioni, riletture e nuovi oggetti mediatici: serie, libri, interviste, documentari. Knox venne arrestata in relazione all’omicidio di Meredith Kercher, studentessa inglese uccisa a Perugia il 1 novembre 2007. Condannata in primo grado, fu poi assolta in appello, sempre a Perugia, e scarcerata dopo quasi quattro anni di carcere. L’assoluzione definitiva per l’omicidio arrivò al termine di un iter lungo e controverso, passato anche da pronunce e rilievi legati alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Nella stessa ricostruzione, viene ricordato che a Knox è rimasta la condanna per calunnia nei confronti di Patrick Lumumba, anche se la donna ha sempre respinto le accuse “per tutti i reati”. È un punto che, nel tempo, ha rappresentato un elemento di frizione tra piani diversi: quello processuale, quello mediatico e quello della percezione pubblica.

La scelta di costruire un documentario sul “ritorno” e sull’incontro con Mignini sposta la lente su un terreno personale, ma con ricadute inevitabilmente pubbliche. L’idea di un “faccia a faccia” con “l’uomo che mi ha mandato in prigione” non è una formula neutra: è una cornice narrativa che attribuisce un ruolo e una responsabilità, e che chiama in causa direttamente la stagione investigativa e giudiziaria di Perugia. È anche un modo per riprendere una dinamica che da anni accompagna il caso: la contrapposizione tra la tesi dell’innocenza di Knox e Sollecito e la critica alle modalità investigative e accusatorie di una parte dell’inchiesta.

Su questo stesso crinale si colloca la seconda parte del materiale fornito, che introduce un ulteriore elemento: la comparsa del caso Meredith Kercher in almeno tre mail contenute negli “Epstein Files” pubblicati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Qui il riferimento è a una catena di comunicazioni che vedrebbe come mittente il giornalista investigativo Edward Jay Epstein (morto nel 2024 a 89 anni) e come destinatario l’amico e omonimo Jeffrey Epstein. Il taglio indicato dall’estratto è quello della difesa di Amanda Knox e della conseguente critica all’impostazione delle indagini.

Secondo il testo, la prima mail citata sarebbe del 2 agosto 2013. In quella comunicazione, Edward Jay Epstein partirebbe dalla recensione di un suo libro da parte di Alexander Chancellor su The Spectator. Il volume, viene spiegato, raccoglie “grandi casi irrisolti nella storia” e ne seleziona 54 che «spaziano dall’assassinio di Lincoln e dagli omicidi di Jack lo Squartatore del XIX secolo all’omicidio di Meredith Kercher a Perugia nel XXI secolo e all’arresto di Dominique Strauss-Kahn a New York per la presunta violenza sessuale ai danni di una cameriera d’albergo».

L’estratto inserisce poi un secondo passaggio, collocato genericamente “nel 2012 alle 3 di notte”, senza indicazione di giorno e mese, in cui il giornalista avrebbe inviato a Jeffrey Epstein un resoconto più dettagliato. È qui che compare l’attacco alla Procura e il riferimento alla permanenza di una teoria accusatoria anche dopo il rilascio di Lumumba: «Nonostante le prove su Rudy Amanda Knox era diventata così al centro dell’attenzione dei media, e “i presunti giochi sessuali di un assassino dal volto d’angelo un elemento così importante della vicenda, che i pubblici ministeri, anche dopo aver rilasciato Lumumba, non erano intenzionati ad abbandonare la loro teoria dell’omicidio di gruppo”», è scritto.

Il passaggio più sensibile, per il carico di implicazioni e per l’accostamento ad altre indagini, è quello che introduce il parallelo con il Mostro di Firenze. Nell’estratto si legge: «Per sostenere questa tesi il procuratore capo Giuliano Mignini mise in relazione Amanda e Raffaele con il ladro esterno, Rudy. Mignini aveva già raggiunto una notevole notorietà in Italia nel caso mostro di Firenze, quando tentò senza successo di attribuire il suicidio di un medico perugino a una setta satanica segreta».

E ancora, nello stesso blocco: «Ora, lui propose uno scenario satanico simile in cui Rudy, Raffaele e Amanda andarono insieme al casolare, tentarono di costringere Meredith ad avere rapporti sessuali con loro, e dopo che Rudy e Raffaele si alternarono a molestarla, Amanda, che lui descrisse come una diavolessa, la pugnalò a morte. Per i successivi quattro anni, questa divenne la teoria dell’accusa del caso».

Il materiale menziona poi “altra mail a tema”, collegata a un articolo di Epstein tratto dall’Huffington, e riporta un’ulteriore valutazione attribuita al giornalista: «La mia valutazione – evidenzia il giornalista – è che Amanda Knox e Raffaele Sollecito siano entrambi innocenti […]. L’indagine della polizia è stata vincolata fin dall’inizio a una narrazione sbagliata. Ha dato per scontato che la scena del crimine fosse stata allestita per sembrare un furto con scasso e quindi si è concentrata sull’unica persona interna disponibile, Amanda. Così facendo, la polizia ha trascurato gli avvistamenti di testimoni di un possibile ladro di colore che correva dalla direzione della casa all’ora approssimativa del crimine, e ha fornito una descrizione. Se avessero indagato su quella pista ovvia, li avrebbe rapidamente condotti a Rudy Guede».

In termini strettamente cronachistici, i due piani – il documentario su Hulu e le mail citate negli “Epstein Files” – si toccano su un punto: la permanenza del caso Kercher come oggetto di contesa narrativa e di contestazione del lavoro investigativo e giudiziario. Da una parte, Knox annuncia un racconto in prima persona, definito “intimo e rivelatore”, centrato sul ritorno in Italia e sull’incontro con Mignini. Dall’altra, un articolo indica che il delitto di Perugia ricorre in mail private tra due Epstein, con un’interpretazione orientata alla difesa di Knox e alla critica dell’impostazione dell’accusa.

Resta il dato che ogni nuova uscita – una serie, un’intervista, un documentario – tende a riattivare il caso e a riaprire, almeno sul piano pubblico, una vicenda che sul piano giudiziario si è chiusa da tempo per l’accusa di omicidio nei confronti di Knox e Sollecito, mentre mantiene un capitolo residuo nella condanna per calunnia. «Bocca del lupo», per come viene presentato, si muove esattamente in questa frattura: un racconto personale costruito su un fatto che, per la città e per l’Italia, resta uno dei casi più esposti e divisivi degli ultimi decenni.