Ma cosa c’entra la sinistra? Davvero: cosa c’entra? Il caso Andrea Pucci non è una storia di censura, né di artisti imbavagliati, né di poteri oscuri che impediscono a qualcuno di “fare il suo lavoro”. È, molto più banalmente, la storia di un comico sicuramente di seconda fila che decide di non andare a co-condurre Sanremo dopo una settimana di critiche e dopo aver festeggiato la chiamata sui social con una foto nudo di assoluto cattivo gusto, di quelle che non fanno scandalo per audacia artistica ma per imbarazzo. Il punto, fin qui, sarebbe già chiaro: Pucci non è stato cacciato, non è stato escluso, non gli è stato impedito nulla. Ha scelto lui. Fine.
E invece no: in Italia la fine non arriva mai, perché quando manca la sostanza si gonfia il contorno. Così una rinuncia volontaria diventa “caso”, e il caso diventa persino “clima”. Con la premier che interviene e mette in scena la solita retorica vittimistica: «Fa riflettere che nel 2026 un artista debba sentirsi costretto a rinunciare a fare il suo lavoro a causa del clima di intimidazione e di odio attorno a lui». Costretto da chi, esattamente? Dai commenti? Dalle critiche? Dal fatto che qualcuno abbia detto – legittimamente – che mettere Pucci su quel palco è un’operazione più da amicizie e telefono che da curriculum e statura artistica? Perché se il parametro diventa “mi criticano quindi sono perseguitato”, allora siamo alla parodia: non è più Sanremo, è un reality sulla suscettibilità.
La parte comica, in tutto questo, è che la premier fa la paladina dell’artista “intimidito” mentre la Rai, oggi, è un terreno su cui la destra cammina in scioltezza. Altro che “clima ostile”: se c’è un posto dove il vento non soffia contro, è proprio lì. E allora l’obiezione non è ideologica, è logica: com’è possibile evocare persecuzioni in un sistema televisivo che, a sentire e vedere, è già orientato e governato? Soprattutto quando qui non c’è nemmeno un “divieto” da contestare: c’è un comico che si sfila e poi, in automatico, la politica si comporta come se gli avessero tolto la sedia da sotto.
La verità è che Pucci ha fatto una valutazione di convenienza – o di paura del ridicolo – che in certi casi è persino comprensibile. La domanda è un’altra: perché trasformare quella scelta in un manifesto politico? Perché raccontarla come un’esfiltrazione da un paese repressivo? Qui si confonde apposta la critica con l’odio e il dissenso con l’intimidazione. E la confusione serve a una cosa sola: spostare l’attenzione dal merito, cioè dal fatto che l’operazione Pucci fosse fragilina già in partenza. Sanremo non è il palco del “ci provo e vediamo”: è una liturgia pop dove devi reggere pressioni, ironie, tempi televisivi e un pubblico che non perdona. E se lo festeggi con una foto nudo “da social del 2009”, poi non puoi stupirti se la reazione è un coro di perplessità.
In questo quadro, la domanda che brucia davvero è quella che hai messo tu sul tavolo: se la premier è così attenta a ciò che accade in Rai, perché non ha commentato l’ignobile telecronaca del “suo” Paolo Petrecca? Perché lì improvvisamente non c’è “clima”, non c’è “odio”, non c’è “intimidazione”: c’è solo silenzio. È un silenzio che pesa, perché è selettivo. Si alza la voce per una rinuncia volontaria di un comico e si abbassa lo sguardo quando il servizio pubblico scivola in cose che imbarazzano perfino chi vorrebbe difenderlo. La politica che si commuove per Pucci e tace su altro non sta difendendo la libertà: sta difendendo una narrazione comoda.
E così, alla fine, il caso Pucci diventa il capolavoro del nulla: nessun veto, nessuna epurazione, nessuna censura. Solo una scelta personale trasformata in un dramma nazionale perché fa comodo a qualcuno farla diventare tale. E mentre si agita il fantasma della “cultura dell’odio”, resta lì, nudo e non solo nella foto, il vero dato: se metti a Sanremo un co-conduttore più per meriti relazionali che per statura, prima o poi il palco presenta il conto. Pucci, con fiuto, l’ha intuito e si è sfilato. La politica, invece, ha scelto la parte peggiore: quella di chi frigna per una polemica costruita, ignorando le grane vere che bruciano dentro la Rai.







