Corona, atto finale della farsa: chiuso Instagram, minaccia Google con la mazza e annuncia il ritorno come se fosse l’Apocalisse

C’è un momento preciso, nella parabola di ogni personaggio mediatico, in cui la maschera smette di essere ambigua e diventa grottesca. Per Fabrizio Corona quel momento è arrivato con una mazza da baseball in mano e una frase che, se non fosse tragicamente coerente con il personaggio, farebbe ridere per giorni: «Prendo questa, vado da Google e incomincio a distruggerlo». Non un meme, non una parodia. Proprio lui. Proprio così. Proprio nel 2026.

Chiusi i profili Instagram — quello personale e quello legato a Falsissimo — Corona non si interroga, non riflette, non fa nemmeno finta di capire perché. Reagisce. Come sempre. Con l’unico linguaggio che conosce: l’iperbole violenta, il vittimismo da quattro soldi, la promessa di una vendetta che non arriverà mai ma che deve sembrare epocale. È il suo format da vent’anni: se succede qualcosa, non è mai una conseguenza. È sempre una persecuzione. Non è mai una regola applicata. È censura. Non è mai un limite. È un complotto.

Il copione, anche stavolta, è perfetto nella sua prevedibilità. Oscurati i profili dopo la ripubblicazione di contenuti già bloccati, Corona grida allo scandalo. Non “ho violato delle regole”, ma “mi stanno zittendo”. Non “ho forzato la mano”, ma “vogliono fermarmi”. La piattaforma non diventa un servizio privato con termini d’uso, ma una dittatura. Instagram non è un social network: è il nuovo Ministero della Verità. E Google, improvvisamente, diventa il nemico finale, il mostro da abbattere a colpi di mazza — metaforica, certo, ma non per questo meno patetica.

La scena è degna di un teatro dell’assurdo, con contorno da sketch di terza serata. Corona è ospite sul profilo dell’amico Gabriele Vagnato, che gli chiede se tema di più la morte o la chiusura del canale YouTube. La risposta è una sintesi perfetta del personaggio: la morte non lo sfiora, YouTube sì. A quel punto entra in scena la mazza. Il gesto. La minaccia. Il delirio di onnipotenza recitato come se fosse una gag, ma con quell’aria da uomo convinto di stare dicendo una cosa serissima.

E qui sta il punto. Perché Corona continua a oscillare tra il grottesco e il pericolosamente ridicolo, senza accorgersi che il mondo, nel frattempo, è andato avanti. Le piattaforme non sono più il Far West degli anni Dieci. Le regole esistono. I blocchi pure. E non perché qualcuno ce l’abbia con lui, ma perché il modello economico e giuridico dei social funziona così. Ma Corona non può accettarlo, perché accettarlo significherebbe accettare di non essere speciale. E questo, per lui, è inaccettabile.

Così ecco l’annuncio solenne manco fosse papa Leone: oggi alle 13.30 parlerà. Risponderà a tutto. Chiarirà. Spiegherà. Farà discutere. Come se il problema fosse il silenzio. Come se qualcuno stesse davvero aspettando la sua versione dei fatti per capire come funziona Instagram. Come se il mondo avesse bisogno dell’ennesima diretta per sapere che cosa pensa Fabrizio Corona della propria esclusione temporanea dal palcoscenico.

Il punto, però, è un altro. E fa molto più male. Corona non combatte per la libertà di espressione. Combatte per la propria sopravvivenza mediatica. Perché senza profili, senza visualizzazioni, senza indignazione, il personaggio si sgonfia. Non esiste più. È come un illusionista senza pubblico: può avere tutti i trucchi che vuole, ma se non c’è nessuno a guardare, restano solo movimenti inutili delle mani.

La parola “censura”, in bocca a Corona, è diventata un’arma spuntata. La usa per tutto. La usa sempre. La usa anche quando la realtà è banalissima: contenuti rimossi perché non conformi alle regole di una piattaforma privata. Nessuna polizia del pensiero, nessun editto morale, nessun bavaglio politico. Solo un tasto “disabilita”. Ma per lui quel tasto deve diventare una persecuzione, altrimenti il racconto non regge. E se il racconto non regge, il personaggio muore. Molto più della morte fisica, quella sì temuta davvero.

La minaccia a Google, poi, è la ciliegina su una torta già indigesta. Perché rivela una cosa semplice: l’incapacità di distinguere tra realtà e rappresentazione. Google non è un portone sotto casa. Instagram non è un bar dove puoi urlare finché non ti buttano fuori. Sono infrastrutture globali, algoritmi, regole, responsabilità legali. Pensare di “distruggerle” con una mazza, anche solo a livello simbolico, è l’equivalente moderno di urlare contro il temporale.

Eppure il rito continua. Corona annuncia il ritorno, come se fosse una resurrezione. Fissa data e ora, come se stesse presentando l’evento dell’anno. Sa benissimo come funziona: creare attesa, creare indignazione, creare rumore. Non importa cosa dirà. Importa che se ne parli. Importa che qualcuno, anche solo per odio o per scherno, torni a cliccare.

Ma forse, per la prima volta, qualcosa si è incrinato. Perché la sceneggiata appare stanca. Ripetitiva. Senza più nemmeno la forza della provocazione. Non c’è nulla di nuovo nell’uomo che urla alla censura dopo aver forzato i limiti. Non c’è nulla di rivoluzionario nel minacciare piattaforme che non possono nemmeno sentirti. Non c’è nulla di eroico nel recitare sempre la stessa parte, con gli stessi toni, gli stessi gesti, la stessa disperata richiesta di attenzione.

Alla fine resta una domanda, semplice e crudele: cosa rimane di Fabrizio Corona quando gli chiudi il profilo? La risposta, forse, è quella che lo spaventa di più. Rimane poco e nulla, solo un uomo che ha bisogno di un palco per esistere. E che, quando il palco sparisce, non sa fare altro che gridare al complotto e agitare una mazza contro il vuoto. Un pagliaccio tragico che confonde la libertà con l’impunità e la visibilità con l’importanza. E che continua a minacciare il mondo digitale come se fosse ancora il 2008, mentre il mondo, semplicemente, ha già girato pagina.