Corona contro Meloni, Fagnani e perfino Trump. Fabrizio Corona ormai non si limita più a fare il Fabrizio Corona. Troppo poco. Nell’ultima uscita di Falsissimo si mette addosso un ruolo nuovo, più ambizioso e più grottesco: quello di capo dell’opposizione. Non Elly Schlein, non Matteo Renzi, non Giuseppe Conte. Lui. Con la consueta miscela di provocazione, narcisismo, insulti, denunce al sistema e quel talento tutto suo nel trasformare ogni vicenda, anche la più seria, in una messinscena personale.
Il bersaglio iniziale è Giorgia Meloni. “Il problema di Giorgia Meloni è che non accetta di avere dei nemici”, dice Corona, lanciandosi subito dopo in una requisitoria contro le querele ai giornalisti. Secondo lui, “le querele contro i giornalisti non si fanno, le fanno i dittatori”. Una frase pensata per colpire, per fare rumore, per incendiare il dibattito in due righe secche. Al suo fianco l’avvocato Chiesa rilancia ancora più forte: “Non ci dev’essere più il reato di diffamazione, perché la libertà di stampa è un caposaldo della democrazia”.
È il solito gioco di Corona: partire da un tema serio, in questo caso il rapporto tra potere, querele e libertà di espressione, e trascinarlo subito nel suo teatro personale. Il punto politico esiste, eccome, e infatti punge. Ma nelle sue mani diventa subito spettacolo, aggressione, performance. Eppure, paradossalmente, è proprio lì che riesce a essere efficace: dice in modo brutale ciò che una parte dell’opposizione istituzionale balbetta o non riesce a dire affatto.
Corona contro Meloni, Fagnani e perfino Trump: querele, foto contestate e libertà di stampa
Nel racconto di Corona e del suo legale torna il tema delle perquisizioni subite dopo la denuncia della premier. “Cercavano le foto taroccate”, spiega Chiesa, sostenendo che l’accusa contestasse la pubblicazione di immagini modificate. Corona allora mostra la fotografia finita al centro del caso, quella che ritrae Giorgia Meloni con Manlio Messina, e che si tratta di una foto “presa dai social”, dunque già pubblica.
Il confine tra contestazione giudiziaria e narrazione autopromozionale, come al solito in Corona è sottilissimo. Lui fa come sempre: prende un passaggio tecnico, lo semplifica, lo teatralizza e lo restituisce al suo pubblico come prova di persecuzione. È il suo metodo da anni. Funziona perché è semplice, frontale, immediato. E perché dentro il suo racconto lui è sempre una cosa sola: il perseguitato che però gode a stare al centro del mirino. Comunque l’evidenza è difficilmente contestabile. La foto c’è, non appare ritoccata ed è pubblicata su decine di siti, compresi Dagospia, Il Tempo, TgCom.
Il paradosso è che, mentre si atteggia a martire della libertà di stampa, Corona continua a muoversi con il linguaggio di chi la provocazione la usa come una clava. Non cerca il ragionamento, cerca l’effetto. Non costruisce una critica lineare, costruisce un’arena. Ma è proprio questa arena a renderlo, almeno mediaticamente, più visibile di tanti professionisti della politica.
La diffida di Francesca Fagnani e il teatro dello strappo
Il secondo tempo del suo show è dedicato a Francesca Fagnani. Corona racconta di avere ricevuto una diffida dalla conduttrice per l’ultima puntata di Falsissimo e decide di leggerla in scena, commentandola con il tono di chi vuole trasformare un atto legale in un pezzo di varietà incendiario.
Il passaggio che più lo colpisce, o almeno quello che decide di enfatizzare, è il riferimento al “rigore morale” attribuito alla giornalista nel trattamento delle vicende criminose. È lì che Corona affonda il coltello, ironizzando sugli ospiti televisivi e sul tipo di racconto costruito negli anni da Fagnani. Poi arriva il gesto simbolico, perfetto per il suo personaggio: straccia il foglio. Non una risposta, ma una scena. Non una replica nel merito, ma un’esibizione.
Anche qui il meccanismo è limpido. Corona non vuole solo contestare la diffida. Vuole ridicolizzarla. Vuole spostare il terreno dal diritto allo spettacolo, perché è lì che sa di essere più forte. E infatti la sua forza non sta nella precisione, ma nel ritmo. Non nella pulizia dell’argomento, ma nella violenza comunicativa con cui lo serve al pubblico.
Da Melania Trump al Nobel per la pace: il delirio come format
Poi, come spesso accade quando Corona sente che l’attenzione potrebbe calare, il racconto deraglia felicemente nel suo territorio naturale: l’eccesso. Si passa dalla politica italiana alla geopolitica da cabaret. Entra in scena Melania Trump, evocata con un racconto pieno di allusioni, ricostruzioni personali e insinuazioni sul suo passato da modella nella Milano della moda. È il tratto più scivoloso e più tipicamente coroniano del suo repertorio: buttare sul tavolo nomi enormi, evocare ambienti, legami, giri di potere, e farlo con quella brutalità da bar di lusso che per anni è stata la sua cifra.
Naturalmente qui bisogna tenere fermo un punto: si tratta di affermazioni e ricostruzioni attribuite a Corona, non di fatti accertati. Ma il dato politico-mediatico resta. Perché lui sa benissimo che tirare dentro Melania Trump, Paolo Zampolli, Weinstein, Epstein e perfino Donald Trump significa spostare il raggio dello scandalo dal cortile italiano al circo globale. E lo fa con una battuta finale che è la sintesi perfetta del personaggio: chiamare “Donny”, minacciare una nuova puntata su Melania e chiudere ironizzando sul premio Nobel per la pace.
Corona contro Meloni, Fagnani e perfino Trump
Sembra una sciocchezza, e in parte lo è. Ma è una sciocchezza studiata. Perché Corona ha capito una cosa prima di molti altri: oggi non vince chi ha ragione, vince chi occupa lo spazio. E lui quello spazio lo occupa come pochi. Con volgarità, certo. Con eccesso. Con una dose di egocentrismo che sfiora il patologico. Ma anche con un istinto ferino per il punto debole del sistema: la sua paura del rumore.
Per questo il suo “fare opposizione” risulta, a modo suo, persino più incisivo di quello di chi dovrebbe farla davvero. Non migliore, sia chiaro. Non più credibile. Ma più rumoroso, più visibile, più capace di lasciare il segno nella giungla mediatica. Mentre i partiti calibrano, limano, ponderano, Corona spara. E in un’epoca malata di attenzione, spesso basta questo a sembrare centrali.
Il problema, semmai, è un altro. Che ogni volta che la scena pubblica viene occupata da uno come lui, si capisce quanto sia fragile il resto. Perché se a fare il capo dell’opposizione simbolica finisce Fabrizio Corona, allora il guaio non è solo suo. È anche di chi gli ha lasciato tutto quello spazio libero.







