La data adesso è cerchiata in rosso: 19 marzo. È quel giorno che un collegio del Tribunale civile di Milano discuterà il “reclamo”, cioè il ricorso presentato da Fabrizio Corona contro l’ordinanza che, lo scorso 26 gennaio, gli ha imposto di non diffondere ulteriori contenuti “di carattere diffamatorio” nei confronti di Alfonso Signorini. Una partita legale che non si gioca solo sul singolo provvedimento, ma su un terreno più ampio e scivoloso: fino a dove può spingersi la narrazione pubblica quando si incrocia con la tutela della reputazione, e quando in mezzo ci sono web, social, format e monetizzazione dell’attenzione.
L’ordinanza, firmata dal giudice Roberto Pertile e arrivata dopo l’istanza presentata dagli avvocati di Signorini, non si limita a un divieto “per il futuro”. Prevede anche un obbligo di rimozione dei contenuti già pubblicati e un’ulteriore richiesta: consegnare il materiale utilizzato per le puntate del format “Falsissimo”, inclusi documenti, chat, immagini e video. Il punto centrale, nella lettura del giudice, è l’impianto stesso degli attacchi: secondo l’ordinanza, quei video avrebbero alimentato un “pruriginoso interesse del pubblico” e una “morbosa curiosità per piccanti vicende sessuali”, trasformando insinuazioni e accuse in combustibile perfetto per la macchina del clamore.
Sempre secondo quanto ricostruito negli atti, il giudice contesta anche la natura delle accuse che Corona rivolge al conduttore. Signorini sarebbe stato descritto come autore di condotte “immorali, deplorevoli e penalmente rilevanti”, senza “neppure il conforto di prove”, con l’effetto di colpirne la dignità e, al tempo stesso, di generare profitto. Una cornice durissima, che spiega l’ordinanza: non una semplice tirata d’orecchie, ma un limite tracciato con la penna rossa in un contesto in cui spesso i confini sembrano liquidi.
La difesa di Corona, però, contesta proprio l’impostazione. L’avvocato Ivano Chiesa sostiene che il provvedimento muoverebbe da un “presupposto errato”: cioè che Corona avrebbe voluto parlare dei gusti sessuali di Signorini. La linea è diversa: non gossip sulle preferenze, ma denuncia dell’esistenza di un “sistema” che avrebbe comportato la commissione di reati. Una tesi che, a detta della difesa, si appoggerebbe su denunce e su un’indagine. Ed è qui che si inserisce il cuore del reclamo: la libertà di espressione tutelata dalla Costituzione e la critica a qualunque forma di “censura preventiva”. Due parole che, messe così, fanno automaticamente salire la temperatura: perché la libertà di parola è una bandiera, ma in tribunale diventa un equilibrio tecnico e concreto, da misurare sul contenuto, sul contesto e sugli effetti.
Sul fronte opposto, Signorini risulta difeso dai legali Domenico Aiello e Daniela Missaglia. Ed è proprio a valle di quel confronto tra posizioni che si arriva all’udienza del 19 marzo: sarà il collegio a valutare se confermare l’impianto dell’ordinanza, modificarlo o ribaltarlo. In altre parole: se lo stop resta stop, oppure se la difesa riuscirà a far passare l’idea che quel provvedimento sia troppo ampio e, di fatto, impedisca di parlare di fatti ritenuti di interesse pubblico.
Nel frattempo, la vicenda non resta confinata nel recinto del civile. Lo stesso giudice Pertile ha trasmesso gli atti alla Procura per valutare l’ipotesi di “mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice” in relazione ad alcune violazioni. Un passaggio che aggiunge un secondo binario, potenzialmente più insidioso, perché significa che la questione non è solo “posso dire/non posso dire”, ma anche “ho rispettato davvero l’ordine del giudice o no”.
E mentre la macchina giudiziaria prepara l’udienza, l’altra macchina, quella mediatica, non sembra conoscere pause. Corona, tornato attivo sui social dopo un blocco imposto nelle scorse settimane dai colossi del web, sta annunciando il ritorno sul suo canale YouTube con una nuova puntata di “Falsissimo”. E insieme al ritorno, promette nuovi attacchi: contro Mediaset, conduttori, la famiglia Berlusconi e lo stesso Signorini. Una strategia che, al netto dei pronunciamenti dei giudici, racconta una cosa con chiarezza: l’escalation comunicativa non è un incidente, è un metodo. E spesso, in questi casi, il vero braccio di ferro non è soltanto nelle carte, ma nella capacità di tenere il pubblico agganciato mentre il diritto prova a mettere regole a uno spazio che regole ne ha sempre meno.
Il 19 marzo, quindi, sarà una data chiave. Da una parte c’è un’ordinanza che parla di dignità offesa, assenza di prove e curiosità morbosa alimentata ad arte; dall’altra c’è una difesa che invoca libertà di espressione e rifiuta l’idea di essere stata zittita prima ancora di poter discutere nel merito. In mezzo, come sempre, c’è quel confine sottilissimo tra racconto e diffamazione, tra denuncia e insinuazione, tra diritto di critica e spettacolarizzazione. E c’è un format che, almeno nelle intenzioni di chi lo firma, non ha alcuna voglia di andare in silenzio.







