Cucinelli, lo sconto e l’aneddoto di troppo. Giammetti smentisce e la moda italiana scopre una frattura inattesa nel giorno dell’addio a Valentino

Brunello Cucinelli

Nel giorno in cui la moda italiana prova a compattarsi nel ricordo di uno dei suoi padri fondatori, basta un dettaglio, una frase raccontata con leggerezza, per aprire una crepa inattesa. Un aneddoto, apparentemente innocuo, diventa il centro di una polemica che rimbalza tra radio, social e dichiarazioni ufficiali. Protagonisti: Brunello Cucinelli, Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, storico socio e compagno di vita dello stilista scomparso il 19 gennaio.

Tutto nasce da un racconto fatto con tono disteso, quasi confidenziale, ai microfoni di Un Giorno da Pecora su Rai Radio1. Ospite della trasmissione, Cucinelli parla del suo rapporto con Valentino Garavani e, nel farlo, sceglie la via dell’aneddoto: «Valentino vestiva molte nostre cose e quando era in boutique mi chiamava. Diceva: “Mi puoi fare lo sconto?”». Una battuta, nelle intenzioni dell’imprenditore umbro, seguita da una risposta che vorrebbe suonare come omaggio: «Maestro, ci mancherebbe che non glielo faccia, per me è un onore».

Parole pronunciate senza enfasi polemica, ma che evidentemente non sono state percepite come tali da chi, accanto a Valentino, ha vissuto una vita intera. Giancarlo Giammetti affida a Instagram una replica durissima, che non lascia spazio a interpretazioni concilianti. «Valentino non lo ha mai conosciuto né chiamato. Io non l’ho neanche visto al funerale… Forse era troppo occupato a parlare con la stampa», scrive, smontando pezzo per pezzo il racconto di Cucinelli e insinuando, neppure troppo velatamente, un uso improprio del nome del couturier in un momento che avrebbe richiesto misura e silenzio.

La polemica esplode così, con la violenza tipica dei conflitti simbolici: non riguarda contratti o affari, ma la memoria, il diritto di raccontare un rapporto, la legittimità di un ricordo. Anche perché Cucinelli, poco prima, aveva ribadito pubblicamente la sua ammirazione per Garavani, descrivendolo ai cronisti come «una persona piacevolissima, elegantissima, perbene», sottolineando soprattutto il rapporto con i dipendenti: «Erano molto contenti del suo comportamento: era gentile, educato, garbato. Questo, per me, dice tutto di un grande uomo».

Parole che sembrano sincere, ma che non bastano a spegnere l’incendio. Anzi, la replica di Giammetti alza ulteriormente il livello dello scontro, perché non si limita a correggere un dettaglio: nega l’esistenza stessa di un rapporto personale tra Valentino e Cucinelli. Non una frequentazione, non una conoscenza diretta, non quelle telefonate evocate in radio. Una smentita netta, che trasforma l’aneddoto in un caso.

Di fronte alla reazione, Cucinelli sceglie di intervenire di nuovo, questa volta con un tono più istituzionale e difensivo. «Ho detto una battuta scherzosa perché la consideravo tale», chiarisce. Poi allarga lo sguardo, riportando il discorso sul piano storico e culturale: «Valentino è stato il padre della moda italiana insieme al grande Giorgio Armani e Gianni Versace. La moda italiana fino agli anni ’60 era un po’ maschile, i sarti famosi. Loro sono stati i nostri padri e ho grandissima stima di loro».

Nel tentativo di ricucire, Cucinelli ammette anche un punto che, di fatto, dà ragione a Giammetti: lui e Valentino «fisicamente» non si conoscevano. «Lui era nostro cliente nei negozi insieme a Giammetti, e quando erano lì telefonavano», spiega. Una precisazione che sposta il racconto dal piano personale a quello commerciale, e che rende l’aneddoto iniziale meno intimo di quanto fosse apparso. «Io trovavo una cosa estremamente carina e nobile che loro indossassero le nostre cose», aggiunge, ribadendo di esserne stato onorato e di non aver mai avuto l’intenzione di offendere nessuno.

C’è, in questa vicenda, qualcosa che va oltre il semplice botta e risposta tra due protagonisti della moda. C’è il tema del lutto pubblico, della parola che pesa di più quando riguarda chi non può più replicare. C’è il confine sottile tra celebrazione e auto-narrazione, tra il desiderio di rendere omaggio e il rischio di mettersi, anche involontariamente, al centro del racconto.

Lo stesso Cucinelli, nel necrologio dedicato a Valentino, aveva scelto toni solenni e misurati: «Alla memoria e all’onore del nostro straordinario Valentino, geniale artista che sempre ha amato il lavoro, la bellezza e la raffinatezza; simbolo prestigioso della moda italiana del ventesimo secolo, va il più alto pensiero della mente e il più commosso sentimento del cuore. Il creato lo accolga nel suo grande splendore». Parole che nessuno ha contestato, perché lì il protagonista restava uno solo.

La polemica, invece, nasce quando il racconto si fa dialogo, quando l’io entra nella storia di un altro io che, per statura e ruolo, appartiene già alla memoria collettiva. Ed è forse questo il punto che ha fatto scattare la reazione di Giammetti: la difesa non solo di Valentino uomo, ma del suo perimetro simbolico, della sua storia, del modo in cui deve essere ricordato.

Alla fine, resta una scena emblematica della moda italiana contemporanea: un mondo che vive di immagini, parole, narrazioni, e che proprio per questo non può permettersi leggerezze nei momenti più delicati. Un aneddoto può sembrare una carezza, ma se cade nel silenzio sbagliato rischia di diventare uno strappo. E questa volta, a far rumore, non è stato uno scandalo, ma una frase detta di troppo.