Ci sono addii che si consumano in silenzio, con una stretta di mano fredda e una porta che si chiude. E poi ci sono addii che restano lì, come schegge, pronti a riemergere anni dopo con la stessa rabbia di allora. Diego Costa, 37 anni, brasiliano naturalizzato spagnolo, oggi svincolato dopo l’ultima esperienza al Gremio (fino al 31 dicembre 2024), ha scelto la seconda strada: ha riaperto il capitolo Antonio Conte e lo ha fatto nel modo più rumoroso possibile.
Il teatro è un podcast, quello di John Obi Mikel, ex compagno ai tempi di Stamford Bridge. Bastano pochi minuti, un estratto pubblicato oggi, e la storia torna a mordere: la frattura tra l’attaccante e l’allenatore non è mai stata davvero ricomposta da quel 2017 in cui Conte, allora tecnico del Chelsea, comunicò al centravanti il benservito con un messaggio secco, glaciale: «non fai più parte del progetto». Per Costa, quella frase non è mai diventata passato. È rimasta presente, incastrata tra orgoglio e rancore, pronta a trasformarsi in veleno.
Nel racconto dell’attaccante non c’è spazio per diplomazie né per la formula “resta un grande allenatore, ma…”. Diego Costa parte dritto, frontale, con una sentenza personale che brucia più di una critica tattica: «Come persona è l’allenatore peggiore che tu possa avere – ha dichiarato in un estratto pubblicato oggi – È sospettoso, pensa di sapere tutto lui. È sempre arrabbiato, ha sempre il muso lungo. Forse è una persona così amara perché non fa sesso a casa».
Parole che mescolano giudizio e sarcasmo, una stilettata che non mira al campo ma all’uomo, al modo di stare dentro uno spogliatoio, alla temperatura emotiva che un tecnico porta ogni giorno in allenamento. Costa insiste sul punto, quasi volesse allargare il quadro, renderlo condiviso, non riducibile a una semplice vendetta personale. E infatti aggiunge un dettaglio che, nelle sue intenzioni, dovrebbe suonare come una condanna collettiva: «Non è piacevole allenarsi con lui. I giocatori volevano che io tornassi al Chelsea, ma nessuno apprezzava il tecnico ed è per questo che non è durato a lungo».
Dentro quell’affermazione c’è il tentativo di riscrivere una gerarchia: il gruppo contro il comandante, lo spogliatoio che “subisce” invece di seguire. E c’è anche l’idea che la frattura non fosse soltanto tra Conte e Costa, ma tra Conte e un pezzo di squadra. Un racconto che, per definizione, resta un punto di vista, ma che ha il pregio – o il difetto, dipende da dove lo si guarda – di essere pronunciato senza filtri.
Il cuore della questione, però, torna sempre lì: la mancata riconferma, l’uscita di scena decisa dall’allenatore quando l’attaccante si sentiva ancora centrale. Costa la presenta come un’incongruenza sportiva prima ancora che umana, quasi un tradimento tecnico. E lo dice in modo esplicito: «Scelse di non riconfermarmi. Aveva qualcosa dentro perché non è normale che un allenatore non conti su un giocatore che era il capocannoniere della sua squadra. Non ha avuto riconoscenza, perché i titoli che ha vinto al Chelsea li ha vinti con me».
È qui che l’attacco diventa anche una rivendicazione di merito: io ero decisivo, io ero il finalizzatore, io ero parte del motore che ha portato i trofei. E tu, allenatore, mi hai tagliato fuori con un messaggio, non con un confronto. Nel modo in cui Costa costruisce la sua versione, quel “non fai più parte del progetto” non è una scelta di mercato: è un atto di sfiducia personale, una lama che ha lasciato un segno.
Dall’altra parte c’è Antonio Conte, oggi allenatore del Napoli, e un profilo pubblico noto: intensità, controllo, pressione costante, un’idea di lavoro totalizzante che può trasformarsi in carburante o in logoramento, a seconda di chi la vive. Le parole di Costa, proprio perché arrivano a distanza di anni, sembrano voler dire una cosa semplice: quella compatibilità non c’è mai stata, e il tempo non l’ha addolcita. Anzi, l’ha resa più tagliente.
Resta l’immagine di un rapporto mai pacificato: un ex bomber che non perdona il modo dell’addio e un allenatore che, nel racconto di chi lo accusa, non concede carezze né riconoscenza. E quando una storia del genere torna fuori così, non è mai solo passato: è una scintilla che cerca ancora aria.







