Editoria digitale sotto accusa: l’Inps sanziona Citynews e Fanpage per 8 milioni sul contratto applicato ai giornalisti, tra ricorsi annunciati e polemiche

L’editoria italiana, soprattutto quella digitale, sta scoprendo che il terreno delle “buone pratiche” può diventare improvvisamente un campo minato. L’Inps, secondo quanto emerge dalle ricostruzioni circolate in queste ore, ha sanzionato Citynews e Ciaopeople – i gruppi che controllano, rispettivamente, il network di testate locali spesso riconoscibili dalla parola “Today” e Fanpage – per una cifra complessiva di circa 8 milioni di euro: 4,5 milioni per Citynews e 3,5 per Ciaopeople.

La contestazione non riguarda bilanci, linee editoriali o contenuti, ma la questione più prosaica e decisiva di tutte: il contratto applicato ai dipendenti, con un effetto a catena su stipendi e contributi previdenziali. L’accusa, nella sostanza, è quella di aver utilizzato un contratto nazionale di categoria ritenuto “scorretto” dall’Inps, perché prevederebbe condizioni economiche e contributive inferiori rispetto a quelle stabilite dal contratto giornalistico principale negoziato tra Fieg e Fnsi.

Il punto non è banale e, nel settore, è tutt’altro che nuovo: quale contratto debba essere applicato ai giornalisti e in che modo. Nelle ricostruzioni riportate, Citynews e Ciaopeople applicherebbero il contratto Uspi-Figec, considerato penalizzante per i professionisti, e per questo finito sotto la lente dell’Istituto. Da qui la richiesta di ricalcolare i contributi sulla base delle retribuzioni previste dal contratto principale firmato dalla Fnsi: un ricalcolo che, sempre secondo la stessa ricostruzione, avrebbe prodotto la sanzione.

In questo quadro pesa anche un dettaglio: non sarebbe la prima volta che Citynews finisce oggetto di ispezioni di questo tipo. La differenza, rispetto al passato, è che le verifiche precedenti – sempre stando a quanto riportato – si sarebbero concluse senza multe. Stavolta, invece, la linea dell’Inps sarebbe più netta, con un intervento economico rilevante e una motivazione che entra nel merito della “correttezza” contrattuale.

Sul fronte delle reazioni, i gruppi interessati sarebbero pronti a fare ricorso. Il Giornale d’Italia, viene riferito, avrebbe contattato il ceo di Citynews Luca Lani, che avrebbe scelto la strada del “no comment”. Una prudenza comprensibile, perché quando il tema è un contenzioso potenziale con l’Istituto, ogni parola diventa parte della partita. Diverso il registro che arriva da Fanpage, dove il direttore Francesco Cancellato – sempre secondo la ricostruzione – sostiene di aver letto “diverse inesattezze” nelle cifre e nelle descrizioni delle retribuzioni riportate da alcuni giornali, e interpreta un articolo di Libero sul tema come un attacco politico alla testata. Anche qui, il punto è duplice: contestazione nel merito delle ricostruzioni e lettura del caso come elemento inserito in un clima già polarizzato.

A intervenire è anche la Fnsi, che in una nota usa parole pesanti: l’applicazione non corretta dei contratti, secondo il sindacato, non sarebbe solo un danno ai colleghi giornalisti – costretti a lavorare con stipendi inferiori e tutele minime – ma configurerebbe un esempio di concorrenza sleale. L’argomento è quello classico, ma efficace: se aziende con bilanci importanti possono tenere i costi del lavoro più bassi attraverso contratti considerati “meno onerosi”, il vantaggio competitivo si costruisce non sulla qualità o sull’innovazione, ma sull’abbassamento delle condizioni. E, sempre nella nota Fnsi, si sostiene che questa concorrenza andrebbe perseguita anche per via legale.

Il caso, però, è destinato a produrre effetti ben oltre i due gruppi coinvolti. Citynews e Ciaopeople vengono spesso descritti, dentro il panorama mediatico italiano, come realtà dinamiche, digitali, capaci di crescere e di strutturarsi in un mercato in crisi. Se l’Inps – al termine di verifiche e contenziosi – consolidasse la tesi della necessità di applicare il contratto Fieg-Fnsi come riferimento, l’impatto non sarebbe solo economico, ma anche di modello: cambierebbero i conti, i margini, le strategie e, inevitabilmente, si aprirebbe una discussione su cosa sia sostenibile oggi nell’informazione online.

In mezzo c’è la parola che sposta tutto: “precedente”. Perché se l’Istituto decide che un contratto è “scorretto” rispetto a un altro e chiede ricalcoli e sanzioni, il messaggio si allarga. E chi lavora nel settore sa che i contratti non sono solo carta: sono la linea di confine tra impresa e redazione, tra sostenibilità e diritti, tra crescita e precarietà mascherata.

Ora la partita passa ai ricorsi e ai documenti. Le aziende, da quanto emerge, si preparano a contestare l’impostazione e a difendere la propria scelta contrattuale. Il sindacato rivendica un principio: stesso lavoro, stesso contratto, stesse tutele. L’Inps, con la sanzione, sembra dire che non si tratta più soltanto di un dibattito interno alla categoria, ma di un tema previdenziale e contributivo con conseguenze immediate.

La sensazione, in questa storia, è che la multa sia solo la parte visibile. Il resto è un braccio di ferro che riguarda l’intero mercato dell’informazione digitale: chi paga cosa, con quali regole, e quanto può costare – davvero – fare giornalismo in un Paese che continua a chiedere contenuti “gratis”, ma pretende ancora credibilità e qualità. E quando i numeri entrano in redazione, raramente escono senza lasciare segni.