C’era una volta la Ferrari. Intoccabile, invincibile, sacra. Oggi resta il marchio, resta il mito, resta il merchandising. Ma sotto la carrozzeria lucida qualcosa scricchiola, e il rumore non è quello di un motore V12: è il suono secco di una perdita di potere, di identità, di risultati. E il nome che a Maranello si sussurra sempre più spesso, anche a denti stretti, è uno solo: John Elkann.
Elkann ha azzoppato anche il Cavallino. Non in un giorno, non con un colpo solo, ma con una gestione che ha progressivamente trasformato la Ferrari da squadra leggendaria a entità corporate, da sogno sportivo a asset finanziario come un altro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, tifosi e azionisti: in Formula Uno la Ferrari è un disastro cronico, in Borsa il titolo ha perso circa il 30% del valore nell’ultimo anno. Un doppio fallimento che pesa come un macigno.
Partiamo dalla pista, che è poi l’unico luogo in cui la Ferrari ha davvero senso di esistere. L’ultimo campionato vinto? Costruttori 2008. Da allora, sedici anni di promesse, proclami, “progetti vincenti” e “anni zero” che si susseguono come stagioni di una serie tv sempre uguale. Cambiano i team principal, cambiano i piloti, cambiano i regolamenti. Il risultato no. La Ferrari resta costantemente a un passo dal titolo, che però non arriva mai. Sempre competitiva a parole, sempre sconfitta nei fatti.
E mentre in pista si collezionano figuracce strategiche, errori al muretto, scelte incomprensibili e illusioni primaverili puntualmente smentite dall’estate, fuori dalla pista il Cavallino perde colpi anche dove sembrava inattaccabile: la Borsa. Il titolo Ferrari ha bruciato valore, scivolando sotto il peso di una fiducia che non è più cieca. Gli investitori, a differenza dei tifosi, non credono per fede. Guardano i numeri. E i numeri dicono che qualcosa si è rotto.
Il punto di svolta, per molti osservatori, arriva lo scorso febbraio. È lì che Exor, la holding della famiglia Agnelli-Elkann, annuncia la vendita del 4% delle azioni Ferrari a investitori istituzionali. Un’operazione da circa tre miliardi di euro. Denaro fresco in cassa, certo. Ma a quale prezzo? Uno sconto. Un segnale. Un messaggio al mercato: anche il gioiello di famiglia può essere monetizzato. Anche il Cavallino può essere sacrificato sull’altare della liquidità.
Da quel momento il titolo inizia a declinare. Non di colpo, ma in modo costante, come una lenta emorragia. Perché quando l’azionista di riferimento vende, il mercato ascolta. E capisce. Capisce che qualcosa è cambiato negli equilibri, che la priorità non è più blindare il mito ma far girare il portafoglio. E il mito, quando perde l’aura di intoccabilità, diventa improvvisamente vulnerabile.
Dentro Ferrari, intanto, crescono le tensioni. Non solo tra tecnici e dirigenti, ma anche tra i soci. Da una parte Exor, sempre più dominus. Dall’altra Piero Ferrari, l’altro azionista forte, l’uomo che porta il cognome che pesa come un macigno e che rappresenta, simbolicamente e non solo, il legame con Enzo Ferrari e con l’idea originaria della Scuderia. Un equilibrio delicato, che negli ultimi anni si è fatto sempre più instabile.
Il sospetto, neppure troppo velato, è che la Ferrari sia diventata una pedina in una strategia più ampia, dove contano i bilanci consolidati, le operazioni straordinarie, le plusvalenze. Una Ferrari utile a Exor, più che a se stessa. E qui sta il cortocircuito: perché la Ferrari non è Stellantis, non è Cnh, non è un brand qualsiasi da ottimizzare. È un’eccezione. O almeno lo era.
Elkann, invece, l’ha normalizzata. L’ha resa efficiente, elegante, redditizia sulla carta. Ma le ha tolto quell’ossessione sportiva che l’aveva resa unica. La Ferrari di oggi vende meno auto di massa, guadagna molto su ogni modello, ma in pista non fa più paura. È rispettata, sì. Temuta, no. E per una scuderia nata per vincere, è una condanna.
I tifosi lo sentono. E iniziano a ribellarsi. Non con la rabbia cieca, ma con una disillusione più pericolosa: il distacco. Le tribune rosse restano piene, ma l’entusiasmo si sfilaccia. Ogni stagione inizia con speranza e finisce con la rassegnazione. Ogni errore strategico viene accolto non più con stupore, ma con un amaro “lo sapevo”.
E gli azionisti? Anche loro iniziano a fare i conti. Perché il marchio Ferrari vive di due anime: quella sportiva e quella finanziaria. Quando una crolla, l’altra non può reggere da sola. Senza vittorie, senza titoli, senza gloria, anche il brand rischia di scolorire. Non subito. Ma nel tempo, sì.
Elkann probabilmente non ha “ucciso” la Ferrari. Ma l’ha resa fragile. L’ha trasformata in un’azienda perfetta per i consigli di amministrazione e sempre meno per le domeniche di gara. E il Cavallino, oggi, corre. Ma senza mordere. Senza ruggire. Senza far paura a nessuno. In Formula Uno e in Borsa. E per Maranello, questa è la sconfitta più grande.







