Enrica Bonaccorti, la lettera di Renato Zero ai funerali commuove Roma: “Passerai da me una, cento, mille, un miliardo di volte”

Líarrivo del feretro durante i funerali di Enrica Bonaccorti presso la Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo, Roma, 14 marzo 2026. ANSA/ANGELO CARCONI

Certe parole, quando arrivano nel momento giusto, fanno più rumore del silenzio. Ai funerali di Enrica Bonaccorti, celebrati nella Basilica di Santa Maria in Montesanto, la Chiesa degli Artisti di Roma, è successo esattamente questo. Nel cuore della cerimonia, davanti a una piazza del Popolo piena di amici, colleghi e persone comuni, è stata letta una lettera di Renato Zero che ha colpito tutti per delicatezza, verità e intensità. Non una commemorazione formale, non il solito ricordo pieno di aggettivi di circostanza, ma un dialogo intimo con una donna che per il cantautore è stata “sorella, amica e complice”.

«So che passerai da me prima di affrontare il viaggio di ritorno», ha scritto Renato Zero. E poi ancora: «Ma io so che passerai da me una, cento, mille, un miliardo di volte. Ed è per questa ragione che lascerò sempre aperta quella porta». Sono le frasi che più di tutte hanno trafitto la funzione e che hanno dato la misura di un legame antico, profondo, mai esibito e proprio per questo ancora più potente. Parole che non si limitano a salutare Enrica Bonaccorti, ma la trattengono simbolicamente dentro una relazione che la morte non riesce a spezzare.

La funzione si è svolta nella chiesa simbolo degli addii romani al mondo della cultura e dello spettacolo. Un luogo che in questi anni ha accompagnato l’ultimo saluto a molti protagonisti della scena italiana, ma che stavolta ha avuto un tono particolare, quasi domestico, come se attorno alla bara di Bonaccorti si fosse raccolto non soltanto il mondo dello spettacolo, ma una comunità affettiva vera.

I funerali di Enrica Bonaccorti tra musica, applausi e ricordi

Già molto prima dell’inizio della messa, piazza del Popolo era piena. Non solo volti noti, ma anche persone comuni, telespettatori, estimatori, curiosi, tutti lì per dare un ultimo saluto a una donna che in televisione, in teatro e nella scrittura ha saputo costruirsi un posto speciale. La chiesa, decorata con fiori bianchi, accoglieva vicino all’altare un pianoforte a coda e alcune piante di limone, dettaglio semplice e insieme fortemente evocativo, quasi a voler dare un profumo preciso a un commiato già carico di emozione.

L’arrivo del feretro è stato uno dei momenti più forti della giornata. La bara è entrata sulle note de “La lontananza”, brano che porta la firma di Domenico Modugno ma anche il segno di Bonaccorti, che ne aveva scritto il testo. È bastato l’attacco della canzone per trasformare la commozione in un applauso lungo, spontaneo, quasi liberatorio. Accanto al feretro c’era la figlia Verdiana Pettinari, piegata dal dolore ma composta, mentre accompagnava la madre lungo la navata della basilica.

Il colpo d’occhio era quello delle grandi occasioni tristi: un dolore condiviso, tante presenze, tanti volti dello spettacolo arrivati per testimoniare affetto e rispetto. Tra i presenti c’erano Guillermo Mariotto, Ilona Staller, Alberto Matano, Eleonora Daniele, Valeria Fabrizi, Dario Salvatori, Gianni Ippoliti, Pino Strabioli, Gloria Guida, Ricky Tognazzi e Giancarlo Magalli. C’era anche l’ex marito Arnaldo Del Piave, che ha ricordato il loro legame con parole molto personali, riportando alla luce una parte privata e dolorosa della vita di Bonaccorti.

La lettera di Renato Zero letta in chiesa

A celebrare la funzione è stato monsignor Antonio Staglianò, che durante l’omelia ha letto il messaggio inviato da Renato Zero. È lì che la cerimonia ha avuto il suo vertice emotivo. La lettera non ha scelto il tono alto, non ha cercato l’effetto letterario. Ha scelto la confidenza. Ed è stata proprio questa scelta a renderla devastante.

Zero ha rievocato una vita vissuta fianco a fianco, piena di tentativi, lavoro, ironia e sostegno reciproco. «Ci siamo arrangiati sempre, inventandoci giorno per giorno un mestiere diverso», ha scritto. E ancora: «Tu ti sei persino improvvisata mia manager per farmi ottenere qualche scrittura». In quelle righe c’è tutto un mondo: la Roma dello spettacolo che si inventava da sé, la fame di palcoscenico, la complicità, il coraggio, l’arte di sopravvivere trasformando il talento in mestiere.

Poi la frattura, improvvisa e nuda: «A un tratto però, mi sono svegliato e non ci sei più». È la frase che spezza il racconto e lo porta dalla memoria alla perdita. Subito dopo arriva la domanda più umana, la più semplice e la più feroce: «Adesso dovrò sbrigarmela da solo?». Non c’è nulla di teatrale in quel passaggio. C’è il senso infantile e spaventato dell’abbandono, quello che resta anche negli adulti quando se ne va qualcuno che conosceva i nostri inizi, le nostre fragilità, i nostri difetti.

Il dolore di Roma per Enrica Bonaccorti

Il funerale di Enrica Bonaccorti non è stato soltanto il saluto a una donna di spettacolo. È stato anche il riconoscimento di una figura capace di attraversare registri diversi senza mai diventare impersonale. Autrice, conduttrice, scrittrice, Bonaccorti ha avuto una carriera mobile, a tratti imprevedibile, ma sempre riconoscibile per intelligenza, ironia e sensibilità. Negli ultimi mesi aveva scelto di raccontare pubblicamente la sua malattia, un tumore al pancreas, spiegando con sincerità il motivo della sua lontananza dalla scena pubblica. Una scelta coerente con il suo stile: mai finta, mai patinata, mai costruita per piacere.

Monsignor Staglianò ha colto bene questo tratto durante l’omelia, ricordando come Bonaccorti avesse sempre cercato di “dare voce all’invisibile”. È una definizione che funziona, perché racconta la sua capacità di stare dentro le crepe della vita senza nasconderle. Non a caso il sacerdote ha insistito sul fatto che Enrica non avesse mai avuto paura di raccontare fragilità, fallimenti e debolezze, trasformandoli in racconto e perfino in poesia.

Anche gli amici presenti hanno restituito un’immagine nitida della donna. Alba Parietti ne ha ricordato il coraggio, Alberto Matano ha parlato della sua intelligenza rara e del suo spessore umano, mentre durante la comunione Mara Venier non è riuscita a trattenere le lacrime. Eleonora Daniele ha letto la preghiera degli artisti e Valerio Rossi Albertini, nel finale, ha dato voce a una novella scritta da Bonaccorti, accolta da un applauso lungo e partecipe.

Renato Zero, Enrica Bonaccorti e quella porta lasciata aperta

A restare, alla fine della giornata, sono soprattutto quelle parole finali di Renato Zero. In un funerale pieno di musica, nomi celebri, ricordi e commozione, l’immagine più forte è diventata quella di una porta lasciata aperta. È una frase che contiene molto più di un addio. Contiene un patto di fedeltà con la memoria. È come dire: so che non ci sei più, ma non ti chiudo fuori. So che te ne sei andata, ma continuerò a farti posto.

Dentro questo passaggio c’è forse la verità più precisa dell’intera cerimonia. Enrica Bonaccorti non è stata ricordata come una figura di repertorio, né come un’icona immobile da celebrare con le formule giuste. È stata salutata come una presenza viva, capace ancora di attraversare le vite degli altri. Ed è per questo che il funerale alla Chiesa degli Artisti ha avuto una temperatura diversa: meno rituale, più umana. Meno monumento, più ferita.

Quando il feretro ha lasciato la basilica sulle note de “Il cielo” di Renato Zero, la piazza ha risposto con un altro applauso lungo. Stavolta non era soltanto un gesto di omaggio. Era la chiusura di un cerchio emotivo cominciato con “La lontananza” e finito con quella lettera. In mezzo, il dolore di una figlia, i ricordi degli amici, la commozione di Roma e il saluto a una donna che ha attraversato la televisione e la scrittura senza mai perdere la sua voce. Una voce che oggi, paradossalmente, si sente ancora di più proprio perché manca.

Per capire fino in fondo il peso simbolico della Chiesa degli Artisti in questi addii romani basta guardare alla sua storia. E per misurare la profondità del legame artistico e umano evocato durante la funzione, torna inevitabilmente il nome di Renato Zero, che con quella lettera ha scritto il momento più vero del funerale. Sullo sfondo resta anche l’eredità di Enrica Bonaccorti, una figura che ha saputo essere popolare senza diventare banale, brillante senza perdere malinconia, libera senza chiedere permesso.