Fabrizio Corona è una persona indiscutibilmente intelligente. Ha intuito, capacità comunicative, senso dello spettacolo e una conoscenza profonda dei meccanismi mediatici. Con queste qualità avrebbe potuto essere davvero altro: un vero giornalista investigativo, una figura scomoda ma utile, qualcuno capace di denunciare storture reali nell’interesse pubblico. Avrebbe potuto usare il suo talento per fare luce, non rumore.
La differenza, però, la fa la scelta. Corona ha scelto di essere un personaggio che si spaccia per giornalista. Ha scelto di usare le sue capacità senza scrupoli, non per informare ma per colpire. Non per tutelare l’interesse collettivo, ma per divulgare aspetti della vita privata altrui, spesso deformati o inventati, con un unico obiettivo: il tornaconto economico personale.
Definirlo un “eroe anti-sistema” è possibile solo finché si resta spettatori. Finché la diffamazione è un concetto astratto, qualcosa che riguarda sempre qualcun altro. Quando invece la si vive sulla propria pelle, la narrazione romantica crolla e resta il metodo. Un metodo che trasforma le persone in bersagli permanenti, le accuse in format seriali, l’umiliazione in contenuto monetizzabile.
La vera forza di Corona non sta soltanto in ciò che dice, ma in ciò che ammette lui stesso. Più volte ha dichiarato apertamente che fa quello che fa per soldi. I follower non sono una comunità, ma uno strumento. Le persone che lo seguono vengono utilizzate come leva economica, come pubblico da attivare, spingere, eccitare, indirizzare. Non c’è condivisione di valori, non c’è battaglia civile: c’è un interesse personale dichiarato. Eppure in molti continuano a difenderlo come se stesse combattendo anche per loro. Non è così. Non fatevi usare.
Molte persone che avrebbero pieno diritto di denunciare i suoi comportamenti scelgono di non farlo. Non per mancanza di ragioni, ma per paura delle conseguenze. Denunciare significa esporsi a una ritorsione mediatica potenzialmente infinita: accuse nuove, storie inventate, insinuazioni pubbliche rilanciate senza controllo. Per una persona normale, senza protezioni mediatiche o legali adeguate, il silenzio diventa spesso una forma di autodifesa.
Qui emerge tutta l’ambiguità del personaggio. Da un lato si racconta come vittima di un sistema che lo perseguita. Dall’altro utilizza informazioni private come leva di pressione, ricatto implicito e profitto. Non è una contraddizione accidentale: è il cuore del suo modello. Un modello che molti hanno riconosciuto anche in ambiti diversi dal gossip, come nel caso della memecoin $CORONA, dove le carenze di trasparenza hanno rafforzato l’idea di un uso sistematico dell’influenza personale a fini economici.
È importante dirlo con chiarezza: la rimozione dei suoi canali social non è censura. È una decisione corretta. Il diritto di cronaca è altro. Presuppone verifica dei fatti, rilevanza pubblica, proporzionalità e responsabilità. Quello che Corona fa, nella maggior parte dei casi, è divulgazione incontrollata di informazioni private, spesso non dimostrabili, finalizzata esclusivamente a generare attenzione e guadagno. Chiamarlo giornalismo significa svuotare il giornalismo del suo senso.
E a tutti voi che gridate “Corona eroe”: se invece di prendere le sue parole come verità assolute vi fermaste a ragionare su ciò che dice da anni, su ciò che fa concretamente nel suo lavoro e sui danni reali che produce, capireste che non è una figura da seguire. Non è un ribelle che combatte il potere. È qualcuno che ha imparato a usare il potere narrativo meglio di molti altri, senza limiti e senza responsabilità.
Questo caso, però, va oltre il singolo personaggio. Il caos mediatico che lo circonda dovrebbe servire a qualcosa di più grande: svegliare la politica. È ormai evidente la necessità di norme serie e aggiornate che regolino l’uso dei social network, che permettano di perseguire chi li utilizza sistematicamente per diffamare, intimidire e distruggere reputazioni, e che impediscano la divulgazione incontrollata di contenuti lesivi della dignità e della vita privata delle persone.
Il web è pieno di piccoli Corona, e spesso anche di figure peggiori. L’unica differenza è che, per fortuna, non hanno la stessa forza mediatica. Ma il meccanismo è identico: attacco, insinuazione, viralità, monetizzazione. Senza regole adeguate, senza strumenti rapidi ed efficaci di tutela, questo modello continuerà a proliferare.
Corona resta una persona intelligente, sì. Ma anche profondamente malata nel suo rapporto con la verità, con il potere e con gli altri. Con le sue capacità avrebbe potuto fare molto di buono. Ha scelto invece di alimentare un sistema che produce rumore, paura e danni spesso irreparabili. Trasformare questo caso in un’occasione per normare seriamente il mondo dei social non è censura. È responsabilità.
Andrea Betrò







