Faida legale tra i Police: Andy Summers e Stewart Copeland trascinano Sting in tribunale per milioni di dollari di royalties mancate

I Police tornano a far parlare di sé, ma questa volta non per una reunion né per un anniversario celebrativo. A riaccendere i riflettori sulla band che ha segnato un’epoca è una causa legale pesante, carica di rancori antichi e milioni di dollari in ballo. Andy Summers e Stewart Copeland hanno citato in giudizio Sting, accusandolo di non aver corrisposto loro la quota spettante delle royalties generate dallo streaming dei brani del gruppo, una cifra che, secondo le stime, supererebbe i due milioni di dollari.

La denuncia è stata depositata alla fine del 2024 presso l’Alta Corte di Londra ed è approdata in questi giorni a una prima udienza preliminare. Non era il processo vero e proprio, ma il segnale è chiaro: la frattura è ormai formale, nera su bianco, e rischia di trasformarsi in una delle battaglie legali più simboliche dell’industria musicale contemporanea. Nessuno dei tre ex membri era presente in aula, ma la loro storia comune aleggiava in ogni riga del fascicolo.

Al centro della disputa c’è un accordo che affonda le radici negli anni Settanta, quando i Police erano ancora una band affamata, ben lontana dal diventare un fenomeno globale. Un’intesa risalente al 1977 e formalizzata nel 1981, che prevedeva per ciascun musicista il diritto al 15% delle royalties generate dalle composizioni degli altri membri. Un patto pensato in un’epoca analogica, quando i dischi si vendevano in vinile e cassette, e che oggi viene messo alla prova dall’economia dello streaming.

Sting, autore di tutti i grandi successi del gruppo, da Roxanne a Message in a Bottle, fino a Every Breath You Take, è sempre stato il principale beneficiario dei diritti d’autore. Una posizione mai realmente contestata sul piano artistico, ma che ora viene messa in discussione su quello economico. Summers e Copeland sostengono che l’accordo del 2016, siglato per chiudere definitivamente ogni contenzioso finanziario tra i membri, non includa i proventi derivanti dalle piattaforme digitali come Spotify, Apple Music o Deezer, ma si limiti ai diritti meccanici tradizionali.

Secondo la loro tesi, lo streaming rappresenta una nuova forma di sfruttamento delle opere, non contemplata esplicitamente in quegli accordi, e dunque soggetta a una ripartizione più ampia. In altre parole, i due musicisti chiedono che la loro percentuale venga calcolata sull’intero fatturato digitale generato dai brani dei Police, e non solo su una parte residuale dei diritti.

La difesa di Sting respinge con decisione questa interpretazione. Gli avvocati del cantante parlano di un “tentativo illegittimo di riscrittura” degli accordi già sottoscritti e sostengono che alcune somme versate negli anni potrebbero addirittura configurarsi come pagamenti in eccesso. Una linea dura, che lascia poco spazio a una soluzione amichevole e che trasforma la disputa in un braccio di ferro destinato a protrarsi.

La tempistica della causa non è casuale. Il contenzioso esplode infatti dopo la vendita del catalogo solista di Sting alla Universal, un’operazione stimata intorno ai 250 milioni di dollari, che ha riacceso l’attenzione sui flussi economici legati alle sue opere. Un affare colossale che ha inevitabilmente riportato alla luce le vecchie tensioni mai del tutto sopite tra i membri dei Police, scioltisi ufficialmente nel 1984 dopo appena cinque album pubblicati tra il 1978 e il 1983.

Andy Summers e Stewart Copeland non hanno mai nascosto, negli anni, il loro rapporto complesso con Sting, fatto di riconoscimenti reciproci ma anche di frizioni profonde. La causa legale sembra ora cristallizzare quel conflitto in termini giuridici, mettendo nero su bianco ciò che per decenni è rimasto sullo sfondo delle interviste e delle autobiografie.

In gioco non c’è soltanto una questione di milioni, ma la definizione stessa di come l’eredità di una delle band più influenti della storia del rock debba essere gestita nell’era digitale. Una battaglia che potrebbe fare scuola e che viene osservata con attenzione dall’intera industria musicale, dove sempre più artisti si interrogano su contratti firmati in epoche lontane e oggi messi alla prova da modelli di business radicalmente diversi.

I Police, simbolo di unità creativa e tensione costante, tornano così protagonisti non sulle classifiche, ma nelle aule di tribunale. E mentre le loro canzoni continuano a macinare milioni di ascolti, il conto da pagare rischia di essere, ancora una volta, quello dei rapporti umani mai davvero sanati.