Falsissimo, la resa dei conti di Corona: ecco la nuova puntata, tra accuse e attacco al “sistema”, politica, tv e social. E persino una bestemmia

Corona con la maschera di Piersilvio Berlusconi

Falsissimo, la resa dei conti di Corona. Non è una puntata. È una colata lavica. Un’ora e passa di parole sparate a raffica, di rancori vecchi riciclati come rivelazioni, di nomi trascinati dentro un frullatore che mescola politica, televisione, gossip, sesso, querele, vendette personali e rabbia pura. L’episodio 23 di Falsissimo, intitolato “La supponenza del potere”, era stato annunciato da Fabrizio Corona come il capitolo finale della sua inchiesta sul presunto “sistema Signorini”. Alla prova dei fatti, però, più che una chiusura è una detonazione. Più che un’inchiesta, una sfuriata. Più che una puntata, una seduta di terapia urlata davanti a una telecamera.

Il punto è che, dietro tutto questo rumore, di davvero nuovo c’è pochissimo. Cambia il volume, non cambia la sostanza. Corona torna sugli stessi bersagli, sugli stessi sospetti, sulle stesse accuse già lanciate nelle puntate precedenti. Solo che stavolta alza ancora il tiro, perde ogni freno residuo e trasforma il racconto in uno sfogo permanente. Non c’è quasi più gerarchia tra i fatti, non c’è misura tra i toni, non c’è differenza tra un’accusa, un insulto, una minaccia, una battuta oscena e una rivendicazione personale. Tutto finisce nello stesso impasto rabbioso.

Una puntata che diventa uno sfogo

L’apertura è già un manifesto. «Chi crede alle favole perde, chi conosce la verità vince», dice Corona. E poco dopo si attribuisce il ruolo di uno che sarebbe stato colpito dal sistema proprio per aver osato raccontare ciò che altri non raccontano: «Abbiamo l’obbligo di raccontarvi la parte finale, perché nessuno ne parla». La linea è questa dall’inizio alla fine: lui come unico sopravvissuto, unico vero, unico disposto a pagare il prezzo della verità; tutti gli altri come complici, pavidi, servi, venduti o silenziosi.

La scenografia è coerente con il personaggio. A un certo punto si maschera perfino da Pier Silvio Berlusconi, trasformando il bersaglio in caricatura e lo scontro in teatro grottesco. Non è un dettaglio folcloristico: è il segno del metodo. In questa puntata la messa in scena conta quanto, se non più, del contenuto. Ogni nome deve essere abbassato a maschera, ogni volto va ridotto a caricatura, ogni avversario deve diventare bersaglio di una personalizzazione feroce. È il linguaggio di Corona portato all’estremo, senza più nemmeno il tentativo di sembrare altro.

Signorini nel mirino

Il capitolo più martellante resta naturalmente quello su Alfonso Signorini, che continua a essere il perno di tutta la costruzione narrativa. Corona ribadisce che l’inchiesta sarebbe partita «il 15 dicembre dello scorso anno» e che avrebbe toccato «qualcosa di difficile, qualcosa di pericoloso, qualcosa di potente». Da lì in avanti torna su tutte le accuse già note, riciclate però come prova del fatto che nessuno avrebbe voluto ascoltarlo. E rilancia con il tono del perseguitato: «Fabrizio Corona è stato oscurato. Gli account sarebbero stati rimossi dalle piattaforme digitali Meta dopo le sue dichiarazioni». Subito dopo cita il suo legale per definire tutto «un’operazione di censura antidemocratica».

Il problema è che la puntata non si ferma mai a Signorini. Al contrario, Signorini diventa il centro da cui si irradia una guerra contro chiunque. Mediaset, Endemol, politica, giornali, conduttori, opinionisti, magistrati, imprenditori, ex compagne, giornaliste. Non manca nessuno. A tratti sembra davvero che per fare l’elenco completo degli insultati dall’ex re dei paparazzi servirebbe un’enciclopedia.

Tocca pure a La Russa

Nel mirino finisce Ignazio La Russa, e qui il linguaggio scivola del tutto nel comizio da bar. Corona collega il referendum al rifiuto del potere politico e scandisce: «Quel voto è un no alla Meloni, è un no a Del Mastro, è un no alla Santanchè, è un no a quel coglione di La Russa». Non contento, si auto-cita e si compiace dell’insulto: «Ho detto coglione. Eh sì, ho detto coglione. E che cosa fa Ben ora? Mi querela. Eh, se mi querela gli vado incontro». La volgarità non è un incidente: è il cuore della scena. Corona non insulta perché perde il controllo, insulta perché sa che l’insulto è parte dello spettacolo e lo rivendica come gesto politico.

Di rimbalzo arriva il colpo anche a Giorgia Meloni, descritta non come leader ma come figura manovrata: «Questa è la motivazione per cui Giorgia è andata lì. Il suo capo Ignazio, perché lei è un’attrice in mano a La Russa». Il senso è chiarissimo: La Russa come regista occulto, Meloni come marionetta. Non è una critica politica, è una delegittimazione totale costruita per umiliare.

Fedez forte con i deboli, debole con i forti

Poi si passa a Fedez, usato come esempio perfetto di chi, secondo Corona, sarebbe incapace di colpire il potere vero. Il ritratto è velenoso: uno che con i forti abbassa lo sguardo e con i più esposti fa il duro. La formula è secca e pesa come una sentenza: forte con i deboli, debole con i forti. Nel racconto di Corona, il rapper diventa il simbolo di una generazione mediatica che si vende come ribelle ma poi, quando c’è da sfidare il sistema davvero, si piega o balbetta. Anche qui il punto non è l’argomentazione: è la demolizione personale.

Ma è sul fronte televisivo che la puntata raggiunge la massima densità tossica. Maria De Filippi viene evocata più volte, chiamata in causa con tono sprezzante, usata come pedina dentro quel presunto circuito di favori, potere, inviti e ritorni in tv che Corona continua a raccontare come un sottobosco opaco. Il suo nome viene tirato dentro senza delicatezza, senza argini, in un flusso in cui il disprezzo conta più del ragionamento.

Poi toccherà pure a Belen

Subito dopo arriva la stoccata a Belen Rodriguez, ex fidanzata di Corona e nuovo possibile bersaglio annunciato quasi con gusto sadico: «Toccherà anche a Belen dopo che è scesa a Patti pagando il prezzo del successo, accettando l’invito della De Filippi». Non aggiunge molto altro. Nessun dettaglio, nessun fatto preciso, nessun elemento nuovo. Ma il messaggio è fin troppo chiaro: il suo nome viene lasciato appeso come una promessa di futuro massacro mediatico. Una frase sospesa, ma abbastanza pesante da suonare come minaccia travestita da anticipazione.

Se però c’è un capitolo in cui la puntata precipita davvero nel fango, quello è dedicato a Selvaggia Lucarelli. Qui Corona la attacca sul terreno più delicato e tossico possibile, tirando in ballo la tragedia della ristoratrice Giovanna Pedretti, la donna suicida dopo il clamore mediatico nato attorno alla sua vicenda. Corona legge e commenta una risposta di Lucarelli, che alla domanda sul caso replica: «È stato un caso molto sfortunato. A qualunque giornalista può capitare di dare una notizia e provocare delle conseguenze al di fuori del proprio controllo».

Da lì parte un affondo durissimo. La accusa di essersi chiamata fuori, di avere minimizzato, di non aver compreso la gravità umana di quella storia. La inchioda su una formula che, nella sua lettura, è fredda, cinica, autoassolutoria. E insiste: la sua non sarebbe stata informazione, ma una caccia. Non una notizia, ma uno sciacallaggio. Il tono è feroce e l’intenzione pure: farla apparire come volto emblematico di un giornalismo che sa solo schiacciare chi non ha strumenti per difendersi.

Alla fine tocca alla Blasi

Poi c’è Ilary Blasi, e qui la puntata cambia di nuovo tono, ma solo per peggiorare. Corona non si limita ad attaccarla per il suo ritorno al Grande Fratello. Costruisce su di lei un vero dossier di rancore, mescolando carriera, corpo, matrimonio, denaro e presunte ragioni editoriali. La sua tesi è brutale: Blasi sarebbe tornata al GF «solo per fare un dispetto» a lui e come prodotto perfetto del sistema Mediaset che oggi finge di aver cambiato pelle. Ma soprattutto la colpisce sul terreno economico e personale: la descrive come una donna che si sarebbe mangiata il patrimonio di Totti, che avrebbe costruito la propria fortuna spremendo il capitano della Roma, che oggi vivrebbe di rendita su quella storia e su quel matrimonio. Arriva a insinuare che Totti non abbia più un euro, che sia costretto a lavorare ancora per mantenere lei e tutto il suo mondo, mentre lei avrebbe accumulato un patrimonio enorme, sproporzionato rispetto a quanto avrebbe guadagnato davvero in carriera.

Non basta. La degrada a simbolo del vecchio trash venduto come nuovo, la colloca dentro una genealogia televisiva fatta di gossip, corpi esibiti, uomini potenti accanto alle donne giuste. E nel finale sfocia apertamente nel bodyshaming, commentando vecchie foto di nudo, il corpo, il seno, l’aspetto fisico con una volgarità gratuita che poco ha a che vedere con qualunque pretesa giornalistica. È lì che arriva anche la bestemmia finale, nel momento in cui osserva quelle immagini di Ilary Blasi nuda e trasforma il commento in un ultimo strappo osceno. Non è una scivolata qualsiasi. È il punto in cui il già fragile confine tra invettiva e degrado viene definitivamente cancellato.

Marina e Pier Silvio, pioggia di insulti

Se Ilary viene trattata come il simbolo del trash riciclato, Marina Berlusconi e Pier Silvio Berlusconi diventano i grandi mostri del potere. E qui Corona ci mette davvero tutto. Non si limita ad accusarli di sapere, tacere, coprire. Li investe con una collezione intera di insulti personalizzati, di battute cattive, di frecciate sui gusti sessuali, sulle relazioni, sulle famiglie. Marina viene colpita anche attraverso i presunti gusti del marito, con riferimenti pesanti e allusivi. Di Pier Silvio, invece, Corona fa un bersaglio totale: lo chiama bugiardo, lo trasforma in maschera, ne mette in discussione la sincerità, l’identità, perfino la capacità di dire la verità su sé stesso. Il passaggio è feroce: «È un bugiardo cronico», dice, prima di affondare ancora. E poi torna sulla causa da 160 milioni per descriverla come un’arma sproporzionata, una Slapp, una causa temeraria usata per zittire. Il risultato è una guerra personale che ha smesso da tempo di essere solo mediatica.

Anche Gerry Scotti finisce dentro il mucchio. Non è tra i bersagli più sviluppati, ma viene trascinato nel gruppo dei “potenti” con Signorini e gli altri: «Signorini, Gerry Scotti e tutto quel gruppo di potenti… riscriviamo la storia, poi vediamo chi vince la battaglia». È una frase che dice tutto del metodo Corona: non serve che un nome abbia davvero un ruolo centrale. Basta che appartenga al palazzo televisivo giusto. A quel punto è colpevole per appartenenza, complice per vicinanza, bersaglio per definizione.

E Corona? un martire

In mezzo a tutto questo, Corona continua a rivendicare il proprio martirio. «Mentre noi paghiamo le pene della sofferenza, del duro lavoro che stiamo facendo», dice, come se la puntata fosse la confessione di un perseguitato. Parla di querele, di Meta, di Mediaset, di procure, di magistrati, di sequestri, di account chiusi, di sold out teatrali. Si mette in scena come uomo che cade e rinasce: «Hanno sbagliato persona, perché mi hanno sottovalutato». E ancora: «Io sono Notizia». È il solito Corona, ma portato a un livello quasi caricaturale di auto-mitologia.

Il paradosso finale è tutto qui. Doveva essere la puntata che chiudeva il cerchio. Quella che finalmente aggiungeva qualcosa, sistemava i conti, mostrava la prova definitiva, metteva un punto. Invece diventa un catalogo smisurato di rancori. Una grandinata di insulti. Un campionario di volgarità che travolge tutti: La Russa, Meloni, Fedez, Maria De Filippi, Belen, Selvaggia Lucarelli, Ilary Blasi, Marina Berlusconi, Pier Silvio, Signorini, Gerry Scotti. E probabilmente molti altri ancora.

Davvero sarà l’ultima puntata?

Alla fine annuncia che questa è l’ultima puntata di Falsissimo. Ma la sensazione non è quella di una chiusura ordinata. È quella di una porta sbattuta con violenza. Di un uomo che non sta chiudendo un’inchiesta, ma buttando fuori da sé tutto, senza più scegliere cosa dire e cosa no. E forse è proprio questa la fotografia più esatta dell’episodio 23: una puntata talmente piena di rabbia da divorarsi da sola. Una lunga sfuriata in cui, sotto montagne di parole, resta ben poco di davvero nuovo. Solo il rumore. E parecchio veleno.