Mentre avvocati, giudici e comunicati stampa si rincorrono, lui va avanti come se nulla potesse davvero fermarlo. Anzi, rilancia. Fabrizio Corona porta Falsissimo a teatro e lo fa con un titolo che è già una dichiarazione di guerra: Scacco matto al potere dei media. La notizia arriva mentre la querelle giudiziaria resta apertissima e i fronti, invece di restringersi, sembrano moltiplicarsi. Il messaggio, neppure troppo cifrato, è chiaro: se il web diventa un terreno minato, il palcoscenico resta uno spazio ancora libero, o almeno così viene raccontato.
Il comunicato diffuso da Gruppo Anteprima parla senza giri di parole di “Fabrizio Corona nei teatri italiani” e annuncia le prime date del tour, tutte concentrate nel mese di maggio. Si parte da Milano il 7 maggio all’Eco Teatro, poi Catania il 14, Napoli il 21, Roma il 22 e Padova il 23. Una sequenza rapida, quasi una staffetta, che sembra voler capitalizzare l’onda lunga delle polemiche prima che l’attenzione si sposti altrove o che arrivino nuovi stop. Perché la domanda, inevitabile, è proprio questa: arriveranno? E se sì, con quali strumenti?
Il passaggio dal tubo catodico di YouTube alle luci del teatro non è solo una scelta artistica o commerciale. È una mossa politica nel senso più stretto del termine: cambiare campo di gioco quando il terreno diventa scivoloso. Falsissimo, negli ultimi mesi, è stato il detonatore di uno scontro frontale con il mondo dell’intrattenimento televisivo e con i suoi volti più riconoscibili. Un format costruito sull’attacco, sulla denuncia urlata, sulla promessa di verità “che nessuno vuole farvi sapere”, e che ora si reinventa come spettacolo dal vivo, con tanto di biglietto, platea e applausi.
Nel frattempo, mentre i manifesti teatrali vengono preparati, sul fronte giudiziario il calendario si riempie. È stata fissata per il 21 settembre, davanti al Tribunale civile di Milano, la prima udienza della maxi causa civile intentata dal gruppo Mediaset insieme a Pier Silvio Berlusconi e Marina Berlusconi, oltre a Maria De Filippi, Silvia Toffanin, Gerry Scotti, Ilary Blasi e Samira Lui. La richiesta complessiva di risarcimento è di 160 milioni di euro, una cifra che da sola basterebbe a spiegare la durezza dello scontro. L’accusa è quella di una vera e propria campagna di odio e diffamazione, caratterizzata – secondo gli atti – da una violenza verbale definita “inaudita”, con conseguenze reputazionali e patrimoniali.
Una causa che pesa come un macigno e che segna un salto di scala rispetto alle polemiche social. Qui non si parla più solo di video rimossi o profili oscurati, ma di responsabilità civili, di danni quantificati, di un contenzioso che promette di essere lungo e molto esposto mediaticamente. Eppure, anche di fronte a questo scenario, Corona non arretra. Anzi, continua a occupare lo spazio pubblico, cercando varchi alternativi.
C’è poi il capitolo del ricorso contro il blocco dei video. Il 6 febbraio è stato depositato un atto di reclamo contro l’ordinanza del giudice civile di Milano Roberto Pertile che, il 26 gennaio, aveva imposto a Corona di non diffondere ulteriori contenuti ritenuti diffamatori nei confronti di Alfonso Signorini, di rimuovere quelli già presenti su web e social e di consegnare tutto il materiale utilizzato per le puntate di Falsissimo: documenti, chat, immagini, video. Un provvedimento netto, che secondo il giudice mirava a fermare un meccanismo capace solo di alimentare un “pruriginoso interesse del pubblico” e una “morbosa curiosità per piccanti vicende sessuali”.
Nelle motivazioni si parla di accuse gravi, di condotte immorali e penalmente rilevanti attribuite senza il conforto di prove, con l’unico obiettivo di offendere la dignità personale e ricavare profitto. Una lettura che la difesa contesta frontalmente. Per l’avvocato Ivano Chiesa, quel provvedimento si fonderebbe su un presupposto errato: non l’intenzione di parlare dei gusti sessuali del conduttore, ma la volontà di denunciare l’esistenza di un sistema che avrebbe comportato la commissione di reati, con denunce e un’indagine in corso.
Da qui il reclamo, che sposta il baricentro del discorso sulla libertà di espressione tutelata dalla Costituzione e contro ogni forma di censura preventiva. Sarà ora un collegio di giudici civili a dover fissare un’udienza e a valutare se il confine tra diritto di critica, denuncia e diffamazione sia stato superato oppure no. Un passaggio tecnico, certo, ma anche altamente simbolico in un clima in cui la parola “censura” viene agitata come una clava.
In questo quadro, il ritorno – o presunto tale – di Corona su Instagram il 5 febbraio aggiunge un ulteriore livello di ambiguità. Espulso dai social, poi di nuovo attivo, almeno per qualche ora o con profili che spuntano e scompaiono: un gioco del gatto e del topo che contribuisce a tenere alta l’attenzione e a ribadire un messaggio di fondo. Non importa dove, non importa come: l’importante è esserci.
Il teatro, allora, diventa l’ennesima arena. Un luogo fisico, con un pubblico pagante, dove il racconto può cambiare forma ma non sostanza. Resta da capire se le istituzioni e i tribunali considereranno questa trasposizione come un semplice spettacolo o come la prosecuzione, con altri mezzi, di un conflitto già esploso altrove. Per ora, le date sono lì, nero su bianco. E la sensazione è che, almeno fino a maggio, la sfida sia appena cominciata.







