Gesù Cristo sta per tornare sulla Terra? Se la domanda fosse posta in una chiesa, la risposta sarebbe materia di fede. Se invece la domanda compare su una piattaforma di prediction market basata su blockchain, la risposta diventa un numero. Un numero che si compra e si vende.
Su Polymarket è comparsa una scommessa sulla possibile seconda venuta di Cristo prima del 2027. Non è una provocazione isolata: la piattaforma è abituata a ospitare mercati su elezioni, conflitti, decisioni geopolitiche e persino eventi altamente improbabili. Ma questa volta la curiosità non sta tanto nell’oggetto della scommessa, quanto nel meccanismo che si è innescato intorno.
Polymarket funziona con una logica semplice e brutale: ogni evento è tradotto in una domanda binaria, “Sì” o “No”. Gli utenti acquistano quote con denaro reale. Il prezzo delle quote riflette la probabilità percepita dell’evento. Se molti comprano “Sì”, il prezzo sale e con esso la probabilità stimata. Se prevale il “No”, accade l’opposto. Non è un oracolo, è un mercato. E come tutti i mercati, è influenzato dal comportamento di chi vi partecipa.
Nel caso specifico, la probabilità di un ritorno di Gesù entro la fine dell’anno si mantiene intorno al 4-5%. Una cifra che, più che esprimere una convinzione teologica, riflette una dinamica di scambio. Ma la vera novità è un mercato secondario, nato come derivazione del primo: non si scommette direttamente sul ritorno di Cristo, ma sul fatto che la probabilità indicata nel mercato principale supererà il 5% entro il 17 febbraio 2026.
È qui che la vicenda diventa interessante – e controversa. Alcuni trader hanno individuato un’opportunità di arbitraggio: acquistando in massa quote “Sì” nel mercato principale, possono far salire artificialmente la probabilità stimata. Se la soglia del 5% viene superata, chi ha puntato nel mercato secondario incassa. Non importa che non ci siano nuove informazioni sull’evento reale. Conta il numero visualizzato sulla piattaforma.
In altre parole, non si scommette sulla fede, ma sulla reazione del mercato. E in molti, nei commenti pubblici, parlano apertamente di “manipolazione”. Altri la definiscono una scommessa sulla manipolazione stessa. È un gioco a incastri: chi compra “Sì” nel mercato principale lo fa per influenzare un altro mercato, non perché creda davvero che qualcosa accadrà.
Questo tipo di dinamica è reso possibile da una caratteristica strutturale dei mercati predittivi: la liquidità spesso limitata. Se il volume di scambi è relativamente basso, bastano pochi investitori con capitali consistenti – le cosiddette “whales” – per spostare in modo significativo il prezzo. Una manciata di operazioni può far salire la probabilità di uno o due punti percentuali nel giro di poche ore.
Il risultato è che il prezzo delle quote non riflette esclusivamente la probabilità oggettiva dell’evento, ma anche la strategia di chi partecipa. È un meccanismo noto nei mercati finanziari tradizionali, ma qui assume una dimensione quasi paradossale: la probabilità del ritorno di Gesù diventa una variabile speculativa, soggetta alle stesse logiche di un titolo azionario o di una criptovaluta.
C’è poi un aspetto culturale non secondario. I prediction market nascono con l’idea di aggregare informazioni e aspettative collettive. In teoria, il prezzo finale dovrebbe sintetizzare la “saggezza della folla”. Ma quando il mercato si concentra su eventi altamente improbabili o simbolicamente forti, il rischio è che l’indicatore perda significato. Non perché qualcuno creda davvero all’imminenza di una nuova venuta, ma perché qualcuno vede un margine di profitto nel breve termine.
La scommessa su Cristo diventa così un laboratorio. Non religioso, ma finanziario. Dimostra come una piattaforma decentralizzata possa generare mercati derivati sempre più sofisticati, anche su temi che, fino a pochi anni fa, sarebbero rimasti fuori dal perimetro delle scommesse pubbliche. E dimostra anche quanto sia sottile il confine tra previsione e speculazione.
Alla fine, la probabilità del 4-5% dice poco o nulla sulla teologia e molto sulle dinamiche di mercato. Se nei prossimi giorni la quota dovesse superare il 5%, non significherebbe che qualcosa sta per accadere. Significherebbe che qualcuno ha comprato abbastanza “Sì” per far salire il prezzo.
E forse è proprio questo l’aspetto più significativo della vicenda: in un’epoca in cui tutto può essere trasformato in asset, anche la seconda venuta diventa una voce di portafoglio. Non una profezia, ma una posizione aperta. Non un annuncio dal cielo, ma un grafico che sale o scende in base alle mosse delle whales.







