Giletti contro Ranucci, resa dei conti in Rai: “Ipocrita, non sono dei Servizi né di lobby. Non si creda Greta Garbo o Bud Spencer”

Massimo Giletti riapre il dossier Rai, ma soprattutto riapre il fuoco contro Sigfrido Ranucci. Dopo giorni di silenzio, il conduttore mette le mani avanti e poi affonda: «Sono un uomo libero, non appartengo ai servizi segreti né a nessuna lobby». Dice di voler “riavvolgere il nastro” e partire dall’inizio dello scontro, quello nato dalla chat resa pubblica con Maria Rosaria Boccia e dal modo in cui, secondo lui, “Report” lo avrebbe tirato dentro.

Giletti racconta di aver ricevuto un messaggio di Ranucci proprio la mattina in cui Il Giornale di Cerno pubblicava le chat: «Usano te per colpire me, è una totale manipolazione. La mia solidarietà». Ma è qui che scatta la frattura. Perché, nella ricostruzione di Giletti, quel messaggio privato stride con ciò che poi sarebbe emerso: «Non c’è stata nessuna manipolazione, lui quelle cose le ha scritte davvero». E da quel momento, sostiene, la scelta di parlarne pubblicamente non è più un’opzione ma una necessità: «Non potevo rimanere in silenzio. Ho voluto rimarcare l’ipocrisia di chi mi ha mandato un messaggio personale dove negava di aver mai scritto una cosa del genere, ma in realtà lo aveva fatto».

Il punto, per Giletti, non è neppure la scivolata in sé, quanto il modo di gestirla. Dice che avrebbe preferito una resa diretta, una frase franca: «Avrei preferito che Ranucci mi dicesse che aveva fatto una cazzata, oppure che ammettesse: sì, l’ho detto. E la questione si chiudeva lì». Invece no. E quando gli si fa notare che nelle chat private capita di esagerare per compiacere l’interlocutore, Giletti non arretra: ammette che succede, ma rimarca il bersaglio che, a suo dire, lo ha trasformato in strumento narrativo. Se l’obiettivo era colpire il ministro Sangiuliano, insiste, «Ranucci non doveva usare me per fare breccia nel cuore di Maria Rosaria Boccia».

A quel punto entra in scena la parola che, in Rai, diventa sempre una mina: “lobby”. Giletti dice che può anche ridere delle insinuazioni sull’omosessualità, ma non accetta l’etichetta politica e la caricatura di potere: «Del discorso dell’omosessualità non mi importa, ci rido su, ma la questione della lobby non la accetto». La famosa “lobby” che in questa storia sarebbe composta da Cerno, Signorini e “il signor B”. E qui Giletti la smonta con sarcasmo da palcoscenico: una lobby, dice, che “fa acqua da tutte le parti”. Poi rivendica un punto che considera decisivo: di essere stato «l’unico in Rai» ad avere fatto due puntate su Signorini e sulle accuse di Corona, un tema che definisce “scottante” e addirittura “ipervietato”.

La polemica però non resta sul terreno delle chat. Perché l’accusa che Giletti respinge con più fastidio è un’altra: l’idea di essere “al servizio dei Servizi”. Lui la vive come una degradazione automatica, quasi un’etichetta pronta all’uso: «Manca solo che mi dia del fascista». E rilancia, tornando alla domanda che lo ossessiona: se Ranucci lo accusava davvero, perché in privato gli scriveva l’opposto?

A questo punto Giletti collega tutto a una ferita più vecchia, e cioè alla storia dell’incontro tra Renzi e l’ex 007 Mancini, che lui dice di avere trattato a lungo in trasmissione. Rivendica di aver smontato una ricostruzione piena di incongruenze e sostiene che da lì nasca l’astio di Ranucci, che all’epoca gli avrebbe inviato «un messaggio pesantissimo». Ma il nodo resta: Giletti ammette di aver incontrato Mancini, e lo difende come un gesto professionale, non un segnale di appartenenza: se segui certe inchieste, dice, «è normale incontrare i protagonisti». E se questo basta per essere “dei Servizi”, allora la discussione diventa un tribunale mediatico senza prove.

Qui piazza la frase più pesante dell’intervista, quella che sposta il tiro e ribalta l’accusa: «Io ricordo a Sigfrido che quando un pm chiese all’allora capo dei servizi segreti italiani, la dottoressa Belloni, quali fossero i loro rapporti con Sigfrido Ranucci, lei rispose: oppongo il segreto di Stato. Quindi ognuno si faccia delle domande e si dia delle risposte».

Sulla questione degli ascolti, Giletti sceglie una stoccata più teatrale: dice che il suo programma non ha “trent’anni di storia” come Report, ma è “vincente” e soprattutto invita Ranucci a ridimensionare l’aura: «Non dovrebbe ritenersi né Greta Garbo né Bud Spencer». Poi prova a riportare la faccenda dentro una metafora “Rai di una volta”, quasi da riconciliazione obbligata: per lui sono due risorse diverse, «un po’ come Coppi e Bartali», e in un momento complicato per il giornalismo e per la stessa Rai bisognerebbe stare uniti.

Ma l’unità, qui, è una parola che regge poco. Perché Giletti chiude con un invito che è al tempo stesso una mano tesa e una sfida: dice che Ranucci “deve essere sempre e comunque difeso”, ma nello stesso respiro lo chiama al confronto in tv. Lo invita a “Lo stato delle cose”, gli offre spazio, «dieci minuti», e propone persino un moderatore di peso, Michele Santoro. Le porte, assicura, «sono aperte». E la domanda vera diventa un’altra: è davvero un tentativo di chiarimento, o l’ennesimo ring costruito in prima serata?

Se il bersaglio in Rai, come sostiene Giletti, è “solo Ranucci”, allora questa storia non è più una lite tra colleghi: è una guerra interna combattuta a colpi di chat, sospetti e inviti in studio. Una guerra che non ha bisogno di sigle né di smentite: si alimenta da sola, ogni volta che qualcuno decide di “riavvolgere il nastro”.