Giulio Regeni, i genitori attaccano dopo lo stop al documentario: “La sua storia dà fastidio, quel film smuove le coscienze”

Giulio Regeni

Ci sono storie che il tempo non consuma. Le rende anzi più scomode, più vive, più difficili da archiviare. Quella di Giulio Regeni è una di queste. A dieci anni dal sequestro, dalla tortura e dall’omicidio del ricercatore friulano in Egitto, la sua vicenda continua a interrogare la coscienza pubblica italiana. E continua, evidentemente, anche a disturbare qualcuno. È questo il senso profondo delle parole pronunciate da Paola e Claudio Regeni dopo l’esclusione dai fondi pubblici del documentario Tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti e dedicato proprio alla storia del loro figlio. “Forse tutto questo a qualcuno dà fastidio o fa paura”, dicono oggi i genitori di Giulio Regeni. Una frase semplice, ma pesante come una pietra.

Il punto, del resto, non è soltanto economico. Il film esiste già, è stato realizzato, è stato proiettato, ha trovato un pubblico ed è stato anche premiato. Non siamo di fronte a un progetto ancora da costruire o a una proposta sulla carta. Siamo davanti a un’opera che ha già camminato con le proprie gambe, che ha già incontrato spettatori, scuole, amministrazioni, associazioni, università. E proprio per questo la sua esclusione dai contributi decisi dal ministero della Cultura finisce per apparire, agli occhi della famiglia Regeni e di molti altri, come qualcosa che va oltre una semplice valutazione tecnica.

Il documentario su Giulio Regeni escluso dai fondi pubblici

Tutto il male del mondo racconta il sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni, ma racconta anche molto di più. Tiene insieme il profilo umano del giovane ricercatore, la brutalità di un sistema autoritario, la lunga ostinazione di una famiglia che non ha mai accettato il silenzio come destino, e il lavoro di una magistratura che, nonostante depistaggi e ostacoli, ha continuato a cercare verità. È questo intreccio ad aver dato forza al documentario, trasformandolo in qualcosa che supera la dimensione cinematografica e si colloca apertamente nel campo della memoria civile.

Ed è proprio su questo terreno che si è aperta la frattura. Il ministero ha lasciato fuori il film dai finanziamenti pubblici, nonostante il riconoscimento già ottenuto e la circolazione che l’opera aveva saputo conquistarsi. La motivazione, per come è stata riportata, richiama criteri di “qualità artistica” e “identità culturale”. Ma il problema politico nasce qui: perché quando un film già visto, premiato e richiesto da tanti territori viene escluso, il dubbio che la decisione non sia soltanto tecnica si affaccia con forza.

Per i Regeni il successo avuto dal documentario nelle sale, insieme alle richieste di proiezione arrivate da Comuni, scuole, parrocchie e associazioni anche straniere, dimostra che quella storia non appartiene a una nicchia militante. Appartiene invece a un pezzo largo di società. E il fatto che decine di atenei italiani abbiano aderito al progetto “Le Università per Giulio Regeni” conferma che il film non si limita a informare: coinvolge, scuote, interroga.

Una storia che qualcuno vorrebbe ridurre a vicenda di parte

Il punto che i genitori di Giulio Regeni mettono sul tavolo è forse il più delicato di tutti. In questi anni, spiegano, ciò che li ha indignati non sono stati soltanto i ritardi, le ambiguità, le omissioni. A ferirli è stato anche il tentativo di trasformare la storia di Giulio Regeni in una vicenda divisiva, quasi “di parte”. Come se il sequestro, la tortura e l’uccisione di un cittadino italiano da parte di apparati di uno Stato straniero non riguardassero l’intera comunità nazionale, ma solo un fronte politico o culturale.

È una torsione che pesa, perché svuota il senso universale della richiesta di verità e giustizia. In questi anni ci sono stati sindaci che hanno rimosso gli striscioni con la scritta “Verità e giustizia per Giulio Regeni”, silenzi istituzionali, imbarazzi, prudenze. E ogni volta il rischio è stato lo stesso: spostare la vicenda dal terreno dei diritti a quello delle convenienze. Ma per i Regeni questo slittamento è inaccettabile. Le violazioni dei diritti umani subite da Giulio, dicono, riguardano necessariamente tutti i cittadini, perché toccano il rapporto tra individuo, Stato, libertà, verità.

Da qui nasce il valore del documentario. Non solo perché ricostruisce i fatti, ma perché restituisce il senso di quello che questa storia rappresenta per il Paese. Racconta Giulio Regeni come ricercatore, come figlio, come cittadino, ma racconta anche la ferocia di una dittatura e la resistenza di chi non si arrende all’impunità. Non è un prodotto neutro nel senso freddo del termine. È un’opera che prende posizione a favore della verità. E forse è proprio questo a renderla scomoda.

Il sostegno cresce fuori dai palazzi

Mentre il film viene escluso dai fondi, fuori dai ministeri si muove altro. Si moltiplicano gli attestati di solidarietà, le adesioni, le prese di posizione. L’appello a ripensare la decisione si è allargato rapidamente, raccogliendo centinaia di firme. Non si tratta solo di una mobilitazione simbolica. È il segnale che attorno alla figura di Giulio Regeni continua a esistere una comunità civile vigile, compatta, pronta a reagire ogni volta che quella vicenda sembra essere spinta ai margini.

Tra le adesioni citate ci sono figure del mondo culturale e associativo, realtà istituzionali e quel “popolo giallo” che in questi anni non ha mai smesso di presidiare piazze, finestre, scuole e luoghi pubblici con il volto di Giulio Regeni. Un sostegno trasversale che racconta una cosa precisa: la storia di Giulio Regeni non è diventata memoria inerte, non è stata congelata nella liturgia del ricordo. Continua a produrre domande. Continua a chiedere una presa di posizione.

E in questo quadro pesa anche il fatto che il documentario sia destinato a proseguire il suo cammino. È prevista una proiezione al Parlamento europeo, ulteriore conferma di una rilevanza che esce dal perimetro nazionale. Il film, insomma, non si ferma. E forse è proprio questa la ragione per cui la scelta di escluderlo dai finanziamenti assume un valore ancora più controverso: colpisce un’opera che ha già dimostrato di saper arrivare lontano.

Alla fine si torna sempre allo stesso nodo. La storia di Giulio Regeni continua a vivere perché non si lascia chiudere in un faldone, in una commemorazione, in una formula di circostanza. Ogni volta che riemerge, costringe a guardare in faccia non soltanto la violenza subita da un ragazzo italiano, ma anche le esitazioni, le paure e le convenienze che hanno accompagnato la ricerca della verità. Per questo Paola e Claudio Regeni non arretrano. Sanno bene che il documentario, con o senza fondi, continuerà a camminare. Continuerà a entrare nelle sale, nelle università, nelle scuole, nei dibattiti pubblici. Continuerà a fare quello che certe opere fanno quando colpiscono davvero nel segno: smuovere le coscienze. Ed è proprio questo, forse, che a qualcuno continua a dare fastidio.