Giulio Regeni, il film bocciato dal ministero. Il caso è di quelli che fanno rumore perché toccano insieme memoria, giustizia, cultura e politica. Il documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, dedicato al ricercatore italiano rapito, torturato e ucciso in Egitto nel 2016, non ha ottenuto il contributo pubblico del ministero della Cultura. La notizia, rilanciata da Repubblica e ripresa da altre testate, ha immediatamente acceso la polemica, perché a essere esclusa non è un’idea astratta o un progetto ancora da verificare, ma un’opera già realizzata, già distribuita e già premiata.
Il punto che rende la vicenda ancora più esplosiva è proprio questo: il documentario di Simone Manetti, prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh e da Fandango, era già arrivato nelle sale ed è stato presentato come un lavoro che ricostruisce il contesto umano e politico della vicenda Regeni attraverso archivi, testimonianze e documenti. Inoltre, il film ha ricevuto il Nastro della Legalità 2026, riconoscimento che ne certifica almeno sul piano pubblico una rilevanza civile e culturale.
Perché la bocciatura del film su Giulio Regeni fa discutere
La polemica nasce dal meccanismo stesso dei contributi selettivi. Il bando del Mic per il 2025 prevede che i progetti vengano valutati secondo criteri precisi: qualità, innovatività e originalità del soggetto e della sceneggiatura; visione e stile del regista; qualità del cast artistico e tecnico; coerenza economico-finanziaria e distributiva; pari opportunità di genere; eventuale coproduzione internazionale; sostenibilità ambientale. Sono parametri ufficiali, pubblicati dalla Direzione generale Cinema e Audiovisivo.
Ed è proprio qui che il caso diventa politicamente tossico. Perché se un documentario su Giulio Regeni viene escluso, mentre altri titoli vengono ammessi al finanziamento, la domanda che inevitabilmente si alza è una sola: davvero un’opera del genere non raggiunge la soglia minima di interesse culturale? La questione non è soltanto artistica. È simbolica. E tocca una delle ferite civili più profonde dell’Italia degli ultimi dieci anni.
Procacci: “Questa non è una scelta artistica, è politica”
A dare voce allo scontro è stato Domenico Procacci di Fandango, che a Repubblica ha parlato esplicitamente di “scelta politica”. Il produttore sostiene che qui non si possa nemmeno invocare il dubbio artistico tipico di un progetto ancora da fare, proprio perché il documentario esiste già, è stato visto e ha già ricevuto un riconoscimento importante. Nella sua lettura, la bocciatura non riguarda la qualità del film ma il significato politico che la vicenda Regeni continua ad avere nel dibattito pubblico italiano.
La sua è un’accusa pesante, perché lega direttamente la decisione del ministero a una più ampia difficoltà di una parte della politica italiana nel fare fino in fondo propria la battaglia per verità e giustizia su Giulio Regeni. Non è una prova, naturalmente, ma è l’interpretazione che i produttori hanno dato pubblicamente della scelta. Ed è questa lettura a spingere il caso oltre il perimetro del cinema.
Un’opera già uscita, premiata e destinata a nuova diffusione
A rendere la vicenda ancora più difficile da spegnere c’è il profilo stesso del documentario. Tutto il male del mondo non è rimasto chiuso in un cassetto: è già uscito nelle sale, ha avuto una circuitazione pubblica ed è stato descritto da fonti ufficiali come un’indagine rigorosa sul caso Regeni e sulla battaglia della famiglia per la verità. Lo stesso riconoscimento dei Nastri d’Argento sottolinea il valore civile del film e il suo legame con i temi della legalità e dei diritti.
Per questo il caso pesa. Perché qui non si sta discutendo di un titolo sconosciuto o di una scommessa creativa troppo fragile. Si sta discutendo del mancato sostegno pubblico a un film che affronta uno dei casi più emblematici e dolorosi della storia italiana recente.
Il nodo politico che ora investe il ministero di Giuli
La bufera, a questo punto, non riguarda più soltanto la commissione tecnica. Riguarda direttamente il ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli, chiamato ora a reggere un contraccolpo politico e simbolico molto forte. Anche perché la decisione arriva in un clima in cui la vicenda Regeni continua a restare un nervo scoperto nei rapporti tra istituzioni, diplomazia e opinione pubblica.
Il risultato è paradossale e feroce insieme: un documentario dedicato a Giulio Regeni, alla sua morte e alla ricerca di verità, viene escluso dai fondi pubblici proprio mentre il film continua a essere riconosciuto e premiato fuori da quel circuito. È questo cortocircuito a far esplodere il caso. Perché al di là delle formule burocratiche, il messaggio che passa è uno solo: su un’opera del genere lo Stato ha deciso di non investire.
Giulio Regeni, il film bocciato dal ministero
Ed è precisamente questo che rende la vicenda così difficile da archiviare con una formula tecnica. Perché quando il nome è Giulio Regeni, ogni decisione smette automaticamente di essere solo amministrativa. Diventa morale, civile e inevitabilmente politica.







