Gravina si dimette dopo il disastro Mondiale. Alla fine è arrivato il passo che molti chiedevano da giorni, forse da mesi. Gravina ha lasciato la carica di presidente della Figc dopo il fallimento della Nazionale, rimasta fuori dai Mondiali. Un’uscita che sa di resa più che di scelta, maturata nel corso di una riunione con le componenti federali e comunicata senza troppi giri di parole.
Gravina lascia, ma non subito. Resterà in carica per l’ordinaria amministrazione fino al 22 giugno, data fissata per l’Assemblea Straordinaria Elettiva che dovrà scegliere il nuovo numero uno del calcio italiano. Una transizione obbligata, che però non cancella il peso di quanto accaduto.
Gravina si dimette dopo il disastro Mondiale: la corsa alla nuova presidenza
La decisione è arrivata al termine di un confronto con i rappresentanti delle varie leghe e associazioni del calcio italiano. Serie A, Serie B, Lega Pro, dilettanti, calciatori e allenatori: tutti presenti quando Gravina ha annunciato il suo passo indietro. Un gesto che arriva dopo settimane di tensione crescente e critiche feroci, esplose definitivamente con la mancata qualificazione della Nazionale.
La data del 22 giugno non è casuale. Serve a garantire la continuità amministrativa e permettere alla nuova governance di gestire passaggi cruciali, come l’iscrizione ai prossimi campionati professionistici. Tradotto: si cambia guida, ma senza fermare la macchina.
Le parole di Gravina e le polemiche
Nel corso della riunione, Gravina ha anche provato a chiarire alcune dichiarazioni che avevano fatto discutere, in particolare quelle sulla differenza tra sport dilettantistico e professionistico. Ha parlato di interpretazioni sbagliate, di riferimenti tecnici e normativi, negando qualsiasi intento offensivo.
Una precisazione che però arriva tardi, quando ormai il clima è compromesso. Perché il problema non sono solo le parole, ma i risultati. E quelli, nel calcio, pesano più di tutto.
Il calcio italiano davanti allo specchio
Le dimissioni di Gravina sono il punto di arrivo di una crisi che viene da lontano. La mancata qualificazione ai Mondiali è solo l’ultimo schiaffo, ma dietro c’è un sistema che da anni fatica a rinnovarsi, a produrre talento, a reggere il confronto con le grandi potenze europee.
Il 22 giugno si eleggerà un nuovo presidente, ma la domanda vera resta un’altra: basterà cambiare il nome al vertice per cambiare davvero le cose?
Per ora resta un vuoto di potere pieno di incognite. E una certezza scomoda: il problema non era solo Gravina.







