Il bambino con il cuore “bruciato” è gravissimo: emorragia, infezione e una corsa disperata contro il tempo mentre si indaga sul trapianto fallito

Il bambino con il cuore “bruciato” è gravissimo. È l’Italia attende con il fiato sospeso. È in terapia intensiva da 55 giorni, in coma farmacologico. Sostenuto da un macchinario ECMO che gli garantisce le funzioni vitali mentre intorno si combatte una doppia battaglia. Salvarlo e capire cosa sia successo davvero quel 23 dicembre.

Nelle ultime ore il quadro clinico si è fatto ancora più pesante. Si parla di un’emorragia cerebrale e di un’infezione in corso. Non sono complicazioni marginali: sono condizioni che incidono direttamente sulla possibilità di un nuovo trapianto. Secondo quanto riferito dal legale della madre, l’ospedale Bambino Gesù di Roma ritiene che le condizioni sistemiche siano «incompatibili con un trapianto simultaneo» e che «alla luce degli elementi clinici disponibili non si ravvisano indicazioni a procedere» a un ritrapianto cardiaco. Parole tecniche, ma che suonano come un muro. Definitive, senza pietà.

Eppure il bambino resta formalmente in lista trapianto, “fino a nuova valutazione”, come ha chiarito l’Azienda ospedaliera dei Colli nel primo bollettino ufficiale. Le condizioni sono definite stabili, ma in un quadro di “grave criticità”. È un equilibrio sospeso, precario. Oggi si riunirà l’Heart Team del Monaldi per una nuova valutazione. In queste ore ogni decisione pesa come un macigno.

Mentre la medicina tenta di guadagnare tempo, la magistratura prova a ricostruire i fatti. L’inchiesta coordinata dalla Procura di Napoli — guidata dal procuratore Nicola Gratteri — vede impegnati i carabinieri del Nas di Napoli, con il supporto dei colleghi del Nas di Trento. L’ipotesi al centro degli accertamenti è che il cuore trapiantato al bambino il 23 dicembre sia stato danneggiato durante il trasporto.

L’organo, espiantato a Bolzano, avrebbe viaggiato fino a Napoli all’interno di un comune contenitore frigo in plastica. A provocare la lesione non sarebbe stata una generica “anomalia”, ma l’utilizzo di ghiaccio secco, capace di raggiungere temperature fino a -80 gradi, invece del ghiaccio tradizionale. Se confermata, questa scelta avrebbe fatto scendere la temperatura ben al di sotto dei -4 gradi previsti per questo tipo di trasporto, bruciando parte delle fibre del muscolo cardiaco e rendendo l’organo inutilizzabile.

Il box-frigo è stato sequestrato nei giorni scorsi dai Nas. Ora si dovrà stabilire, con una perizia tecnica, cosa sia accaduto esattamente: quali temperature siano state effettivamente raggiunte, per quanto tempo, quali controlli siano stati eseguiti. E soprattutto se, durante l’espianto multiorgano al San Maurizio di Bolzano — dove erano presenti più équipe mediche per il prelievo di diversi organi — il ghiaccio tradizionale possa essere terminato e sostituito accidentalmente con quello secco.

È un dettaglio che potrebbe fare la differenza tra un errore fatale e una tragica coincidenza. Ma mentre gli investigatori analizzano procedure e passaggi, il bambino continua la sua battaglia silenziosa. La famiglia ha chiesto la trasmissione della documentazione clinica, anche alla luce delle due Tac — una polmonare e una cranica — eseguite nelle ultime ore, per poter chiedere ulteriori pareri, anche fuori regione e fuori Italia.

In questa storia non c’è bisogno di retorica. C’è un bambino che tutti conoscono ormai. C’è un cuore che doveva salvarlo e che potrebbe essere stato compromesso da superficialità e incuria. E c’è un tempo che stringe, mentre in terapia intensiva ogni battito artificiale è un tentativo di restare ancora un minuto in più dentro la possibilità di mantenerlo in vita.