C’è una parola che aleggia su Sanremo 2026 come una nota tenuta troppo a lungo: déjà-vu. Non è un’accusa, né una provocazione gratuita. È una constatazione, quasi un marchio di fabbrica. Carlo Conti, tornato saldamente al timone del Festival, ha deciso di giocare la partita più antica e più efficace della televisione italiana: rassicurare il pubblico con ciò che già conosce, ama, ricorda. E se possibile, applaude ancora prima che inizi la musica.
L’annuncio di Tiziano Ferro come superospite della prima serata, martedì 24 febbraio, va esattamente in questa direzione. È ufficiale, solenne, comunicato con un reel Instagram che ha il tono della buona notizia attesa. «Sono molto contento che Tiziano abbia accettato il mio invito», dice Carlo Conti, con quella pacatezza da zio buono della televisione che da sola basterebbe a tranquillizzare un Paese intero. Conti non annuncia, conferma. Non sorprende, certifica.
Perché Ferro a Sanremo non è una novità, ma una presenza strutturale. Un arredo fisso, un pilastro emotivo della kermesse. Dal 2006 in poi è tornato ciclicamente sul palco dell’Ariston come si torna in una casa di famiglia: con naturalezza, senza spiegazioni. Nel 2020, poi, aveva fatto en plein, ospite tutte e cinque le serate. A quel punto mancava solo la targhetta sul camerino. Chiamarlo “ritorno” è quasi improprio: Tiziano a Sanremo non torna, semplicemente c’è.
E va detto: funziona. Funziona sempre. Ferro è l’artista che mette d’accordo le generazioni, quello che non crea imbarazzo, non divide, non rischia. Porta canzoni, emozione controllata, qualche sorriso e zero sorprese fuori copione. È il superospite perfetto per un Festival che non vuole inciampare.
Accanto a lui, nella cornice della prima serata, ci sarà Laura Pausini, presenza internazionale ma ormai sanremese d’adozione, e una sfilata di co-conduttori che sembra pensata per coprire ogni fascia di pubblico possibile. Da Can Yaman, che porta in dote l’inevitabile entusiasmo social, ad Achille Lauro, chiamato a garantire quel minimo sindacale di trasgressione controllata.
Poi c’è Lillo, la risata rassicurante, quella che non spaventa nessuno e non offende nessuno, e Gianluca Gazzoli, volto pop, social, perfettamente allineato allo spirito del tempo. Una squadra che sembra uscita da un algoritmo ben addestrato: equilibri, target, zero scosse.
Nel frattempo, sullo sfondo, restano confermati anche Max Pezzali, presente per tutte e cinque le serate dalla Costa Toscana, e Nino Frassica, chiamato a riempire i vuoti lasciati dal passo indietro di Andrea Pucci. Anche qui, nessuna sorpresa: Frassica è un classico, una certezza, una polizza assicurativa contro la noia.
Il capitolo più interessante, però, è quello che riguarda i rumor, le indiscrezioni, le ipotesi che non fanno ancora notizia ma già scaldano il motore del chiacchiericcio. Su tutte, il nome di Irina Shayk, data in arrivo come co-conduttrice della serata del giovedì. La sua presenza avrebbe il compito preciso di portare glamour internazionale, fotogenia, tappeto rosso. Non canterà, non presenterà monologhi memorabili, ma basterà che cammini. A Sanremo, a volte, è più che sufficiente.
Sempre secondo le voci, nella stessa serata potrebbe comparire come superospite Eros Ramazzotti. E qui il déjà-vu diventa quasi poetico. Ramazzotti è l’altro grande nome che Sanremo può evocare quando vuole alzare l’indice di riconoscibilità al massimo livello. Se Ferro è il fratello sensibile, Eros è l’eroe romantico. Insieme coprono quarant’anni di memoria sentimentale nazionale.
A completare il quadro, Pilar Fogliati, attesa sul palco nella seconda serata. Giovane, elegante, televisivamente educata: la scelta perfetta per rinnovare senza disturbare.
E poi ci sono i duetti, altra colonna portante del Festival contemporaneo. Un mosaico che va dalle Las Ketchup a Cristina D’Avena, passando per Giusy Ferreri e Fabrizio Moro. Una playlist che sembra costruita per attivare ricordi più che curiosità, nostalgia più che scoperta.
Sanremo 2026, insomma, non promette rivoluzioni. Promette continuità, mestiere, comfort. È il Festival che non ti chiede di capire, ma di riconoscere. Che non ti sfida, ma ti accompagna. E forse è proprio questo il suo segreto: in un tempo incerto, Carlo Conti offre certezze. Anche a costo di farci dire, ancora una volta, “ma questo l’ho già visto”.







