In Antartide, dove il ghiaccio guida la vita, i pinguini hanno due scelte: andare nell’oceano per nutrirsi o restare nella colonia per riprodursi. Ma non è sempre così. Almeno non lo è stato per un pinguino imperatore che ha scelto la diversità, la ricerca dell’ignoto. La “scelta” del pinguino è stata ripresa nel documentario di Werner Herzog del 2007, Encounters at the End of the World. A distanza di quasi vent’anni, quel passo lento e silenzioso non è mai svanito, disegnando spazi e traiettorie infinite.
Il pinguino – soprannominato, per il valore simbolico della sua scelta, “il pinguino nichilista” – ha scelto una terza strada, senza ritorno: incamminarsi verso le montagne, consapevole che non sarebbe più tornato. Perché per i pinguini che lasciano la colonia in direzione delle montagne non c’è speranza di tornare vivi. Eppure, lui continuò impassibile. Un gesto apparentemente inspiegabile, a tratti senza senso. Ma una ragione c’era, a noi sconosciuta, ma viva nel suo cammino, nel suo passo, nel viaggio verso una montagna ignota.
Il coraggio di essere diverso, di non seguire la direzione comune, il raggio della colonia, ha accompagnato la sua ricerca verso il vuoto. Un vuoto destinato a cambiare la storia e le scelte dei pinguini imperatori, e della vita sul ghiaccio. Il pinguino non ha conosciuto Nietzsche, ma involontariamente ha messo in atto buona parte del suo pensiero critico: dalla stella danzante, al caos interiore, al tentativo di realizzare l’impossibile.
C’è un pinguino che cammina, solo, in Antartide. Tutti vanno verso il mare aperto, verso il cibo. Lui va dall’altra parte. Verso le montagne. Quella clip, ripescata dal documentario di Herzog, è tornata oggi sui social come un boomerang culturale: milioni di visualizzazioni, milioni di interpretazioni. Ma il vero fenomeno non è il video: è la sezione commenti. Lì, più che un animale, vediamo uno specchio. E dentro quello specchio, i giovani.
La scena originaria è semplice e disturbante: lo scienziato inquadra il pinguino che si stacca dalla colonia; se lo riporti indietro, riparte. La routine si spezza, la “marcia della morte” ha inizio. Nel 2007 questa immagine inquietava; nel 2026 diventa un trend perché la piattaforma ama l’ambiguità e il pubblico ha fame di senso. Più il contesto è incompleto, più l’algoritmo lo spinge: commenti, duetti, stitch. E nei commenti emergono quattro reazioni-tipo, quattro modi giovanili di stare al mondo davanti a un gesto che non torna.
C’è la lettura romantica: “Se non posso volare, scalerò le montagne per sfiorare il cielo”. È la ribellione creativa a un limite percepito, la voglia di trovare una terza via quando le prime due non bastano più. C’è la lettura del “richiamo del vuoto”: quel pensiero intrusivo che sussurra strade sbagliate. È il lato d’ombra, che internet a volte estetizza e che invece andrebbe trattato con responsabilità e strumenti di supporto. C’è l’aforisma esistenziale, ironico e amaro insieme: sentirsi bloccati, usare una frase “deep” per dire “non sto bene” senza esporsi del tutto. E infine la razionalizzazione pseudo-scientifica: spiegazioni definitive per chiudere l’ansia dell’incertezza. Quattro reazioni diverse, una stessa radice: la solitudine di chi cerca una direzione sotto l’occhio costante dell’algoritmo.
Cosa sta davvero facendo quel pinguino? Gli scienziati parlano di rottura del comportamento normale. È un’ipotesi plausibile. Ma la domanda che ci trattiene non è zoologica, è esistenziale: perché ci commuove così tanto chi lascia la fila? Perché i ragazzi, oggi, vivono dentro un doppio comando: “segui il percorso giusto, ottimizza, diventa la versione migliore di te” e, insieme, “sii unico, trova la tua strada, distinguiti”. Due richieste che collidono. L’immagine del pinguino mette a nudo questa frizione: restare nel loop dà sicurezza ma consuma; uscirne espone al rischio ma promette un significato. È il dilemma quotidiano di chi studia, lavora a progetto, cambia città: restare nella colonia o provare la montagna.
Se guardiamo quella camminata dal punto di vista di una generazione abituata a navigare tra scadenze universitarie, lavori intermittenti e affetti a distanza, il pinguino diventa una metafora potente ma scivolosa. Potente perché legittima l’idea che esista una “terza via” oltre i binari preimpostati: cambiare corso di studi quando non ti rappresenta più, lasciare un ambiente tossico, dire no a una carriera lucida sulla carta ma vuota dentro. Scivolosa perché rischia di romanticizzare l’autodistruzione. Per questo serve una bussola semplice: uscire dal percorso non significa farsi del male; significa assumersi la responsabilità di cercare una strada che ti tenga in vita — e, se senti il “vuoto” che chiama, chiedere aiuto è una forma alta di coraggio.
C’è poi un punto sull’ecosistema in cui queste immagini circolano. L’algoritmo premia ciò che è incompleto perché genera partecipazione. Ma la partecipazione, senza cura, produce rumore. Il compito di chi crea e di chi commenta — soprattutto se parla ai coetanei — è aggiungere contesto, proporre alternative, indicare risorse: orientamento universitario serio invece di slogan, sportelli psicologici accessibili invece di frasi fatte, comunità reali oltre ai like. Non per moralismo, ma perché il bisogno che esplode nei commenti è preciso: “Dimmi che non sono l’unico.”
Forse, allora, la domanda utile non è “perché il pinguino lo fa?”, ma “perché noi lo riconosciamo?”. Perché in quella camminata c’è il battito di chi, a venti o trent’anni, sente che il copione sociale non basta. C’è il desiderio di scegliere la propria montagna, e insieme la paura di farlo da soli. La risposta non può essere solo “torna nella colonia” né “vai dove ti porta il vuoto”. Può essere: costruisci la tua cordata, pretendi contesti che non ti schiaccino, prenditi il tempo per capire se stai scappando o stai cercando. E, se serve, fermati: nessuna meta vale la tua pelle.
Alla fine la clip resta la stessa: un punto scuro che si allontana sulla neve. Ma quello che ci portiamo via, se lo guardiamo con gli occhi dei giovani, è una lezione meno cinica e più concreta: non tutte le strade alternative conducono alla salvezza, però ogni volta che qualcuno smette di recitare e prova a scegliere, ci ricorda che la vita non è solo conformarsi. È anche imparare quando restare, quando cambiare, con chi farlo. E che la libertà non è “andare contro” per principio, ma “andare verso” con consapevolezza.
di Battista Bruno e Luca Falbo







