C’è un momento, nella vita politica di un Paese, in cui una riga tolta da un decreto vale più di cento comizi. È quello che si consuma in queste ore attorno al Ponte sullo Stretto di Messina. Mentre il Consiglio dei ministri è atteso questo pomeriggio, il progetto-bandiera di Matteo Salvini viene riscritto in silenzio, lontano dai riflettori, dentro un perimetro istituzionale che porta dritto al Colle. Non è una correzione tecnica: è un messaggio politico. E il messaggio è chiarissimo: il Ponte si può fare, ma non così. E soprattutto, non senza controlli.
Il decreto infrastrutture arriva sul tavolo del governo profondamente mutato. Sparisce l’idea di ridurre, anche solo indirettamente, i poteri di controllo della Corte dei Conti. Salta la nomina del commissario straordinario. E tramonta, con essa, l’ipotesi che Pietro Ciucci diventasse l’uomo solo al comando dell’opera più controversa d’Europa. Non è un incidente tecnico. È un intervento politico di altissimo livello, figlio di un confronto diretto tra Salvini e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
È lo stesso vicepremier a confermarlo: «Sono stato dal Presidente della Repubblica per parlare di infrastrutture e di Olimpiadi. Mi volevo confrontare con lui, per dovere e per rispetto, anche sul testo del decreto infrastrutture». Una frase che pesa più di qualsiasi smentita formale.
Mattarella non entra nel merito dell’opera, ma esercita ciò che la Costituzione gli assegna: la tutela dell’equilibrio istituzionale. Il Ponte vale quasi 14 miliardi di euro di risorse pubbliche. Non può essere sottratto, neppure per un millimetro, ai controlli di legalità. Ed è qui che la linea del Colle diventa invalicabile.
Nelle bozze circolate a gennaio si parlava di un possibile restringimento dei controlli preventivi della Corte dei Conti alla sola delibera Cipess. Un’ipotesi che avrebbe “svuotato” la vigilanza sugli atti collegati, scatenando la reazione dell’Associazione dei magistrati contabili. Salvini respinge con decisione quella ricostruzione: «Non c’è mai stata alcuna norma che limitava il potere di controllo della Corte dei Conti, anche perché sarebbe illegale, illegittima, impossibile».
Non solo. Il ministro rivendica la totale estraneità a qualsiasi tentativo di scorciatoia istituzionale: «Non è che io la ritiro, perché nessuno ha mai pensato a quella norma. L’avessi voluta, non avrei potuto farla. Non avrei mai potuto dire alla Corte dei Conti: “controlla il documento A ma non controllare il documento B”».
La sostanza politica, però, è tutta nel risultato: quella norma oggi non c’è. E non ci sarà.
Salta anche la nomina del commissario straordinario. Non perché la Stretto di Messina Spa non sia pubblica – «è interamente pubblica, non c’è alcun conflitto di interessi», sottolinea Salvini – ma perché concentrare troppo potere operativo su un’opera così esposta avrebbe indebolito l’intero impianto istituzionale del progetto. Anche su questo, la scelta è netta: meglio togliere ogni pretesto polemico.
«Ci facciamo carico noi al ministero di tutti i procedimenti – chiarisce Salvini – per ottemperare alle richieste della Corte dei Conti, per andare a Bruxelles a parlare con la Commissione e per avviare finalmente i cantieri». È la certificazione di una svolta: niente accelerazioni muscolari, niente uomini soli al comando. Sarà la macchina ordinaria dello Stato a portare il peso politico e amministrativo del Ponte.
Dentro lo stesso decreto si muove un’altra partita silenziosa: la riorganizzazione delle opere commissariate su strade e ferrovie, con Anas e Rfi che tornano al centro della catena decisionale. Anche qui, il messaggio è coerente: meno eccezioni, più istituzioni.
E poi ci sono i capitoli che parlano al Paese reale: i balneari, con concessioni verso le gare europee ma con una fase transitoria per il 2026; le case popolari, con oltre un miliardo di euro del Pnrr da destinare al recupero di 60 mila alloggi oggi vuoti. Politica concreta, misurabile, meno ideologica.
Ma il cuore del decreto resta lì, sospeso tra Calabria e Sicilia. Il Ponte sullo Stretto non è solo un’infrastruttura: è un test di potere, di credibilità, di affidabilità dello Stato.
Mattarella non ha fermato il Ponte. Ha fermato un metodo. Salvini resta il ministro che vuole far partire i cantieri. Ma ora la corsa passa da un solo tracciato possibile: legalità piena, controlli intatti, responsabilità condivise.
Se il Ponte nascerà, nascerà così. O non nascerà affatto.
Franco Gemoli







