Nel meraviglioso mondo di mamma Rai, quando le idee latitano si fa una cosa semplice, economica e psicologicamente rassicurante: si riapre l’armadio del passato, si toglie la polvere a un titolo leggendario e si finge che sia una scelta “coraggiosa”. Così torna “Canzonissima”, lo show per eccellenza di Rai1, con la benedizione della memoria collettiva e l’inevitabile profumo di operazione-revival. Perché se una volta funzionava, perché non dovrebbe funzionare ancora? Già: perché?
Qui non si tratta di essere contro la nostalgia, né di sputare sulla storia della televisione italiana. “Canzonissima” è stata davvero un pezzo di Paese, un rito popolare capace di mescolare intrattenimento, musica, varietà e persino frizioni culturali. Ma proprio per questo il ritorno è una scommessa doppia: artistica e industriale. Artistica, perché riproporre un format datato significa prendere un meccanismo nato in un’altra Italia e convincerlo a camminare nel 2026 senza sembrare una rievocazione in costume. Industriale, perché la tv generalista oggi vive di concorrenza spietata, pubblico frammentato e social che bruciano una puntata in dieci minuti.
A rendere l’operazione credibile c’è un nome che in Rai, volenti o nolenti, è una garanzia: Milly Carlucci. Forte di anni di “Ballando con le stelle”, della sua capacità di tenere insieme spettacolo e disciplina, pop e famiglia, è lei il perno su cui Viale Mazzini ha deciso di poggiare il peso di un titolo ingombrante. È stata la stessa Carlucci ad annunciare l’arrivo del programma con un post su Instagram, accompagnato dal sottofondo immediatamente riconoscibile della sigla “Zum zum zum”, quella di un’edizione entrata nella storia, il 28 settembre 1968, quando a condurre c’erano Mina, Walter Chiari e Paolo Panelli, con regia di Antonello Falqui e autori come Marcello Marchesi, Italo Terzoli ed Enrico Vaime. Roba da pantheon del varietà, non da ricreazione del venerdì.
Ed è qui che nasce il paradosso: l’operazione viene presentata come una “sfida interessante”, ma la sua premessa è l’esatto contrario del rischio. Perché davvero, nella prima azienda culturale italiana, non esiste più nessuno in grado di sfornare un’idea originale che non abbia bisogno di un titolo vintage per farsi notare? Un tempo si litigava, si sperimentava, si sbagliava anche, ma si provava. Oggi si tende a cercare soluzioni precotte, e quando si parla di intrattenimento di prima serata l’impressione è che la parola d’ordine sia “non farsi male”. Solo che la tv, quando smette di farsi male, smette pure di farsi amare.
Il ritorno di “Canzonissima” viene raccontato con un’impostazione che, a quanto trapela, resterebbe fedele alla formula originaria: l’immancabile gara tra cantanti, gag e sketch comici. E qui si apre un’altra domanda, molto concreta: una gara tra cantanti nel 2026 è davvero un’idea distintiva, o è l’ennesimo format travestito da evento? Perché tra talent, festival, competizioni, giurie e televoti, la musica in tv vive già in un eterno torneo. A quel punto la differenza la fanno l’identità, la scrittura, la messa in scena, il ritmo, la capacità di sorprendere. In altre parole: non basta rimettere in moto la macchina, bisogna cambiarle il motore.
C’è poi il tema, non secondario, del confronto con un passato irripetibile. Alcune edizioni storiche di “Canzonissima” viaggiavano su numeri da Paese unificato: decine di milioni di telespettatori, un’Italia con pochi canali e lo stesso salotto. Replicare quel tipo di impatto è impossibile, e infatti la vera sfida per Carlucci sarà un’altra: non “copiare” quei successi, ma prendere il DNA del varietà e farlo respirare con i polmoni di oggi. Se lo farà, sarà un colpo. Se non lo farà, sarà la prova che non stiamo riportando in vita un classico, ma solo riesumando un titolo.
E mentre si sogna un ritorno “acclamato come la vecchia Canzonissima”, la storia del programma ricorda anche un dettaglio che fa sorridere amaramente: quel varietà, che oggi viene celebrato come “glorioso”, è stato pure un campo di battaglia. Nel 1962 Dario Fo e Franca Rame abbandonarono il programma dopo sette puntate, per divergenze artistiche e ideologiche, raccontando di testi tagliati e temi impronunciabili. La scintilla fu uno sketch sui rischi del lavoro e sulle misure di sicurezza negate agli operai: argomento “scottante” allora, figuriamoci quanto fosse scomodo in prima serata. Insomma, “Canzonissima” non era solo paillettes: era anche tensione, attrito, società. E se il nuovo corso si limiterà a una gara elegante, qualche gag e un po’ di nostalgia, rischierà di perdere proprio ciò che rendeva vivo quel tipo di televisione.
In definitiva, il ritorno di “Canzonissima” dice due cose. La prima: la Rai ha ancora bisogno di grandi titoli per sentirsi grande. La seconda: quando il servizio pubblico ha paura di inventare, si affida ai marchi del passato e li consegna a professionisti solidi perché facciano il miracolo. Milly Carlucci, con la sua esperienza e il suo mestiere, può persino riuscirci. Ma la domanda resta sul tavolo, e riguarda chi decide: in che mondo si vive a Viale Mazzini se si pensa che “rinnovarsi” significhi guardare indietro?







