C’è un odore preciso che accompagna Fabrizio Corona: Io sono notizia. Non è scandalo, non è trasgressione, non è neppure provocazione. È il tanfo stantio del vuoto, di ciò che resta quando si decide di celebrare il nulla e di farne racconto, estetica, prodotto commerciale. Cinque episodi, una piattaforma globale, una confezione elegante. Dentro, una sola idea, ripetuta fino all’ossessione: non esiste il bene, non esiste il male, esiste solo l’io che consuma tutto.
Fabrizio Corona non viene analizzato, né davvero raccontato. Viene esibito. Come un oggetto tossico messo sotto vetro, agitato davanti allo spettatore nella speranza che l’odore venga scambiato per verità. La docuserie non tenta mai di capire cosa rappresenti Corona nel tessuto culturale italiano: si limita a rilanciarlo, a offrirgli centralità, tempo, ritmo, montaggio, colonna sonora. Esattamente ciò che lui ha sempre cercato. Non la verità, come credono coloro che lo seguono, ma la luce della ribalta, i soldi ad ogni costo, l’autocelebrazione.
Il cuore dell’operazione non è biografico, né storico. È ideologico, anche se non dichiarato. Io sono notizia è il manifesto di un nichilismo ormai normalizzato, in cui tutto è intercambiabile: accuse, smentite, vittime, carnefici, processi, galere, ritorni. Tutto vale allo stesso modo, purché faccia rumore. La verità non interessa. L’importante è restare al centro.
Gli autori parlano di tragicommedia. Ma la commedia, qui, nasce dall’imbarazzo. Si ride non perché sia brillante, ma perché il meccanismo è scoperto, ripetitivo, quasi infantile. Corona racconta un episodio, subito dopo qualcuno lo smentisce. Il montaggio alterna, strizza l’occhio, suggerisce ambiguità. Il risultato non è il dubbio, ma l’effetto opposto: ogni smentita rafforza il personaggio, lo rende più grande, più centrale, più “necessario”.
Non è un caso che uno dei passaggi più lucidi arrivi da chi osserva il fenomeno da fuori. Quando Mauro Coruzzi, vero nome di Platinette, parla di “cadaveri esibiti”, centra il punto senza bisogno di urlare. Corona ha costruito il suo percorso scavando nel lato oscuro del Paese, trasformando il derelitto glamour – dal berlusconismo in avanti – in una materia prima da sfruttare. La docuserie non lo contesta: lo conferma.
Il paparazzo senza macchina fotografica è la figura perfetta di questa mutazione. Corona non produce immagini, produce rumore. E il rumore, oggi, è l’unica moneta davvero convertibile. Il suo racconto della galera, delle persecuzioni, delle condanne, delle fughe, viene confezionato come un’epopea personale, privata di ogni contesto, di ogni responsabilità. Le condanne per i soldi falsi, i ricatti, le estorsioni, il possesso illegale di arma da fuoco perdono ogni contorno morale. Il sistema non è mai davvero chiamato in causa. Al massimo, viene evocato come entità astratta contro cui l’eroe combatte.
Qui non c’è moralismo. Non serve. Il problema non è giudicare Corona, ma interrogarsi su chi rende ancora possibile che lui faccia quello che fa senza che nessuno gli ponga limiti. Netflix, nel tentativo di raccontare un personaggio controverso, ne diventa complice strutturale. Non prende distanza. Non introduce fratture. Non costruisce anticorpi. Gli consegna una platea globale e lo lascia fare. Ancora una volta.
Il messaggio che passa è chiarissimo, anche se mai esplicitato: se tutto è fango, allora il fango è legittimo. E Corona è il re del fango. Anzi, il fango è intrattenimento. È contenuto. È business. Da qui l’idea che ogni vicenda giudiziaria – da vallettopoli al revenge porn – diventi semplicemente un altro capitolo della narrazione. Non una soglia, non un limite, ma una scenografia.
Il caso Signorini, le denunce incrociate, le parole pesanti, le querele, vengono inseriti nello stesso calderone. Nessuna gerarchia, nessuna distinzione. Vittime e accusatori finiscono sullo stesso piano narrativo. È la democrazia del fango: tutto equivale a tutto, purché mantenga alta la temperatura.
Io sono notizia non prova mai a fermarsi e a chiedersi cosa stia normalizzando. Non c’è un momento di vera distanza critica. Anche quando Corona viene contraddetto, lo schema è sempre funzionale alla costruzione del mito: l’uomo solo contro tutti, il perseguitato, il genio maledetto. Una retorica vecchia, consunta – per chi come me conosce a fondo Fabrizio, totalmente falsa – ma ancora redditizia.
Il vero scandalo non è Corona. Il vero scandalo è che nel 2026 questa operazione venga proposta come racconto di un’epoca, invece di essere riconosciuta per ciò che è: un’operazione di riciclaggio simbolico del vuoto. Un peep-show morale in cui lo spettatore entra sapendo che non c’è nulla da vedere, ma paga comunque il biglietto per guardare dal buco della serratura.
Il titolo, involontariamente, è perfetto. Io sono notizia. Non perché ci sia qualcosa da dire, ma perché quando non resta più nulla, resta solo l’eco del proprio nome. E intorno, un sistema che continua ad amplificarlo, convinto che il rumore sia ancora sinonimo di racconto. Questo non è un ritratto. È una certificazione. Del fatto che il fango non si combatte più. Si lucida. Si monta. Si vende come se fosse oro. Ma alla fine è solo fango.







