Jessica Moretti, l’amazzone di Crans-Montana: dal red carpet di Cannes al rogo di Capodanno, dentro il locale diventato una trappola

Jessica Moretti (proprietaria del bar della strage di Crans-Montana) in un servizio fotografico con Sacha Baron Cohen a Cannes nel 2012

C’è una fotografia che riassume tutto, meglio di mille atti giudiziari. Jessica Moretti in mini-sahariana, posa spavalda, al fianco di Sacha Baron Cohen al Festival di Cannes per la presentazione de Il dittatore. Era il 2013, lei lavorava come modella in Costa Azzurra e il mondo sembrava una passerella infinita. Dodici anni dopo, quella stessa donna è il volto più ingombrante dell’inchiesta sulla strage di Capodanno a Crans-Montana. Non più flash e tappeti rossi, ma braccialetto elettronico, chalet di famiglia a Lens e una domanda che pesa come piombo: quanto sapeva, e quando?

La Procura di Sion le ha evitato il carcere per una ragione precisa: l’accudimento dei figli più piccoli, di 8 mesi e 4 anni. Una misura umanitaria, non un’assoluzione. Perché mentre il marito Jacques è finito sotto misure cautelari più severe, la posizione di Jessica si è fatta via via più pesante. Le indagini dentro Le Constellation stanno infatti disegnando un quadro in cui il suo ruolo appare centrale, non solo nel locale teatro del rogo, ma nell’intera galassia familiare che, in tempi record, ha permesso alla coppia di accumulare bar, ristoranti e proprietà sull’altopiano.

La notte della tragedia lei era dentro il locale. Jacques no: era impegnato nel ristorante di famiglia, il Senso. Un dettaglio che per gli inquirenti non è affatto neutro. Le Constellation, di fatto, era il “suo” bar. Dal 2024 Jessica ne era diventata direttrice generale, dopo sette anni di affitto nel vecchio Le Constel – quaranta mila franchi al mese – e l’acquisto definitivo nel 2022. In quell’occasione Jacques si era dimesso da legale rappresentante della srl di controllo, restando socio al 50 per cento. Una mossa tutt’altro che romantica.

In Svizzera stava infatti per entrare in vigore una legge che impone ai gestori di locali pubblici la presentazione di un certificato di “buona moralità”. Jacques sapeva di non avere il profilo adatto: in Francia aveva collezionato inchieste per truffa, sequestro di persona e sfruttamento della prostituzione, con una condanna nella Savoia francese. Così Le Constellation passò formalmente sotto il controllo di Jessica, che nel tempo ne divenne anima, volto e rete di relazioni. Al Golf Club, raccontava Jacques, si stava “ristrutturando il bar per Jessica e secondo i suoi gusti”.

Gusti che hanno trasformato un locale grigio in un concentrato di alpino-chic e di rischi. In cento giorni nasce il nuovo Le Constellation: spazi ampliati, scala ristretta, terrazza chiusa da una veranda riscaldata, uscita dal seminterrato sbarrata e nascosta dietro un paravento nell’angolo fumatori, accanto alla toilette. La sicurezza sacrificata sull’altare del glamour. Gli estintori? Chiusi in un appartamento al primo piano, acquistato e adibito a ufficio direzionale di Jessica. Il seminterrato, ex rifugio antiatomico condominiale scavato nella pietra, diventa un confetto viola e giallo illuminato da neon rosa. Suggestivo. E letale.

La televisione svizzera ha recuperato immagini cancellate nelle ore successive alla strage: mostrano il privé Le Clandestin, bottiglie pirotecniche da 500 franchi, piattaforma rotonda e palo per la lap dance. Non esattamente un bar “familiare”. E non esattamente un ambiente sostenibile per chi lavorava lì. Le testimonianze delle ex cameriere sono un pugno allo stomaco. «Una volta scoperta la realtà abbiamo preferito andarcene», raccontano. Sarah spiega perché si è dimessa: «Mi rifiutavo di salire a cavalcioni sulle spalle dei colleghi, con la testa nel casco griffato Dom Pérignon e le candele infilate nella vodka che sfioravano il soffitto. Jessica diceva che i soldi si fanno così».

Poi c’è il capitolo più oscuro, quello che ha convinto gli inquirenti a stringere il cerchio. Le sequenze scovate da Inside Paradeplatz e dalla tv elvetica mostrano Jessica salire rapidamente le scale e allontanarsi dal locale ancora intatto, con una grossa borsa scura tra le mani. Alcuni testimoni avevano parlato di una fuga con l’incasso. I video fanno di più: smentiscono la prima versione fornita ai magistrati. Nessuna ustione a un braccio, nessun allarme, nessun invito a uscire gridato ai clienti, nessuna chiamata al 118. Nessun tentativo di aiutare chi cadeva a terra. Per la Procura è la prova che Jessica, conoscendo la vulnerabilità del suo locale, abbia previsto il peggio e abbia agito di conseguenza.

Immagini che contrastano violentemente con la donna in lacrime all’uscita dalla Procura di Sion. A Crans-Montana, raccontano, guidava la Bentley della vasta flotta del marito. Un dettaglio che contribuisce a definire il personaggio: spregiudicata, dominante, perfettamente a suo agio nel lusso e nel comando. La “pupa del boss”, come l’avevano ritratta a Cannes tredici anni fa, sembra oggi una definizione profetica più che una provocazione cinematografica.

Il caso Moretti non è solo una vicenda giudiziaria. È il racconto di un sistema costruito sull’apparenza, sulla velocità, sull’idea che il glamour giustifichi tutto. Finché non brucia. E quando brucia, lascia dietro di sé domande che nessuna posa sul red carpet potrà più coprire.