Le frasi, stavolta, arrivano prima di tutto il resto. Fabrizio Corona si presenta in televisione e non “anticipa” una storia: la proclama. Dice di essere al lavoro su una nuova puntata di Falsissimo e la incornicia subito come qualcosa destinato a travolgere il Paese, non solo a far discutere un palinsesto. Il punto, nelle sue parole, è che non si tratterebbe di un semplice racconto di retroscena, ma di un dossier che – sostiene – potrebbe aprire la strada a conseguenze giudiziarie “piuttosto grandi”.
Il salto di volume è dentro un paragone che pesa come piombo: “Io credo che questa qui sarà l’inchiesta giudiziaria più grande degli ultimi 50 anni. Sarà più grande di Tangentopoli e Vallettopoli”. La scelta di mettere sul tavolo due nomi che, nell’immaginario italiano, equivalgono a terremoti istituzionali, non è casuale: Corona costruisce l’aspettativa di una “svolta” e, insieme, alza l’asticella della credibilità richiesta. Se dici “più grande di Tangentopoli”, stai dicendo che ciò che arriverà dovrà reggere un confronto storico, non solo mediatico.
Poi entra nel merito con una definizione che diventa il centro dell’esplosione: “Perché è la prima volta che si parla di un Me Too gay, che è legato a una lobby potente che gestisce il potere”. È un passaggio che, per come è formulato, sposta il discorso su due piani delicatissimi: il tema delle molestie e dei rapporti di forza, e l’idea di una struttura organizzata (“lobby”) capace di condizionare carriere, scelte, accessi. Corona insiste proprio su questo scarto: “Perché un conto sono i finanziamenti illeciti ai partiti o le donne che vanno con i politici, sto parlando di queste due grandi cause italiane, Tangentopoli e Vallettopoli, un’altra cosa sono queste della lobby gay”.
In mezzo a quelle frasi, c’è una narrazione precisa: l’idea che esista un “prezzo” per arrivare. “Qui parliamo di uomini che per ottenere il loro sogno devono pagare un prezzo”, dice, e aggiunge subito il dettaglio più pesante, quello che trasforma l’allusione in accusa generalizzata: “E in questo caso tutto il potere era consenziente, una cosa così grossa non si era mai sentita”. “Consenziente” è la parola che stringe il nodo: non un abuso isolato, ma un contesto che – sempre secondo Corona – sarebbe stato accettato, coperto, normalizzato.
A quel punto, accanto alle frasi che corrono, compare il freno. In studio c’è anche l’avvocato Ivano Chiesa, e il suo ruolo – in quel momento – è quasi plastico: provare a evitare che l’annuncio diventi un boomerang. Chiesa interviene dopo le affermazioni più controverse e tenta di “aggiustare il tiro”, chiedendo a Corona di smetterla di parlare “in questi termini” e soprattutto di farlo in televisione, perché il rischio di nuove querele non è un’ipotesi astratta: è il prezzo immediato di qualunque affermazione che coinvolga categorie, poteri, comportamenti, senza elementi già verificati pubblicamente.
Il punto, però, è che Corona non accetta la dinamica del passo indietro. Non arretra, non corregge, non riformula. Al contrario, rivendica la responsabilità delle sue parole. Lo fa con una frase secca, che suona come una firma: “Mi prendo le mie responsabilità”. E, come spesso accade nel suo stile, sposta l’attenzione dal contenuto alla postura: si dice a Napoli, città che considera “casa”, e la butta in quella dimensione di sfida personale che, nella sua comunicazione, è parte del pacchetto. Tradotto: io parlo, poi vediamo.
Resta un fatto essenziale, al netto del rumore. In questa fase, ciò che esiste sono dichiarazioni: un annuncio di “inchiesta”, un paragone enorme (“più grande di Tangentopoli”), un’etichetta incendiaria (“lobby gay potente”) e una cornice interpretativa (“Me Too gay”) che, per definizione, richiede riscontri solidi, nomi, circostanze, contesti. Corona dice che “è la prima volta” che se ne parla in questi termini e che sarebbe “una cosa così grossa” da non essersi “mai sentita”. Ma tra il dire e il dimostrare, soprattutto quando si evocano poteri e consenso diffuso, c’è un passaggio che non si risolve con l’adrenalina della diretta.
E qui si capisce anche perché Chiesa prova a frenare. Non è solo prudenza legale: è la consapevolezza che, quando le parole diventano un’accusa collettiva, l’onere della prova non è un dettaglio, è la sostanza. Corona, però, sta giocando un’altra partita: trasformare l’attesa in pressione, rendere l’annuncio già un evento, spostare il baricentro sul “grande” prima ancora del “vero”. La promessa, esplicitamente, è che a marzo arriveranno nuovi “argomenti bomba”. Ma la miccia, per come l’ha accesa, è già questa: l’idea di un sistema “potente” e “consenziente”, raccontato come inevitabilmente destinato a esplodere.
C’è anche una conseguenza, più sottile, che sta nel lessico scelto. Dire “lobby” significa suggerire organizzazione, regia, protezioni. Non è un termine neutro: chiama in causa strutture e responsabilità. Ecco perché, in assenza di fatti già messi sul tavolo, la parola produce due effetti opposti: accende curiosità e sospetto, ma irrigidisce il terreno, perché chi si sente chiamato in causa reagisce sul piano della tutela dell’immagine. È la traiettoria che Chiesa prova a evitare, chiedendogli di non “parlare così” in un contesto pubblico e registrato.
Corona, però, insiste nel dire che questa non sarebbe “una vecchia storia” di scandali italiani. Quando cita Tangentopoli e Vallettopoli, lo fa per sostenere che qui la leva non sarebbe il denaro né il sesso come contorno del potere, ma l’accesso al potere attraverso un “prezzo” da pagare. È una costruzione che, per reggere, richiede elementi concreti. Altrimenti l’accusa resta sospesa e finisce per ritorcersi contro chi l’ha pronunciata.







