La Stampa, gli Agnelli e la resa dei conti: nella vendita spunta Margherita, e la guerra con John Elkann cambia scenario

Nella vendita de La Stampa, il giornale che per un secolo è stato di casa Agnelli, spunta un nome che suona come un ritorno fantasma: Margherita Agnelli. Non un semplice dettaglio da retroscena, ma un’ipotesi capace di cambiare la geometria di una trattativa già complessa e, soprattutto, di riaccendere la lite feroce tra madre e figlio, Margherita e John Elkann. Lui vuole liberarsi del giornale che fu “gioiello” di famiglia; lei, secondo quanto riferito da fonti vicine alla trattativa in corso, potrebbe entrare nell’azionariato. Tradotto: non sarebbe solo una vendita, ma un nuovo capitolo di una guerra privata che da anni corre in parallelo alle partite industriali.

La cornice è quella della dismissione finale, da parte di John Elkann, delle testate del gruppo Gedi. In questa fase, sempre secondo le informazioni che filtrano dalle persone che seguono il dossier, Elkann starebbe portando avanti due tavoli distinti. Da una parte la cessione de la Repubblica e delle radio con i greci del Gruppo Antenna; dall’altra la partita su La Stampa con Alberto Leonardis del Gruppo Sae. L’idea, per come viene descritta, sarebbe quella di chiudere prima l’accordo sul quotidiano torinese e poi dedicarsi alla trattativa “più corposa e complessa” con i greci.

Sul prezzo, i numeri raccontano una discesa che dice molto del momento dell’editoria e delle urgenze di chi vende. Per La Stampa e il suo moderno centro stampa si parla di una valutazione ormai ridotta attorno ai 25 milioni di euro. Ma, nello stesso tempo, viene indicata una soglia più alta: ne servirebbero almeno 40 per coprire le perdite e garantire la gestione per un tempo ragionevole. In mezzo, la necessità di costruire una struttura finanziaria che regga. Leonardis, sempre secondo quanto riportato, avrebbe già raccolto una parte delle risorse, oltre la metà, con prestiti di banche e con quote di imprenditori piemontesi. E qui si inserisce un altro elemento: Elkann non vorrebbe aspettare troppo e sarebbe disposto a concedere facilitazioni e dilazioni di pagamento pur di chiudere.

È dentro questa “seconda fase” che, secondo le stesse fonti, potrebbe entrare in scena Margherita Agnelli. Settantenne, contessa De Pahlen grazie al secondo matrimonio dopo quello con Alain Elkann (da cui sono nati John, Lapo e Ginevra), Margherita viene descritta con una disponibilità economica tale da rendere credibile un investimento: una fortuna stimata in almeno 2 miliardi di franchi svizzeri. Professione “casalinga”, come si è definita lei stessa. Fondi da investire, dunque, e la possibilità di partecipare a un’operazione che, per ragioni simboliche prima ancora che finanziarie, avrebbe un peso specifico enorme: rimettere piede nel giornale che per suo padre era un emblema domestico e identitario.

Il punto, però, è come e quando. Perché il dossier non è solo economico: è politico, familiare, emotivo. E soprattutto è tossico, visto lo stato dei rapporti tra Margherita e i figli. Non a caso, l’ipotesi ricostruita è che un eventuale ingresso di Margherita dovrebbe avvenire dopo la chiusura dell’accordo tra Leonardis e John Elkann, per evitare il rischio che, dati i rapporti pessimi fra madre e figlio, salti tutto.

C’è anche un dettaglio temporale, preciso, che viene indicato come snodo della trattativa: lunedì 3 febbraio, in uno studio torinese, Leonardis avrebbe incontrato il rappresentante di Margherita e di un altro imprenditore piemontese. Sul tavolo sarebbe stata prospettata la possibilità dell’investimento di entrambi nell’acquisto de La Stampa: la prima per una decina di milioni, il secondo per tre milioni. È un passaggio che, se confermato, spiegherebbe perché il nome di Margherita sia rimbalzato con tanta forza: perché non sarebbe un’idea astratta, ma un’offerta, o almeno una disponibilità formalizzata in modo concreto.

Il potenziale compratore, però, mette una pietra sopra a questa ricostruzione. Il Gruppo Sae nega la circostanza e lo fa con una smentita netta, affidata a una nota dell’ufficio stampa: “Non corrisponde al vero che il Gruppo Sae abbia avuto qualsiasi forma di trattativa, diretta o indiretta, con un emissario della signora Margherita Agnelli riguardo alla possibile acquisizione de La Stampa o all’eventuale ingresso nel capitale del Gruppo in relazione a tale operazione. Non esiste alcun accordo, né preliminare né di altro tipo, che coinvolga la signora Margherita Agnelli nell’ambito della prospettata acquisizione de La Stampa. Ogni riferimento a un suo coinvolgimento è destituito di ogni fondamento”.

Smentita agli atti, dunque. Ma non basta a spegnere la domanda che aleggia su tutta la vicenda: perché questa ipotesi appare, almeno in teoria, plausibile e, in pratica, esplosiva. La risposta sta nel conflitto che da anni contrappone Margherita ai figli, una lite giudiziaria centrata sull’eredità e su un patto che oggi è diventato il nucleo duro del contenzioso. Nel 2004, dopo la morte di Gianni Agnelli, Margherita firmò un patto successorio: incassò un forfait e rinunciò al resto, compresa la Fiat, allora in difficoltà. La somma non è mai stata rivelata ufficialmente, ma viene indicata come pari a 1 miliardo e 200mila euro. Nel 2007, però, Margherita ha contestato quel patto, sostenendo che ci fosse un tesoro nascosto all’estero, sconosciuto a lei e al fisco italiano, e da allora tenta di rimettere in discussione la divisione dei beni.

Il nodo, come viene ricostruito, ruota attorno a un elemento che sembra tecnico ma è decisivo: dove, tra Italia e Svizzera, abbia avuto la reale residenza Marella Caracciolo, moglie di Gianni, madre di Margherita e nonna di John, deceduta nel 2019. Una questione che, in un contenzioso patrimoniale di queste dimensioni, è molto più che un dettaglio anagrafico: è il perno su cui può cambiare la lettura dell’intero patrimonio e, di conseguenza, la legittimità degli accordi.

Il clima familiare, intanto, viene descritto come definitivamente compromesso: madre e figli non si salutano, e John con i fratelli denunciano perfino di aver subito in passato violenze psicologiche e fisiche da Margherita. Nel marzo 2024 la Procura di Torino ha ipotizzato il reato di truffa ai danni dello Stato per John Elkann, insieme ai fratelli Lapo e Ginevra. Nel dicembre 2025 la gip Giovanna De Maria ha disposto l’imputazione coatta per John Elkann. Nel luglio 2025 la famiglia Elkann ha trovato un accordo con l’Agenzia delle Entrate italiana, con il versamento di 175 milioni di euro. John puntava poi all’estinzione del reato tramite la “messa alla prova” per dieci mesi come “tutor” tra gli allievi delle scuole salesiane di Torino, ma il 12 febbraio scorso la gip De Maria ha respinto la richiesta dei suoi legali, Paolo Siniscalchi e Federico Cecconi.

Dentro questo quadro, la vendita de La Stampa ha già attraversato più tentativi e più porte chiuse. Prima i veneti di Nem, che avevano già acquistato da Elkann testate venete e friulane. Poi l’idea di una cordata di imprenditori piemontesi, respinta perché Elkann non avrebbe voluto che il giornale restasse nelle mani di “colleghi” regionali. Respinto anche un sondaggio da parte di Francesco Gaetano Caltagirone, proprietario di diverse testate nazionali e locali. Anche le fondazioni bancarie piemontesi si sono tirate indietro, per questioni di statuto. Fino all’arrivo di Leonardis, che oggi possiede Nuova Sardegna, Tirreno, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio, La Provincia Pavese, La Nuova Ferrara, tutte acquistate da Elkann a partire dalla fine del 2020: candidato ritenuto, sempre secondo la ricostruzione, “ideale” da Elkann.

E allora il punto non è solo chi compra, ma cosa resta di un simbolo quando diventa una pratica di dismissione. Se davvero, a trattativa chiusa, si aprisse una finestra per l’ingresso di Margherita nell’azionariato, sarebbe un gesto che va oltre l’investimento: sarebbe una mossa di posizione dentro una guerra di famiglia che non si combatte più soltanto nelle aule di tribunale, ma anche nel destino dei luoghi che quella famiglia, nel bene e nel male, ha segnato.