Libertà di stampa, Italia al 49° posto: il dato choc di Reporters Sans Frontières e il nodo delle querele che pesano sulla democrazia

La libertà di stampa non è un principio astratto: è un indicatore concreto dello stato di salute di una democrazia. E quando quell’indicatore peggiora, il segnale non riguarda solo le redazioni ma l’intero sistema Paese. Nel 2025 l’Italia scende al 49° posto su 180 nella classifica globale stilata da Reporters Sans Frontières, il risultato più basso dell’Europa occidentale. Un arretramento di tre posizioni rispetto all’anno precedente che pesa più del numero in sé, perché si inserisce in un trend che l’organizzazione definisce preoccupante.

Per comprendere il significato di quel 49°, basta guardare ai criteri su cui si basa l’indice: il quadro normativo che regola l’informazione e il diritto di esprimere opinioni, l’analisi del contesto politico, il grado di indipendenza editoriale, la libertà effettiva dei giornalisti di lavorare senza censure, pressioni o minacce alla propria incolumità. È un barometro complesso che incrocia dati quantitativi e qualitativi. E il responso per l’Italia è chiaro: qualcosa si è incrinato.

Nella classifica presentata lo scorso maggio, sul podio figurano Norvegia, Estonia e Paesi Bassi. L’Italia resta davanti agli Stati Uniti, che si collocano al 57° posto, ma questo confronto non consola: tra i Paesi dell’Europa occidentale, Roma è il fanalino di coda. Secondo Reporters Sans Frontières, a pesare non sono solo gli episodi eclatanti, come gli assalti alle redazioni o gli atti intimidatori clamorosi, ma un clima più diffuso fatto di pressioni politiche, ingerenze economiche e minacce dirette.

Il primo fattore indicato riguarda le pressioni provenienti dalla sfera politica. Non si tratta necessariamente di censure formali, ma di un contesto in cui l’autonomia editoriale può essere compressa attraverso scelte di governance, orientamenti sulle nomine, tensioni con le testate critiche. Il secondo elemento è quello delle ingerenze economiche: la fragilità strutturale del settore dell’informazione, tra crisi pubblicitaria e concentrazione proprietaria, rende molte redazioni più esposte a condizionamenti indiretti. Il terzo punto riguarda le minacce ai giornalisti, un fenomeno che continua a manifestarsi con numeri rilevanti.

Un capitolo a parte è quello delle querele per diffamazione, spesso definite “querele temerarie” quando vengono utilizzate come strumento per scoraggiare inchieste scomode. Secondo i dati raccolti da Ossigeno per l’informazione, in Italia si registrano circa diecimila querele ogni anno. Anche quando si concludono con un’archiviazione, producono effetti concreti: costi legali, tempo sottratto al lavoro, pressione psicologica. Per molti cronisti, soprattutto freelance o collaboratori esterni, il rischio economico diventa un deterrente reale.

Sul fronte delle minacce dirette, l’Osservatorio segnala 361 episodi nei primi sei mesi dello scorso anno, con un aumento significativo rispetto allo stesso periodo precedente. Crescono le aggressioni e aumenta anche la quota di vittime che scelgono di non denunciare. Oggi in Italia risultano 26 giornalisti sotto scorta, mentre oltre duecentocinquanta beneficiano di misure di tutela delle forze dell’ordine. Numeri che raccontano una vulnerabilità non episodica ma strutturale, soprattutto per chi si occupa di cronaca nera, giudiziaria o inchieste su criminalità organizzata e corruzione.

Le storie personali rendono più tangibile il dato statistico. Dalla direttrice di una testata locale minacciata dai clan al cronista televisivo colpito da un atto intimidatorio, la pressione non si manifesta solo nei grandi centri ma attraversa il territorio. È una pressione che può assumere forme diverse: minacce esplicite, campagne di delegittimazione, isolamento professionale.

In questo contesto si inserisce anche il tema delle presunte attività di sorveglianza attraverso il software Paragon, che avrebbe coinvolto giornalisti, attivisti e manager. Il caso ha sollevato interrogativi sulla tutela delle comunicazioni e sulla trasparenza delle procedure di controllo. Al di là delle responsabilità individuali che dovranno essere accertate, la questione tocca un punto sensibile: la sicurezza delle fonti e la protezione delle informazioni sono elementi essenziali per un’informazione libera.

Il dato del 49° posto non è una sentenza definitiva, ma un indicatore che chiama in causa istituzioni, editori e categorie professionali. La libertà di stampa non si misura solo con l’assenza di censura esplicita, ma con la capacità di garantire ai giornalisti condizioni di lavoro indipendenti e sicure. È su questo terreno che si gioca la credibilità di un sistema democratico, ben oltre la posizione in una classifica internazionale.