Roma ha un talento raro. Ti può consacrare in dieci minuti e sgonfiare in tre. Può prendere un personaggio accolto altrove come un oracolo e trasformarlo, nel giro di una sera, in uno che parla troppo, si spiega peggio e si prende pure la pernacchia di servizio. È più o meno quello che è successo a Peter Thiel, multimiliardario, teorico della tecnodestra, sponsor politico di mezzo universo trumpiano, fondatore di Palantir e appassionato di quel genere di discorsi in cui si mescolano Dio, l’Anticristo, la Cina, il Deep State, le ONG, Bruxelles e, volendo, pure i fumetti giapponesi.
Sulla carta doveva essere l’evento col botto. Il profeta oscuro della Silicon Valley nella capitale mondiale del cattolicesimo. Il pensatore che inquieta il Vaticano. Il gran burattinaio di un certo conservatorismo americano che sbarca a Roma e scuote le coscienze. Nella pratica, però, la faccenda ha preso una piega molto romana: abbastanza curiosità per dire “vediamo chi è”, non abbastanza entusiasmo per fingere che stesse passando Giulio Cesare con l’iPhone. Del resto Roma ha visto di tutto. Papi, imperatori, Michelangelo, Caravaggio, cardinali con più potere di un ministero e ministri con meno carisma di un usciere. Era difficile che si stendesse il tappeto rosso spirituale per il signore di PayPal con la fissa dell’Apocalisse in powerpoint.
Peter Thiel a Roma, dal guru globale al convegno con palpebra calante
Il primo dettaglio che racconta l’atmosfera è semplice: nel suo tour europeo Thiel incontra capi di governo, sfiora ministri, si muove nel solito circuito dove chi parla di futuro viene trattato come un semidio in business class. Poi arriva a Roma e il massimo della coreografia diventa una platea assortita di studenti indottrinati, qualche turista americano capitato lì come se stesse andando a una mostra sbagliata, professori, consulenti, manager con molto tempo libero e un piccolo campionario di élite all’amatriciana.
Doveva parlare all’Angelicum e già lì l’idea aveva il suo fascino da romanzo teologico un po’ troppo compiaciuto. Alla fine, invece, gli hanno rifilato una saletta a Palazzo Taverna. Non proprio il teatro della fine dei tempi. Più il formato “incontro riservato con buffet forse scarso”. Al debutto si contano circa duecento ospiti, di cui la metà italiani. Il giorno dopo il livello, oltre al numero, scende parecchio. I pochi volti noti non si rivedono, restano soprattutto studenti, qualche professore, qualche operatore della comunicazione, un po’ di politica laterale e una sensazione comune piuttosto netta: che il grande spettacolo dell’Anticristo fosse, in realtà, una noia mortale.
Sbadigli, facce tese non per folgorazione mistica ma per calo glicemico, palpebre pesanti, commenti a denti stretti. Una fonte presente sintetizza il tutto con una frase perfetta: “Poche idee, ma ben confuse”. È un giudizio che ha il pregio raro della precisione. Perché il problema di Thiel a Roma non è stato lo scandalo. Magari. Il problema è stata la sonnolenza. Il suo Anticristo, più che evocare il demonio, ha evocato la digestione lenta.
L’Anticristo come marketing e il profeta che non concede neppure un caffè
Naturalmente sarebbe troppo facile fermarsi qui e dire che Peter Thiel è venuto a Roma, ha parlato davanti a una sala mezza vuota e se n’è andato tra l’indifferenza generale. Sarebbe anche un po’ ingiusto. Perché una cosa va detta: Thiel è furbo. Molto furbo. E i suoi pippozzi sull’Anticristo, sul katechon, sulla crisi dell’Occidente e sui demoni burocratici d’Europa non sono solo filosofia da dopocena per miliardari annoiati. Sono anche, e forse soprattutto, marketing intelligente.
Lui sa benissimo che l’esoterismo vende. Sa che oggi basta parlare in modo abbastanza oscuro da sembrare profondo e abbastanza assertivo da sembrare pericoloso. Sa che mescolare Tolkien, Alan Moore, One Piece e Paolo di Tarso produce quell’effetto da telepredicatore hi-tech che confonde gli ascoltatori e nello stesso tempo li affascina quel tanto che basta per farli sentire “iniziati”. Incertezza sui luoghi, porte chiuse, pubblico selezionato, riservatezza sui contenuti: più che una conferenza, un piccolo culto misterico con dress code smart casual.
Il punto è che quando lo schema funziona, il guru sembra un veggente. Quando non funziona, sembra un uomo molto ricco che parla come se stesse spiegando il senso della storia a un gruppo di stagisti già stanchi. E a Roma, diciamolo, ha funzionato poco. Anche perché la città ha un anticorpo naturale contro i profeti in trasferta: li ascolta due minuti, poi guarda l’orologio.
C’è poi un altro dettaglio adorabile, in senso sarcastico: Thiel arriva, entra quando sono tutti seduti, parla, esce e non interagisce con nessuno. Zero consigli, zero umanità, zero networking. Neanche un saluto da paperone illuminato, neppure la cortesia del “grazie per essere venuti ad ascoltare la mia verità rivelata”. Da zero a zero, appunto. Più che il maestro venuto a condividere, il tizio che pretende devozione in cambio di frasi ipnotiche e nessun contatto umano.
Quando smette di fare il mistico, Thiel torna a fare politica vera
Però il punto vero non è la saletta, non è l’élite all’amatriciana, non sono gli sbadigli, e neppure la figuraccia estetica del grande oracolo accolto come una conferenza di condominio con catering incerto. Il punto vero arriva quando Thiel abbassa il tasso di incenso e torna sul terreno che conosce meglio: la politica tecnologica, la competizione globale, la sfida tra Stati Uniti e Cina, il racconto dell’Occidente come civiltà minacciata dai suoi stessi freni.
Lì, improvvisamente, il discorso smette di essere lisergico e ricomincia a diventare interessante. Perché Thiel può pure divertirsi a dire che Bruxelles, le ONG, la burocrazia europea e certi regolatori sono i volti dell’Anticristo, ma il cuore del suo messaggio è molto più concreto. Lui sta dicendo una cosa semplice: se l’America rallenta sull’intelligenza artificiale per colpa dei democratici, del climate change, dei limiti energetici e della prudenza regolatoria, allora consegna il futuro alla Cina. E se lo consegna alla Cina, perde non solo soldi, ma l’idea stessa di Occidente.
Qui, finalmente, suona la sveglia. Non perché il pensiero diventi improvvisamente elegante — non lo diventa — ma perché il contenuto smette di essere fumo e torna a essere agenda. Thiel non è a Roma per convertire i cardinali. È a Roma per dire a un pezzo di establishment europeo che l’IA non va frenata, che la competizione è brutale, che il vero nemico non è il populismo americano ma la Cina tecnologica, e che ogni vincolo etico, climatico o normativo rischia di essere, nella sua visione, un suicidio strategico.
Roma sbadiglia, ma la partita non è affatto folkloristica
E allora la scena finale è quasi perfetta. Da una parte il gran profeta della tecnodestra sbarca nella città eterna e trova un’accoglienza tiepida, mezze file, facce annoiate e il solito riflesso romano per cui ogni mitizzazione viene subito accompagnata da una risata laterale. Dall’altra, però, sotto il teatrino dell’Anticristo in giacca e cravatta, resta una discussione serissima: chi comanderà il futuro dell’intelligenza artificiale, chi scriverà le regole, chi metterà il piede sul collo di chi, e quanto l’Europa abbia capito di essere al tavolo non come protagonista ma spesso come decorazione.
Per questo la due giorni romana di Thiel è stata contemporaneamente un mezzo flop mondano e un piccolo successo politico. Flop perché il personaggio, calato nel contesto romano, ha perso subito molta della sua aura satanico-manageriale e si è ritrovato ridotto a conferenziere criptico con pubblico decrescente. Successo perché il suo messaggio, per quanto confuso e autoindulgente, è arrivato dove voleva arrivare: a chi ragiona di tecnologia, potere, campagna elettorale americana, rapporti di forza tra Washington e Pechino.
Il resto è teatro. E su quello Roma resta imbattibile. Qui puoi pure annunciare l’Apocalisse, ma se la metti male in scaletta e la servi davanti a una platea stanca, finisce che il giudizio più netto non lo dà un teologo, lo dà la palpebra. E la palpebra, con Peter Thiel, è stata impietosa.







