Mattarella arriva in tram a San Siro: la sorpresa dei Giochi accende lo stadio e l’orgoglio italiano

La cerimonia è ancora in corso, ma una cosa è già chiara: Milano Cortina decide di raccontarsi senza imitare nessuno. E lo fa fin dall’inizio, aprendo con un omaggio ai grandi compositori italiani, un’ouverture che mette in fila – con orgoglio e precisione – quella tradizione musicale che il mondo riconosce a colpo d’orecchio. È un’apertura che suona come una dichiarazione d’intenti: qui non si gioca a fare gli altri, si alza il volume su ciò che siamo.

Poi arriva il primo colpo emotivo, quello che sposta l’aria nello stadio. Volare risuona a San Siro cantata da Mariah Carey. Un’icona globale che prende un classico italiano e lo restituisce in mondovisione, senza caricature e senza folklore. Il pubblico reagisce come reagisce quando sente qualcosa che appartiene alla memoria collettiva: si accende, si riconosce, si lascia trascinare. È italianità, sì, ma non da cartolina. È una lingua comune fatta di musica, di ritmo, di immagini.

Quando più tardi le luci di San Siro si spengono e lo stadio piomba nel buio, l’attesa diventa improvvisamente silenziosa. Poi, sul maxischermo, compare l’immagine che nessuno conosceva nei dettagli e che tutti comprendono all’istante. Sergio Mattarella è seduto su un tram, un mezzo pubblico come tanti, circondato da cittadini comuni e da alcuni atleti olimpici. Nessuna enfasi, nessun artificio. Un gesto semplice che, in pochi secondi, diventa il centro emotivo della cerimonia inaugurale, ancora in pieno svolgimento.

Il filmato, registrato nei giorni scorsi e custodito fino all’ultimo dal Quirinale, va in onda mentre la cerimonia entra nella sua fase più intensa. La reazione di San Siro è immediata: ottantamila persone si alzano in piedi, l’applauso parte spontaneo, continuo, attraversa lo stadio come un’onda. Non è solo una sorpresa scenica. È il riconoscimento di uno stile istituzionale che parla direttamente al Paese, senza bisogno di urlare.

Alla guida del tram, nel video, c’è Valentino Rossi, presenza iconica ma mai invadente, inserita in una narrazione che tiene insieme sport, istituzioni e quotidianità. Quando il filmato si chiude, Mattarella fa il suo ingresso nello stadio. L’ovazione che lo accoglie non è di circostanza: è lunga, sincera, quasi liberatoria. In quel momento San Siro sembra riconoscersi in ciò che sta vedendo, e il gesto del tram diventa un simbolo più potente di mille effetti speciali.

Milano Cortina, mentre la cerimonia prosegue, continua a insistere su quella stessa linea: italianità senza retorica, spettacolo senza pacchianeria, emozione senza ricatto. La regia evita la grandeur vuota e costruisce senso attraverso dettagli riconoscibili e condivisi, come se volesse ricordare che l’identità, quando è fatta bene, non ha bisogno di sovrastrutture.

Poco dopo arriva uno dei momenti più solenni. L’inno nazionale risuona nello stadio e in mondovisione. A interpretarlo è Laura Pausini. La sua voce riempie San Siro mentre il pubblico ascolta in silenzio, poi esplode in un applauso che unisce lo stadio e chi segue la cerimonia da casa. È un passaggio che non ha bisogno di commenti: la musica fa il lavoro che le parole spesso non riescono a fare.

In questo quadro, l’arrivo in tram del presidente della Repubblica assume un valore che va oltre la sorpresa. Non è una trovata, non è una strizzata d’occhio. È una dichiarazione di stile. Mattarella non si impone come protagonista, accompagna il racconto. Entra nella scena come parte del Paese che rappresenta, non come figura separata. Ed è probabilmente per questo che lo stadio reagisce con un entusiasmo così autentico.

Mentre la cerimonia continua e i Giochi prendono forma davanti agli occhi del mondo, San Siro restituisce un’immagine precisa: un’Italia capace di essere solenne senza essere distante, popolare senza essere banale, orgogliosa senza bisogno di urlare. E in mezzo a luci, musica e bandiere, la sorpresa più forte resta quella più semplice: un presidente su un tram, come un cittadino qualunque, accolto da un Paese che, almeno per una sera, si riconosce nello stesso gesto.