Il rito delle ceneri nasce per ricordare un limite: polvere siamo, polvere torneremo. Ma nell’omelia pronunciata per il Mercoledì delle Ceneri, Papa Leone XIV trasforma quel gesto in una fotografia del presente, dura e insieme lucidissima, dove la cenere non è soltanto simbolo penitenziale: è materia del mondo. E il mondo, dice, sta bruciando.
Le parole del Pontefice, nella sua prima celebrazione di Quaresima, hanno una densità che esce dalla cornice liturgica e finisce inevitabilmente nel dibattito pubblico. Perché quando, dall’altare, si evocano “intere città disintegrate dalla guerra” e si parla di “ceneri del diritto internazionale”, non si sta più facendo soltanto teologia. Si sta mettendo a tema la crisi di un ordine globale che non regge più, la fatica della convivenza, la tentazione del cinismo e dell’inerzia.
Il passaggio centrale dell’omelia è una sequenza che si incolla addosso, proprio perché usa un’immagine antica per descrivere ferite contemporanee: “Noi oggi possiamo sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”.
È una diagnosi, prima ancora che un’esortazione. E, proprio perché non nomina direttamente leader o governi, lascia spazio alle letture politiche: per molti osservatori suona come un attacco alle logiche di potenza, alle scorciatoie muscolari, alla retorica del “noi contro loro” che attraversa l’Occidente e non solo. In queste ore c’è chi la interpreta come un messaggio in evidente controtendenza rispetto alle spinte nazionaliste e alla riduzione della politica a pura contrapposizione, un clima spesso associato anche alle posizioni più radicali emerse negli Stati Uniti attorno a Donald Trump. Ma, al di là delle etichette, il cuore del discorso del Papa è un invito a non cercare capri espiatori e a non trasformare la paura in identità.
Il Pontefice lo dice con parole che mirano dritte a una frattura sociale sempre più evidente: “Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto. Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità”. È un passaggio che ribalta l’istinto del tempo: non indicare “gli altri” come origine di tutto, ma guardare dentro le comunità, dentro i meccanismi che le plasmano, dentro le scelte quotidiane.
Non è casuale, in questo quadro, il riferimento alla “pedagogia penitenziale” di Paolo VI, il Papa che rese pubblico e visibile il rito delle ceneri. Leone XIV richiama Montini per spiegare perché quel gesto “urta il senso comune” e, allo stesso tempo, intercetta le domande della cultura contemporanea. E, citando Paolo VI, sottolinea due tratti dell’uomo moderno: “l’immensa capacità di illusione” e un “fondamentale pessimismo” che porta a proclamare “l’ineluttabile vanità di ogni cosa”, “l’immensa tristezza della vita”, “la metafisica dell’assurdo e del nulla”. Poi aggiunge che oggi possiamo riconoscere “la profezia” contenuta in quelle parole. Tradotto: la cenere non è solo fine, è anche lo specchio di un vuoto che si allarga.
Da qui l’altra parte dell’omelia, quella che non concede alibi. Il Papa definisce “controcorrente” l’idea di comunità capaci di riconoscere i propri errori, ma la descrive come “alternativa onesta e attraente” proprio quando sembra più comodo dichiararsi impotenti. E lega il peccato non soltanto alle scelte individuali, ma ai contesti che le rendono possibili e le normalizzano: “il peccato è sempre personale”, dice, ma prende forma “negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo”, fino a trasformarsi in vere e proprie “strutture di peccato” di ordine economico, culturale, politico e persino religioso. Un modo netto per dire che non basta indignarsi: bisogna capire come funziona la macchina che produce indifferenza, violenza, disuguaglianza.
Infine, la linea più spirituale ma anche più politica del discorso: “Opporre all’idolatria il Dio vivente significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare”. È un invito al movimento, non alla trincea. E quando aggiunge che è raro trovare adulti, persone, imprese e istituzioni capaci di dire “ho sbagliato”, il bersaglio è chiarissimo: la responsabilità non è una parola da omelia, è un comportamento concreto, quasi rivoluzionario, in un tempo che premia chi urla e non chi corregge.
C’è anche un ultimo elemento che colpisce: l’attenzione ai giovani. Il Papa osserva che molti ragazzi, anche in contesti secolarizzati, avvertono più che in passato il richiamo di questo giorno. Perché, dice, sono loro a percepire che “un modo di vivere più giusto è possibile” e che esistono responsabilità per ciò che “nella Chiesa e nel mondo non va”. E chiude con una frase che è insieme realismo e promessa: bisogna cominciare “da dove si può e con chi ci sta”. Senza messianismi, senza scorciatoie. Con la consapevolezza che le ceneri non sono solo la fine delle cose: sono anche ciò che resta quando il mondo smette di raccontarsi bugie.







