Milano Cortina inventa la Parata diffusa: gli atleti sfilano tra Milano, Livigno, Predazzo e Cortina, San Siro esplode tra applausi, fischi e orgoglio azzurro

Per la prima volta nella storia dei Giochi Olimpici, la Parata degli Atleti non si concentra in un’unica cornice ma si frammenta, si sposta, si moltiplica. È una scelta che somiglia a una dichiarazione: Milano Cortina non vuole un centro solo, vuole un racconto diffuso. Così la sfilata prende forma nelle sedi di gara di Milano, Livigno, Predazzo e Cortina, con gli atleti che entrano nei siti più vicini a quelli in cui gareggeranno. Il risultato, mentre la cerimonia va avanti, è un mosaico in tempo reale: bandiere e volti che compaiono in luoghi diversi, ma con un filo unico che tiene insieme lo stesso battito.

A San Siro l’atmosfera è da stadio nel senso pieno del termine: entusiasmo alle stelle, applausi, cori e quel rito moderno dei messaggi alle telecamere, tra “ciao mamma” gridati al passaggio, sorrisi e gesti, la voglia di esserci e di farsi vedere. Applaude il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, presente mentre la parata scorre e lo stadio registra, reagisce, si scalda, prende posizione. I primi a sfilare sono gli sportivi della Grecia, come tradizione olimpica, poi le altre nazioni avanzano in ordine alfabetico. A chiudere sarà l’Italia.

Il momento azzurro, intanto, è già sdoppiato, come l’architettura stessa della sfilata. A San Siro l’Italia si presenta davanti a tutti con i portabandiera Arianna Fontana e Federico Pellegrino. A Cortina, invece, la bandiera è affidata a Federica Brignone e Amos Mosaner. Un doppio gesto che non spezza l’immagine del Paese, la allarga: l’Italia in casa non è un punto, è una geografia. È Milano e sono le montagne, è lo stadio e sono le piste, è il cuore mediatico e l’altitudine vera.

San Siro, però, non è solo festa. È anche termometro. Fischi hanno accolto la delegazione degli atleti israeliani allo stadio, in occasione della cerimonia di apertura. E un boato accompagna il passaggio degli Stati Uniti: il vicepresidente Vance è in piedi a sventolare la sua bandierina, ma viene sonoramente fischiato. Di segno opposto l’accoglienza riservata all’Ucraina, salutata da un’ovazione convinta, una di quelle reazioni nette che non hanno bisogno di sottotitoli. È la fotografia di un pubblico che, nel mezzo di un rito sportivo, porta nello stadio anche il peso del presente.

La parata scorre e, come sempre, ci sono delegazioni che diventano racconto nel racconto. Non passa inosservata la Mongolia: i due componenti della delegazione indossano abiti ispirati all’epoca di Gengis Khan. Indossano infatti il deel, abito tradizionale di cashmere blu intrecciato con seta gialla e rossa e ricamato con corni. Un colpo d’occhio che tiene insieme storia, identità e scenografia, e che nello stadio funziona come un fermo immagine.

Applausi anche per un’immagine opposta e ugualmente potente: il portabandiera solitario del Madagascar, entrato da solo a San Siro. In un contesto dove alcune nazioni sfilano in gruppi compatti e altre hanno delegazioni ridotte al minimo, quel passaggio diventa simbolico senza volerlo: una bandiera, un atleta, un’intera presenza affidata a una persona sola, e lo stadio che lo riconosce con un applauso. Consensi netti arrivano anche per Messico e Giappone: i giapponesi sfilano tenendo in mano sia una bandierina del Sol Levante che un tricolore italiano, un dettaglio semplice che mette d’accordo tutti.

Tra le sorprese c’è anche il Benin, alla sua prima partecipazione a un’Olimpiade invernale, mentre l’Arabia Saudita sceglie abiti tradizionali al posto dell’abbigliamento tecnico. In mezzo scorrono delegazioni piccole, come Cipro con sole tre persone, e Paesi rappresentati da un solo atleta. Tra quelle più applaudite, nel flusso della serata, si notano Brasile, Canada e Cina: reazioni che non cambiano il protocollo ma raccontano l’umore dello stadio.

La cerimonia, intanto, prosegue nelle diverse sedi dell’evento e a Cortina arriva anche la voce di Federica Brignone, portabandiera insieme ad Amos Mosaner. Le sue parole, pronunciate mentre l’Italia si mostra al mondo “in casa” nel modo più letterale possibile, sono il riassunto emotivo di questa serata: “Essere il portabandiera in casa è qualcosa di davvero speciale. Sono così felice ed emozionata. È un sogno che si avvera. Fin dall’inizio, ho pensato che la cosa migliore sarebbe stata arrivare alle Olimpiadi, perché è stato un percorso davvero duro per me, e lo è ancora oggi. Essere qui – spiega la sciatrice – è davvero speciale: è stata una sfida quasi impossibile”. Quindi un’ultima anticipazione: “Alla fine non indosserò i tacchi”.

Milano Cortina, con questa parata diffusa, fa una scelta che cambia la grammatica della cerimonia: non una sola sfilata, ma più sfilate che si parlano; non una sola inquadratura, ma più finestre sullo stesso evento. A San Siro l’energia è quella delle grandi notti, con applausi, slogan e reazioni forti, mentre altrove la parata si fa più vicina ai luoghi delle gare, quasi a portare gli atleti subito dove dovranno misurarsi davvero. E nel mezzo, come sempre, resta l’immagine che chiude e tiene insieme tutto: l’Italia che arriverà per ultima, perché è la regola, ma anche perché stasera il rito sembra costruito apposta per farla entrare quando lo stadio è già in piedi.