L’Italia non è una zona franca per apparati repressivi stranieri. Non lo è per l’ICE americana e non può diventarlo per i Pasdaran iraniani. E invece, mentre il governo minimizza, si apre un fronte che rischia di trasformare le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina in un inquietante esperimento di normalizzazione delle milizie di Stato.
A sollevare il caso è stato Alberto Balboni, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, che in Aula – con l’intento dichiarato di schernire l’opposizione – ha pronunciato una frase destinata a restare. Parlando della sicurezza degli atleti iraniani, Balboni ha detto: «Basta fare una ricerca su Internet e lo scopre: dai Pasdaran, cioè da coloro che hanno massacrato 30.000 giovani in Iran». Poi l’affondo politico: “Di questo non vi scandalizzate”, rivolto a chi criticava la presenza dell’ICE.
Peccato che, nel tentativo di fare sarcasmo, Balboni abbia aperto un vaso di Pandora. Perché se anche solo l’ipotesi che i Pasdaran possano operare sul territorio italiano fosse vera, non saremmo davanti a una polemica da talk show, ma a un fatto politico e istituzionale di una gravità enorme. Ed è per questo che il Partito Democratico ha presentato un’interrogazione formale ai ministri dell’Interno e degli Esteri. I senatori Antonio Misiani e Cristina Tajani lo scrivono nero su bianco: «Se fosse confermato quanto affermato da Balboni, sarebbe gravissimo». Non è una sfumatura. Non è una questione tecnica. È una linea rossa.
I Pasdaran – Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica – non sono una “scorta”, non sono un servizio di sicurezza come gli altri, non sono un folklore geopolitico. Sono un corpo militare direttamente dipendente dalla guida suprema iraniana, responsabile di repressioni sistematiche, torture, esecuzioni, stragi di giovani manifestanti. Migliaia di morti nelle proteste interne, decine di migliaia di vite spezzate in nome della stabilità del regime. Ed è qui che l’incoerenza del governo diventa insostenibile.
Perché lo stesso Antonio Tajani, ministro degli Esteri, ha sostenuto in sede europea la necessità di inserire i Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche. Lo ha fatto pubblicamente. Lo ha rivendicato. E allora la domanda è semplice, brutale, inevitabile: come può l’Italia anche solo contemplare l’idea di ospitare sul proprio territorio uomini appartenenti a un’organizzazione che considera terrorista? Non esiste risposta che non sia imbarazzante.
Il paragone con l’ICE non è casuale, e non è innocente. Dopo Minneapolis, dopo le operazioni federali americane che hanno prodotto morti, proteste, accuse di “terrore di Stato”, l’idea che l’Italia diventi terreno operativo per apparati di sicurezza stranieri, opachi e violenti, è qualcosa che va respinto senza esitazioni. Le Olimpiadi non sono un G8. Non sono una zona militarizzata. Non sono un’eccezione al diritto. Sono un evento sportivo. E dovrebbero restare tali.
Portare in Italia l’ICE o i Pasdaran significa accettare che la sicurezza venga esternalizzata a milizie di Stato con una storia di sangue, significa legittimare pratiche che nulla hanno a che vedere con lo Stato di diritto, significa trasformare un evento globale in un teatro di forza, sorveglianza e intimidazione. E soprattutto significa mandare un messaggio devastante: che tutto è negoziabile, anche i diritti umani, purché serva a evitare grattacapi diplomatici. No. Non in nostro nome.
L’Italia non può essere il Paese che predica diritti, libertà, democrazia e poi spalanca le porte a corpi militari accusati di massacri, repressioni e torture. Non può farlo alle Olimpiadi, non può farlo mai. Se il governo vuole evitare che questo caso esploda, l’unica strada è la chiarezza immediata: chi garantisce la sicurezza sul territorio italiano lo fa sotto giurisdizione italiana, con regole italiane, rispondendo alle istituzioni italiane. Né ICE né Pasdaran. Le Olimpiadi non sono il luogo delle milizie assassine. E questa volta non è retorica. È una linea di civiltà.







