Olimpiadi Milano-Cortina, il caso dei pasti “Made in Italy” che svaniscono e l’ombra di un catering sloveno: Edoardo Raspelli parla di “due belle tranvate”

Fiamma Olimpica

“Addio sogni di gloria, addio castelli in aria”. Edoardo Raspelli prende in prestito un verso che sa di Italia d’altri tempi, quello cantato e ricantato da Carlo Buti, Claudio Villa, Luciano Pavarotti, e lo appoggia su due notizie che, raccontate una accanto all’altra, sembrano fatte apposta per rovinare la festa. Lui le chiama senza mezzi termini “due belle tranvate”: due momenti della storia recente che, nel giro di pochissimo, si sono sgonfiati, si sono complicati, o sono diventati più opachi di come erano stati presentati.

Il primo riguarda il tema Unesco e il modo in cui è stato venduto al pubblico: quel “per la prima volta” che avrebbe dovuto trasformare il riconoscimento del Patrimonio immateriale dell’umanità in una specie di primato nazionale, in una medaglia appuntata sul petto dell’Italia. Il secondo, più concreto e molto più ghiotto, riguarda le Olimpiadi Milano-Cortina e la promessa, fatta nero su bianco davanti a una platea di addetti ai lavori e volti noti, di un’operazione titanica di ospitalità e cucina italiana capace di raggiungere numeri da capogiro.

Raspelli parte da qui, dalle Olimpiadi. Il punto di innesco è un appuntamento preciso: 10 aprile dell’anno scorso, Fiera Fuori Milano, Rho. In quel contesto viene annunciato che gli ospiti iscritti alla On Location avrebbero avuto a disposizione almeno 175.000 pasti “d’eccellenza”, curati da uno chef e ristoratore piemontese, Carlo Zarri, del San Carlo di Cortemilia, in provincia di Cuneo, terra di nocciole e di orgogli gastronomici che non hanno bisogno di presentazioni.

Il racconto, così come viene ricostruito, è quello da brochure perfetta e da slide che fanno venire fame: la Valtellina con “montagne” di bresaola, Bitto e Casera; il Trentino Alto Adige con lo speck, il Puzzone di Moena, yogurt artigianale, mele. Poi Prosecco e Grana Padano, e naturalmente i ravioli del plin del Cuneese e dell’Astigiano, come firma finale su un menu che, nelle intenzioni, doveva essere una passerella del Made in Italy davanti a un pubblico enorme, distribuito in 12 siti, tra l’apertura milanese a San Siro e la chiusura all’Arena di Verona.

Alla presentazione, ricorda Raspelli, c’erano “decine di persone”: lui stesso, Joe Bastianich, Gianluca Gazzoli, Federica Pellegrini e Francesca Lollobrigida. Insomma, un lancio con il suo contorno di nomi e di riflettori. Poi, improvvisamente, la scena cambia tono. Il 4 dicembre, sempre secondo la ricostruzione, Zarri annuncia su Facebook che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno di lavoro per quei 175.000 pasti all’insegna del Made in Italy. Dopo quel post: silenzio.

È qui che Raspelli, da cronista gastronomico, decide di fare la cosa più semplice e più difficile insieme: chiedere spiegazioni. Contatta Zarri, che lo rimanda all’ufficio stampa di On Location. L’ufficio stampa lo indirizza al responsabile dell’organizzazione, Tommaso Cavallari. Parte una girandola di email, telefonate, messaggi “a destra e a sinistra”, racconta Raspelli, ma senza risultati. Nessuna risposta definitiva. Nessuna versione chiara. Nessun punto fermo che dica: i pasti ci sono, non ci sono, cambiano fornitore, cambiano impostazione, cambiano numeri.

A quel punto cerca altrove, prova a capire se gli chef e i nomi-chiave del territorio sappiano qualcosa. Norbert Niederkofler, altoatesino di Brunico, non ne sa nulla. Michil Costa, Perla di Corvara, idem. Il Tivoli di Cortina e l’Huberlain di Anterselva, nell’area del biathlon, si occupano solo di Casa Italia. E allora, domanda inevitabile: che fine fanno quei pranzi e quelle cene per 175.000/200.000 persone annunciati l’anno scorso come una grande occasione per prodotti e ricette italiane?

Nel racconto entra anche un dettaglio spinoso: la ricerca di informazioni “altrove”, fino a far emergere – sempre secondo quanto riferito – nomi di catering sloveni: Jezeršek Catering, Vita Catering, Vivo Catering. Ed è qui che Raspelli mette una premessa, quasi a voler disinnescare preventivamente l’accusa di provincialismo. Ma la premessa, detta così, suona anche come un manifesto personale, con dentro famiglia, memoria, identità. La riporto integralmente, perché è il cuore emotivo del suo ragionamento:

“Nella mia vita non ho mai avuto né mai avrò preclusioni di nessun tipo, né sessuale né razziale; per me non ci sono colori o tratti somatici diversi e problematici… -dice Edoardo Raspelli- però, io sono italiano, amo l’Italia… Mio nonno (che si chiamava come me ) era Tenente dei Carabinieri Reali, mio padre (prima di diventare segretario nazionale degli Ospedalieri per la CISL lo era del Sindacato Unico Fascista, anche se in casa sua nascondeva gratis una vecchina ebrea salvandola dai campi di sterminio nazi fascista… Io ho imparato a memoria sin da bambino quel celebre pass del libro Cuore di Edmondo De Amicis: “ Perché amo l’Italia ?! Perchè mia madre è italiana, perché il sangue che mi scorre nelle vene è italiano, perché è italiana la terra dove sono sepolti i morti che mia madre piange e che mio padre venera, perché la città dove sono nato, la lingua che parlo….è italiano”…”

E poi la chiusura, che è anche la domanda che lascia tutto aperto: “Vedremo un catering straniero, di qualunque Nazione sia (se la notizia viene confermata) che ruolo, che peso darà ai prodotti ed alle ricette del nostro Paese”.

Raspelli mette insieme così, con un tono da “consoliamoci con le leccornìe di casa nostra”, due vicende che per lui parlano la stessa lingua: quella delle grandi narrazioni che promettono primati e vetrine mondiali e poi, quando si va a cercare i dettagli, diventano sfocate. Da una parte l’idea del riconoscimento Unesco come trionfo unico e assoluto; dall’altra l’operazione Olimpiadi come gigantesco palco per il Made in Italy, che però, nella sua ricostruzione, inciampa in un annuncio interrotto e in una catena di rimpalli.

E la sensazione finale è tutta in quell’immagine iniziale: sogni di gloria e castelli in aria. Bellissimi finché stanno su. Fragili, appena qualcuno apre una porta e chiede: “Scusate, ma quindi, in concreto, chi cucina?”.