Olimpiadi Milano Cortina, piano anti-Ice. Scorte straniere sotto tutela: armi corte sì, ma fuori dai palazzi.

L’effetto immediato del “caso ICE” è una sola parola, che al Viminale pesa più di qualsiasi slogan: controllo. Non nel senso politico, ma nel senso operativo. Perché quando l’Italia ospita un evento globale come Olimpiadi invernali Milano Cortina, le delegazioni straniere arrivano con il loro apparato di sicurezza, come sempre accade. Solo che questa volta ogni dettaglio viene incanalato in una griglia di protocolli fitta e stringente: chi sono gli agenti, che compito svolgono, chi proteggono, che tipo di arma intendono portare. E, soprattutto, dove quell’arma può stare e dove invece no.

Il meccanismo è quello delle autorizzazioni in serie. In queste ore le ambasciate dei Paesi invitati trasmettono al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale gli elenchi degli addetti alla sicurezza, che vengono poi inoltrati al Ministero dell’Interno. Ogni Stato sceglie in autonomia i propri uomini e le proprie strutture, ma l’architrave resta italiano: la responsabilità dell’ordine pubblico non si delega. Rimane in capo esclusivamente alle forze di polizia italiane, con un presidio sul campo che viene quantificato in oltre seimila uomini tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza.

È qui che scatta il punto più delicato: le regole d’ingaggio per le scorte straniere. Sono consentite armi, sì, ma “necessariamente corte”. E non basta dichiararlo: per ciascuna arma serve un nulla osta del prefetto, dopo una delega esplicita del ministero dell’Interno. Un passaggio formale che, nella sostanza, è la clausola di comando: l’Italia decide cosa entra, chi lo porta e con quali limiti. Non è un dettaglio, è la cornice che impedisce sovrapposizioni e iniziative fuori controllo.

I limiti, infatti, sono tracciati in modo netto. Le armi non possono essere portate per nessuna ragione nei palazzi istituzionali e nelle sedi istituzionali. In quei luoghi, l’idea stessa di una pistola “di scorta” non è negoziabile: resta fuori. L’attività degli addetti alla sicurezza deve basarsi soprattutto sulla protezione passiva, con un raggio d’azione limitato e ben definito. Niente improvvisazioni, niente iniziative autonome, niente fughe in avanti: tutto deve stare dentro i protocolli concordati con le autorità italiane. È un perimetro che serve a una cosa sola: evitare che, nel cuore di un evento blindato, convivano catene di comando parallele.

E se sul piano fisico la regola è “arma corta sì, ma dove e quando lo decidiamo noi”, sul piano digitale il principio si ripete con parole diverse. Anche per la cybersecurity, fermo restando i protocolli interni di ciascuna delegazione, tutto dovrà passare dalla Sala Rossa dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. In pratica: non esistono corsie preferenziali, né stanze separate. La regia, la condivisione delle informazioni e l’eventuale risposta agli incidenti informatici vengono centralizzate. È una scelta che riconosce due elementi: la fragilità delle infrastrutture in grandi eventi e la necessità di un’unica cabina di coordinamento, per evitare che la sicurezza digitale diventi un puzzle di procedure non compatibili tra loro.

La cornice, dunque, è questa: le delegazioni arrivano con i propri uomini, ma la partita si gioca sotto il controllo delle forze di polizia italiane, dentro un protocollo rigidissimo impostato dal Viminale. Nomi, mansioni, personalità da proteggere, armi dichiarate e autorizzate: tutto tracciato. Tutto formalizzato. Tutto verificato. Anche perché, nella logica del ministero, non è solo una questione di prevenzione, ma di responsabilità: quando qualcosa va storto, non esistono “zone grigie” in cui nessuno risponde.

In parallelo ai dossier sicurezza, però, si muove un’altra partita, più silenziosa e non meno delicata: quella della diplomazia dei posti. Tra cerimonia inaugurale e cena di gala, il “sitting plan” diventa un messaggio in codice: chi siede vicino a chi, chi viene messo in evidenza, chi viene tenuto a distanza. Washington ha già annunciato la partecipazione del vicepresidente J. D. Vance e del segretario di Stato Marco Rubio. Resta invece in forse la presenza di Emmanuel Macron.

Qui entra in scena una regola apparentemente neutra, ma utilissima quando il clima è sensibile: l’ordine alfabetico dei Paesi, con un’eccezione finale. Gli ultimi due posti della fila sono riservati a chi ospiterà le prossime Olimpiadi invernali: la Francia e Salt Lake City. Una soluzione che, nella ricostruzione, eviterebbe a Macron l’imbarazzo di sedere accanto a Vance o Rubio, collocandolo invece vicino a un rappresentante locale di Salt Lake City. Un dettaglio di cerimoniale, certo. Ma in contesti del genere i dettagli diventano sostanza, e la sostanza diventa fotografia.

In sintesi: a Milano e nel perimetro di Olimpiadi invernali Milano Cortina, ogni delegazione potrà portare i propri uomini e le proprie strutture, ma le regole le scrive l’Italia. Armi corte autorizzate e tracciate, ma fuori dai palazzi istituzionali. Nessuna iniziativa autonoma oltre i protocolli. Cybersecurity centralizzata, con passaggio obbligato dalla Sala Rossa dell’Agenzia nazionale. E, sullo sfondo, una diplomazia dei posti che prova a prevenire scintille prima ancora che si vedano in sala.