Alla fine l’Oscar più pesante se lo prende “Una battaglia dopo l’altra”, e non è un dettaglio da poco. Perché la novantottesima edizione degli Academy Awards, andata in scena dal Dolby Theatre di Los Angeles, ha avuto il sapore di una notte molto americana, molto nervosa e molto politica. Non soltanto per i premi, ma per il clima. Fuori dal teatro le proteste contro la polizia anti immigrazione, dentro le battute contro Donald Trump, gli Epstein files e la libertà di parola ridotta a terreno di scontro. In mezzo, il cinema. Quello che prova ancora a farsi specchio di un Paese spaccato, ansioso, litigioso eppure incapace di smettere di raccontarsi.
A vincere come miglior film è stata proprio la commedia d’azione politica di Paul Thomas Anderson, “Una battaglia dopo l’altra”, che chiude la serata da trionfatrice. Il film, specchio perfetto di un’America polarizzata, si prende la statuetta più importante e consacra una cerimonia che ha scelto di non nascondere il contesto in cui si è svolta. Anderson, salendo sul palco, ha chiuso la notte con una frase che ha il tono asciutto di chi sa di aver centrato il bersaglio: “Ora dobbiamo prenderci un Martini”. Prima, però, aveva spiegato di aver fatto il film per i propri figli, quasi una richiesta di scuse preventiva per il mondo complicato che la sua generazione lascerà in eredità, ma anche un atto di fiducia nella loro capacità di fare meglio.
“Una battaglia dopo l’altra” si prende l’Oscar più importante
Il titolo di Paul Thomas Anderson arriva così in cima a una corsa cominciata sotto il segno di molte attese e di parecchi sospetti. Perché agli Oscar, si sa, il film che entra favorito non sempre è quello che esce vincitore. Stavolta invece il film ha tenuto fino in fondo. E lo ha fatto con il passo di chi intercetta un momento storico preciso: quello di un’America che si guarda allo specchio e non sempre si piace.
La vittoria come miglior film non è rimasta isolata. Anderson si è portato a casa anche l’Oscar per la regia, suggellando una serata che lo rimette al centro della grande narrativa hollywoodiana. Il premio gli è stato consegnato da Zendaya e Robert Pattinson, e il regista ha risposto con un discorso molto semplice e molto vero, di quelli che non cercano la frase virale ma finiscono per lasciarti qualcosa. Ha parlato del lavoro, dei dubbi, del piacere di sentirsi lì grazie alla fiducia ricevuta. In sostanza del cinema come lavoro collettivo, non come esercizio di vanità. Merce rara, di questi tempi.
Michael B. Jordan, primo Oscar e ingresso tra i grandi
Tra i protagonisti assoluti della notte c’è stato Michael B. Jordan, che ha vinto l’Oscar come miglior attore protagonista per “I peccatori”, il film di Ryan Coogler in cui interpreta i fratelli gemelli Smoke e Stack. Prima candidatura, prima vittoria. E già questo basterebbe a raccontare il peso del momento. Ma a renderlo ancora più forte è il significato simbolico del premio: Jordan diventa il sesto uomo afroamericano a trionfare nella categoria.
Sul palco è apparso sinceramente colpito, quasi travolto da ciò che gli stava succedendo. Ha ringraziato la madre, ha cercato il padre in sala, ha abbracciato idealmente Ryan Coogler e il cast, poi ha allargato il discorso a quelli che lo hanno preceduto. Sidney Poitier, Denzel Washington, Jamie Foxx, Forest Whitaker, Will Smith. E proprio quella citazione ha aggiunto una sfumatura interessante, perché Smith è ancora bandito dagli eventi dell’Academy dopo lo schiaffo a Chris Rock del 2022. Jordan lo ha nominato lo stesso, come a dire che la storia la decide il tempo, non solo il regolamento. Ha citato anche Halle Berry, ricordando l’unicità del suo trionfo come migliore attrice protagonista. Un discorso misurato, ma con abbastanza sostanza da non sembrare il solito rosario di ringraziamenti.
Jessie Buckley, il premio più bello arriva nel giorno delle madri
L’altra statuetta più attesa, quella per la miglior attrice protagonista, è andata a Jessie Buckley per “Hamnet”. A consegnarle il premio è stata Mickey Madison, vincitrice della passata edizione, e Buckley ha risposto con un discorso che ha mescolato stupore, gratitudine e tenerezza. Ha ringraziato la regista Chloé Zhao, la sua famiglia, “mezza Irlanda” presente in sala, e poi ha infilato la frase più bella del suo intervento: un pensiero alla sua bambina di otto mesi, che in quel momento “starà sognando il latte”.
Non contenta, ha voluto legare il premio alla festa della mamma celebrata nel Regno Unito, dedicando l’Oscar “allo splendido caos che è il cuore di una madre”. Una frase che, in una cerimonia molto tirata sul piano politico, ha rimesso al centro il lato umano senza scadere nella retorica zuccherosa. Operazione non sempre facilissima, soprattutto a Hollywood.
Cerimonia snella, frecciate politiche e un teatro blindato
A tenere insieme il tutto ci ha pensato Conan O’Brien, con una conduzione rapida, meno ridondante del solito e più attenta al ritmo. La notte degli Oscar, quando vuole, sa essere estenuante. Stavolta invece la macchina ha girato con discreta efficienza. O’Brien ha scelto il registro dell’ironia asciutta, mentre Jimmy Kimmel si è preso il compito di affondare di più il coltello dove faceva più male. Le stoccate contro Trump, gli Epstein files e la libertà di stampa sono state tra i momenti più commentati, anche perché inserite in una cerimonia blindata da misure di sicurezza altissime per la situazione internazionale.
Il riferimento alla libertà di parola, con il paragone tra la CBS e la Corea del Nord, ha dato bene il tono di un ambiente che sente il fiato del potere sul collo e non ha più voglia di far finta di niente. Il momento più apertamente politico, però, lo ha firmato Javier Bardem, con il suo “No alla guerra illegale e Palestina libera”. Una frase netta, senza cuscinetti diplomatici, che ha ricordato a tutti come il palco degli Oscar resti anche una tribuna mondiale, per quanto il sistema americano provi spesso a sterilizzarlo.
Barbra Streisand, Billy Crystal e i momenti che salvano la notte
Poi ci sono stati i momenti in cui Hollywood ha fatto Hollywood nel modo migliore: ricordando i suoi miti senza sembrare un museo delle cere. Barbra Streisand ha omaggiato Robert Redford e ha cantato “The Way We Were”, regalando uno di quei passaggi in cui il tempo sembra fermarsi davvero. Billy Crystal, insieme agli altri attori di Rob Reiner, è salito sul palco per ricordare lui e la moglie, uccisi a dicembre, e lì l’emozione è stata meno spettacolare ma più profonda.
Anche la reunion tra Nicole Kidman e Ewan McGregor, a venticinque anni da “Moulin Rouge”, con il ritorno di “All You Need Is Love”, ha funzionato come una perfetta carezza vintage prima del gran finale. Non il solito amarcord da archivio, ma un modo elegante per accompagnare l’annuncio più atteso della serata.
Alla fine gli Oscar 2026 lasciano questa immagine: un’Academy meno tronfia del solito, più rapida, più nervosa, più politica. E soprattutto un vincitore che racconta molto del tempo in cui viviamo. “Una battaglia dopo l’altra” non è soltanto il miglior film della serata. È il titolo che meglio fotografa il clima di un’America che non riesce più a concedersi il lusso dell’innocenza. Hollywood l’ha capito. E per una notte, invece di nascondersi dietro il trucco, ha deciso di mostrarsi per quella che è.







