Peaky Blinders: il film su Netflix. Il momento, per i fan di Peaky Blinders, è finalmente arrivato. The Immortal Man è da oggi su Netflix e rimette al centro Tommy Shelby per quello che viene presentato come l’epilogo definitivo della saga. Dopo il passaggio limitato nelle sale delle scorse settimane, il film sbarca in streaming con tutto il peso di un’eredità ingombrante: chiudere davvero una delle serie più riconoscibili degli ultimi anni senza trasformarla in una lunga eco di se stessa.
Il ritorno di Cillian Murphy nei panni di Tommy era il primo, vero banco di prova. E da questo punto di vista il film non tradisce. Murphy si riprende il personaggio con quella sua presenza febbrile, scavata, quasi spettrale, che aveva reso Tommy molto più di un semplice boss televisivo. Accanto a lui c’è Barry Keoghan, uno degli innesti più rilevanti di questa operazione, chiamato a dare un nuovo contrappunto al racconto dentro un mondo che rischiava di vivere soltanto di memoria. Ma il cuore del film resta altrove: nel richiamo a Birmingham, al Garrison, a quel paesaggio morale fatto di fango, silenzi, violenza e malinconia che ha sempre rappresentato il marchio più forte dell’universo Shelby.
Peaky Blinders: The Immortal Man riporta Tommy Shelby dentro il suo inferno
La storia si sposta negli anni della Seconda Guerra Mondiale e sceglie di raccontare un Tommy sempre più solo, richiamato ancora una volta dentro una spirale di conti aperti, nuovi nemici e vecchi fantasmi. È una struttura che i fan conoscono bene, quasi una liturgia narrativa: Shelby prova a sottrarsi, ma il suo mondo torna a reclamare sangue, decisioni e danni collaterali. Il film riparte da lì e lo fa senza nascondere il proprio intento principale, che non è tanto aprire una nuova fase, quanto dare una forma più definitiva alla chiusura del personaggio.
Ed è proprio su questo punto che The Immortal Man trova il suo merito più evidente. La sesta stagione aveva lasciato parte del pubblico con una sensazione di sospensione, quasi di incompiutezza. Non era un finale sbagliato, ma un finale aperto, più sfumato che conclusivo. Il film invece si incarica di stringere il cerchio. Lo fa accompagnando Tommy verso una resa dei conti più chiara, meno ambigua, più pensata per essere letta come ultimo atto.
Il fascino del ritorno, inutile negarlo, funziona ancora. Rivedere certi ambienti, ritrovare quell’estetica sporca e solenne insieme, sentire di nuovo il peso di sguardi e pause che nella serie valevano più di molte battute, basta già da solo a riattivare l’affetto e la fedeltà del pubblico. Peaky Blinders ha sempre avuto una forza atmosferica rarissima e il film continua a vivere di quella miscela di eleganza, brutalità e tristezza che ha reso la saga qualcosa di molto più forte di un semplice crime drama in costume.
Peaky Blinders: il film su Netflix funziona soprattutto quando lascia parlare Cillian Murphy
Se c’è un elemento su cui quasi tutti finiscono per convergere è proprio questo: The Immortal Man sta in piedi perché Murphy continua a tenere tutto insieme. Anche chi resta perplesso davanti al senso complessivo dell’operazione tende a riconoscere che il film gli appartiene in modo quasi assoluto. Tommy Shelby resta un personaggio magnetico, ma è l’attore a impedirgli di scivolare nella caricatura del mito stanco. Ogni scena in cui Murphy resta in sottrazione, in apnea, in quel suo modo di stare fermo mentre sembra già sul punto di crollare, restituisce gravità al racconto.
Anche Barry Keoghan, nei panni di Duke Shelby, si inserisce con efficacia. La sua presenza serve a costruire un ponte generazionale e a evitare che il film viva soltanto del proprio passato. Non è un dettaglio secondario, perché una delle tentazioni più forti di operazioni come questa è quella di trasformarsi in un mausoleo, in una celebrazione un po’ imbalsamata del mondo che fu. Invece il film, almeno a tratti, cerca di introdurre un movimento diverso, un’energia nuova, una tensione che non dipenda soltanto dalla nostalgia.
C’è poi un altro aspetto da riconoscere: The Immortal Man non finge di essere altro da ciò che è. Non si presenta come reinvenzione radicale, non prova a smontare il mito Shelby per ricostruirlo da zero. Sceglie piuttosto la via della coerenza, e in questo senso può essere letto come una conclusione soddisfacente per chi voleva semplicemente rientrare un’ultima volta in quel mondo e uscirne con una sensazione di chiusura.
I limiti di The Immortal Man: storia ridotta e formula che sente il peso degli anni
Il problema, però, è che questa chiusura più netta non coincide per forza con un vero ampliamento del racconto. Ed è qui che emergono i limiti del film. La storia appare spesso lineare, compressa, a tratti prevedibile. Non dà mai davvero l’impressione di aggiungere un capitolo indispensabile all’arco complessivo della saga. Più che necessario, The Immortal Man sembra possibile. E non è la stessa cosa.
L’impressione è che l’operazione regga soprattutto perché il mondo di Peaky Blinders continua ad avere una presa fortissima sull’immaginario, non perché ciò che viene raccontato qui fosse davvero irrinunciabile. Il fascino resta, l’identità pure, ma la formula mostra la fatica di chi ha già percorso gran parte della propria strada. Da questo punto di vista, il film assomiglia più a una lunga postilla di lusso che a un autentico rilancio narrativo.
Anche sul fronte degli antagonisti rimane una sensazione di occasione soltanto sfiorata. Il personaggio interpretato da Tim Roth ha presenza, ombra, compatibilità con l’universo della saga, ma non arriva mai ad avere il peso drammatico dei grandi avversari del passato. Manca un nemico davvero capace di spostare il baricentro del racconto, di ridisegnare il campo, di imprimere al conflitto quella pressione memorabile che in altri momenti della serie era stata decisiva.
Un film non completamente sviluppato
E poi c’è il nodo del tono, che forse è il punto più delicato. Invece di recuperare l’energia più sporca, istintiva e quasi punk delle prime stagioni, The Immortal Man continua a muoversi dentro il registro lirico, contemplativo e severamente drammatico delle ultime annate. Tommy è ancora una volta un uomo consunto, assediato dai lutti, abitato da superstizioni, fantasmi, richiami interiori che lo rendono più vicino a un reduce che a un capo in trasformazione. È una scelta coerente, certo. Ma proprio per questo conferma un dubbio preciso: il personaggio non evolve davvero, non entra in un territorio nuovo, non scopre fino in fondo una possibilità diversa da se stesso. Viene semmai accompagnato, con stile e mestiere, verso una conclusione più chiusa.
Ed è forse questo il giudizio più onesto sul film. Peaky Blinders: The Immortal Man non è indispensabile, ma nemmeno inutile. Non allarga davvero il mito, però lo accompagna a un’uscita di scena più ordinata, più definitiva, più riconoscibile per chi in quel mondo ha passato anni. È un epilogo che si lascia guardare fino in fondo, soprattutto se si è amato il cammino di Tommy Shelby e si sentiva il bisogno di un ultimo brindisi al Garrison, prima che le luci si abbassino sul serio.







