Per la prima volta dopo otto secoli “a tu per tu” con san Francesco: il corpo esposto ad Assisi e 400 mila pellegrini già prenotati

Ci sono notizie che fanno rumore. E poi ce ne sono altre che, paradossalmente, commuovono proprio perché arrivano in punta di piedi. Ad Assisi, da ieri, per la prima volta dopo otto secoli, si può “vedere” san Francesco. Vedere davvero, con lo sguardo che non si appoggia a una statua o a un’icona, ma a un corpo. Piccolo. Quasi fragile. Eppure capace ancora di attirare un popolo intero.

Ieri è avvenuta l’estumulazione: tolto dall’urna, il corpo del santo è stato portato dalla cripta, dove riposa, alla basilica inferiore, sotto gli affreschi di Giotto e degli altri maestri. Non una ricognizione come quelle del passato: la prima vera ostensione pubblica. E il dato, già da solo, dà la misura di ciò che sta accadendo: quasi 400 mila pellegrini si sono prenotati per vederlo nel prossimo mese.

L’immagine che più colpisce non è la folla, ma l’atmosfera. Quasi di famiglia, raccontano i frati. I primi a passare sono stati il custode del Sacro Convento, padre Marco, e il portavoce, padre Giulio. Un gesto essenziale, dentro un rito che per sua natura trattiene le parole e lascia parlare la pietra, la luce bassa della basilica, il passo lento. Il corpo resterà lì fino alla Settimana Santa. Ad agosto è attesa la visita del Papa alla Porziuncola. A ottobre si celebreranno gli 800 anni della morte. È come se il calendario, all’improvviso, si fosse riempito di una sola presenza.

E questa presenza torna a farsi vicenda umana, terrena, concreta. Francesco volle essere adagiato sulla nuda terra. Non un letto, non un segno di potere, non una distanza. Nuda terra in vita, nuda terra in morte. È un dettaglio che fa male e bene insieme, perché dice tutto con una semplicità disarmante: la grandezza, per lui, non aveva niente a che fare con l’altezza.

La storia del suo corpo è stata, fin dall’inizio, una storia contesa. Gli assisani volevano che morisse nella loro città per evitare che altri — i perugini, i rivali di sempre — potessero impadronirsi delle reliquie. Lo chiusero sotto scorta armata nel palazzo del Comune. Solo negli ultimi giorni Francesco ottenne ciò che desiderava: morire alla Porziuncola. È lì che si addensa l’eco di un addio che sembra scritto per tutti, eppure è intimo, quasi domestico. Scrisse una lettera a Chiara. E dettò un messaggio a una donna a cui era legato al punto da chiamarla “frate Jacopa”, Jacopa dei Settesoli: “sto morendo, vieni”, e porta i panni e i ceri per il funerale, e — come se anche nell’ultima ora restasse spazio per un sorriso tenero — porta pure i mostaccioli, i dolci che mi piacciono. Quella lettera non fu nemmeno spedita: Jacopa arrivò lo stesso, come se avesse sentito il bisogno prima delle parole. Portava i panni, i ceri e, naturalmente, i mostaccioli.

Francesco chiese che intonassero il Cantico delle Creature. Tentò di unirsi con l’ultimo filo di voce. Si fece leggere la Passione dal Vangelo secondo Giovanni. Poi benedisse i frati, uno per uno. E benedisse, dicono i testimoni, tutti gli abitanti della terra: presenti, passati, futuri. Anche noi, senza conoscerci.

Quando esalò l’ultimo respiro, si racconta che sul tetto della Porziuncola si posò un grande stormo di allodole e levò un canto. Era la notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226. Aveva quarantaquattro anni. Un frate vide la sua anima salire al cielo “come una stella”. Annotarono: dopo morto, diventò bianco, la carne morbida, e “appariva quasi un santo che rideva”. Sono frasi che non pretendono di dimostrare: mostrano. E basta.

Poi venne l’altra paura, tutta umana: i ladri sacrileghi. Costruirono una basilica per custodire il corpo e per nasconderlo. Ma lo nascosero così bene che, a un certo punto, non lo trovavano più. Qui la storia si fa quasi incredibile, come quelle che si tramandano sottovoce perché sembrano invenzioni, e invece sono fatte di piccone, terra e ostinazione. Fu papa Pio VII, nel 1818, a ordinare di ritrovare san Francesco. Scavarono per cinquantuno giorni e cinquantuno notti; alla cinquantaduesima notte il piccone trovò l’urna di pietra. Quell’urna che è stata aperta ieri.

A raccontarlo con una frase che resta addosso è Aldo Cazzullo: costruirono una basilica per custodire il corpo “e nasconderlo dai ladri sacrileghi; solo che lo nascosero talmente bene che poi non lo trovavano più”. È una scena quasi cinematografica, ma senza cinema: solo uomini con le mani nella terra, e un santo che continua a sfuggire alle definizioni, perfino quando lo cerchi.

In queste ore, ad Assisi, i pellegrini entrano e guardano. Non è una richiesta di miracolo, non è un baratto. È un incontro. E forse è questo che spiega la forza di Francesco: la sua capacità di restare vicino senza diventare facile, di parlare di pace senza suonare astratto, di essere “piccolino” e allo stesso tempo enorme. C’è una sua immagine, un sogno che raccontò ai frati: una gallina piccola e nera che tiene sotto le ali molti pulcini. “I pulcini siete voi, i miei frati. La gallina piccola e nera sono io.” Guardando quel corpo, dicono, si capisce che non era una metafora elegante. Era verità.

E così, sotto gli affreschi, in quella luce che sembra pensata per trattenere il respiro, san Francesco torna visibile. Non come reliquia da museo, ma come presenza che attraversa i secoli e rientra, senza clamore, nella vita di chi passa. Non si esce da lì con risposte pronte. Si esce con una sensazione più rara: di aver guardato qualcosa che non pretende di convincerti, ma ti cambia il passo.