C’è un momento preciso in cui la vicenda Signorini smette di essere una disputa giudiziaria ordinaria e diventa qualcos’altro. Nel caso che vede contrapposti Mediaset e Fabrizio Corona, quel momento coincide con la chiamata in causa della Direzione distrettuale antimafia. Una scelta che, per portata e implicazioni, segna un salto di livello e apre interrogativi che vanno ben oltre il perimetro del gossip.
La Dda è un organo della Procura della Repubblica che si occupa di criminalità organizzata, di reati associativi e di misure di prevenzione particolarmente invasive. Il suo coinvolgimento, almeno in questa fase, appare sproporzionato rispetto ai reati ipotizzati – che oscillano tra la diffamazione e il revenge porn – ma diventa comprensibile se si osserva l’obiettivo concreto dell’azione: togliere a Corona gli strumenti di comunicazione, dai telefoni cellulari ai social network, fino ai podcast. Un silenziamento totale che non può essere ottenuto attraverso i normali strumenti del diritto civile o penale ordinario.
È qui che la vicenda cambia natura. Perché l’uso di strumenti pensati per contrastare la criminalità organizzata introduce un precedente delicatissimo: l’idea che, per fermare una voce ritenuta pericolosa, si possa ricorrere a misure eccezionali, anticipando l’eventuale sanzione rispetto al fatto contestato.
Non è un caso che, da settimane, questa storia venga letta come qualcosa che va ben oltre la tutela della reputazione di Alfonso Signorini. L’istanza d’urgenza presentata dai suoi legali per bloccare la messa in onda della puntata di Falsissimo prevista per lunedì 26 gennaio si inserisce in uno scontro che ha assunto un valore simbolico. In gioco non c’è solo il contenuto di una trasmissione online, ma il rapporto di forza tra informazione tradizionale e comunicazione disintermediata.
Ai vertici del Biscione la partita viene percepita come un attacco diretto al gruppo e, di riflesso, alla sua governance. Non a caso vengono chiamati in causa, almeno sul piano politico e mediatico, Pier Silvio Berlusconi e Marina Berlusconi. Difendere Signorini significa difendere un modello di informazione fondato su strutture editoriali consolidate, oggi messe in discussione dalla forza dei social, che consentono a singoli soggetti di raggiungere platee paragonabili – se non superiori – a quelle dei grandi media.
Corona, dal canto suo, non arretra di un passo. Anzi, trasforma lo scontro giudiziario in una battaglia apertamente politica. «Con la storia che chiami la Dda per farmi chiudere i social perché sono pericoloso? Te sei pazzo. Perché io ti rovino, io li rovino», ha dichiarato all’uscita dal tribunale, rivendicando il ruolo dei social come vero terreno di questo conflitto epocale.
Al suo fianco, come sempre, l’avvocato Ivano Chiesa, che punta il dito contro quello che definisce un abuso dello strumento giuridico. «Se passa il principio per cui puoi impedire a qualcuno di pubblicare qualcosa, il giorno dopo voi avete finito di lavorare. La Dda per una diffamazione mi mancava», afferma, sottolineando il rischio di un precedente che potrebbe colpire chiunque produca contenuti sgraditi.
Il nodo centrale, secondo la difesa, è la natura preventiva del provvedimento richiesto. «Il danno, se c’è stato, è già avvenuto. Il provvedimento d’urgenza riguarda solo danni attuali e immediati che non si possono evitare in altro modo. Qui non esistono», spiega Chiesa al termine dell’udienza davanti al giudice civile Roberto Pertile. «C’è un’indagine pendente ed è esercizio di un diritto».
E aggiunge: «In Italia non esiste la possibilità di impedire a qualcuno di parlare prima che lo faccia. Tu puoi intervenire dopo, se ti ho offeso mi quereli. Ma non puoi impedirmi di parlare perché pensi che domani potrei offenderti ancora. Altrimenti non siamo più in uno Stato di diritto».
Di tutt’altro segno la posizione della difesa di Signorini. L’avvocata Daniela Missaglia parla di una deriva inquietante: «È incredibile assistere a una sorta di tribunale dell’inquisizione in cui un soggetto non iscritto all’Ordine dei giornalisti possa diffamare e dire la qualunque senza verificare nulla». Da qui la richiesta al Tribunale civile di impedire la messa in onda della puntata di Falsissimo in programma per il 26 gennaio.
Corona, intanto, prova a spostare il discorso sul piano dei numeri e dell’impatto mediatico. «Dieci-dodici milioni di spettatori a puntata. Sommando tutte le piattaforme arriviamo a 60-70 milioni di visualizzazioni. È più di un partito politico. Se mi gira faccio una lista civica e magari vinco», afferma, rivendicando una forza comunicativa che spiega, forse più di ogni atto giudiziario, la durezza dello scontro in corso.
Ed è proprio questo il punto di caduta della vicenda. Quando la risposta a contenuti ritenuti pericolosi diventa il tentativo di togliere la voce a chi li produce, utilizzando strumenti concepiti per tutt’altro tipo di criminalità, la questione smette di essere personale. Diventa una questione di potere, di controllo dell’informazione e di confini della libertà di espressione nell’era dei social. Confini che, oggi, appaiono sempre più mobili e sempre più contesi.







