Pucci, l’Ariston e la sceneggiata perfetta: scelto, contestato, “rinunciatario” (con martirio annesso)

Andrea Pucci a Sanremo c’era. O meglio: ci sarebbe stato. Perché la differenza, questa volta, è tutta nei presupposti. Non stiamo parlando del classico comico “snobbato” dall’Ariston che poi si costruisce la leggenda del genio incompreso. Pucci era stato scelto davvero, la sua presenza era stata messa in moto, la macchina si era avviata. Poi però è arrivata la parte che in Italia ormai vale più della scaletta: la reazione di massa.

Una pioggia di critiche sui social, una contestazione rumorosa e diffusa che ha trasformato la partecipazione in un problema e, alla fine, in una rinuncia. E qui il pensiero va inevitabilmente a Nanni Moretti e alla sua frase cult: “Mi si nota di più se vado a Sanremo e non faccio ridere nessuno o se rinuncio urlando alla censura e passo da martire?”. È una battuta, certo. Ma è anche la fotografia più precisa del meccanismo per cui a lui conviene tirarsi indietro.

Perché il copione è moderno e antico insieme: prima ti annunciano, poi ti massacrano, poi ti ritiri e, infine, ti ritrovi addosso un’aura da perseguitato. Peccato che, nel caso di Pucci, il tema non sia il coraggio artistico o la satira che dà fastidio ai potenti. È molto più terra-terra: una fetta consistente di pubblico non ha gradito l’idea di vederlo sul palco dell’Ariston e gliel’ha fatto sapere nel modo più contemporaneo possibile, cioè a colpi di post, clip e commenti. Risultato: lui, “poverino”, rinuncia e la rinuncia diventa la notizia più grande della sua eventuale esibizione.

Nel frattempo Carlo Conti, che sulle tempeste mediatiche non ci costruisce crociate ma scalette, fa quello che sa fare meglio: evita il rischio e punta sull’usato sicuro. E convoca in Riviera nuovamente Nino Frassica. Dopo aver partecipato all’edizione 2025 come co-conduttore della seconda serata, e dopo le numerose ospitate negli anni precedenti, il comico siciliano tornerà al Festival anche nell’edizione 2026. E con lui qualche risata, almeno, è assicurata.

E qui sta il nodo: Pucci fa il martire? No grazie. Ma nemmeno il perseguitato politico. Perché la contestazione, al di là dei toni, non nasce dal nulla. Nasce dal fatto che Andrea Pucci non è un comico “divisivo” perché dice la verità che nessuno osa dire. È divisivo perché il suo repertorio, per tanti, è basato su cliché che non fanno ridere: una volgarità infantile da Pierino rimasto inchiodato a un’epoca che oggi non passa più senza colpo ferire. E poi quell’etichetta di comico di destra, che si è auto-dato con scenette come quella che lo vede nel suo camerino a Colorado, dove accanto a “Forza Inter” disegnava una croce celtica. Insomma, qui non c’è satira che spacca il sistema: c’è, più banalmente, un certo tipo di umorismo che una parte del pubblico considera scadente, rancido e spesso offensivo.

Il paradosso – e qui l’ironia diventa quasi inevitabile – è che la rinuncia lo mette in posizione perfetta. Perché se sali sul palco e non fai ridere, resti solo un comico che non ha fatto ridere. Se rinunci “spinto dalla bufera”, invece, puoi far passare l’idea che “non ti hanno lasciato parlare”. È un upgrade di status a costo zero: da monologhista a simbolo. E infatti la polemica si è spostata subito lì, come se il problema fosse la libertà d’espressione e non il contenuto dell’espressione. Con la premier Meloni che è riuscita a intervenire in meno di due ore con un post sui social in suo favore, mentre per far sentire la sua voce sulla tragedia della Sicilia martoriata dal maltempo si è presa una settimana.

Ma quella di Pucci non è un’esclusione politica. Nei teatri, dove la sua macchina funziona e i sold out arrivano, la ricetta è collaudata, pervasa da un sapore antico, da Bagaglino anni Ottanta. Con un repertorio che gira e rigira attorno agli stessi bersagli: la moglie, la famiglia, il corpo, il sesso, gli stereotipi regionali, i gay. E tutto raccontato con quella grammatica da “risatone” che per alcuni è liberatoria, per altri è semplicemente greve.

Le mogli sono un capitolo a parte, spesso ridotte a macchiette con funzione di bersaglio fisso. “Sono stitiche ma cagano sempre il c…!” ci fa sapere Pucci. Perché «se dovessi sempre seguire quello che dice mia moglie sarebbe un disastro». Donne stereotipate che «quando si vogliono accoppiare ti mettono il calcagno gelato sulle p…». Poi arriva la famiglia delle cene di Natale, «con il nonno che scoreggia», «lo zio di merda che infila il pandoro nel sacchetto e lo scuote per tutta la casa». E naturalmente, come da tradizione, il reparto “genitali e affini”, perché la scorciatoia è sempre quella: se non arriva la battuta, arriva l’organo.

E allora ecco la medicina come pornografia da ambulatorio: le visite dal proctologo, dall’urologo «con i suoi lunghi arti infilati in creme oleose», e «il c… diventa un gamberetto sulla salsa cocktail». Ed è qui che molti spettatori si dividono: c’è chi ride e chi vede solo un copione pigro, dove la volgarità è la stampella della comicità. E a Sanremo ci si aspetta qualcosa di più che battute da caserma.

Poi c’è il capitolo stereotipi territoriali, con la solita galleria dove ogni regione diventa una caricatura. I meridionali, che da buon milanese caricaturale non possono mai mancare nella sua galleria; i sardi che sono piccolini, hanno le sopracciglia in cashmere, sono incazzati neri 365 giorni all’anno, tanto che se gli fai gli auguri ti rispondono «vaff…». O i napoletani che urlano sempre e non si capisce niente, che passano col rosso, che sulla Smart salgono in quattro perché tanto «non mi rompere il c…». E i baresi con i peli che escono dalle camicie sbottonate su collane d’oro da un chilo e mezzo. Insomma, un tipo di comicità che una volta passava come “colore”, oggi spesso viene letta come pregiudizio travestito da gag.

Ovviamente non possono mancare i gay. E qui il copione fa un salto ulteriore: a farne le spese anche il conduttore Tommaso Zorzi, vincitore del Grande Fratello, a cui ai tempi del Covid «invece di fargli il tampone nelle narici, glielo infilavano nel c…». Battutona, non c’è che dire. Da spanciarsi per terra dalle risate.

A chi lo dipinge come outsider braccato, basta ricordare che la sua carriera è tutto tranne che clandestina. Oggi fa la vittima, ma è uno che si vanta di essere «l’unico comico di destra», dopo che il Comune di Milano, con un sindaco di centrosinistra, gli ha assegnato l’Ambrogino d’oro. Talmente un outsider da diventare ospite fisso nei programmi Mediaset: inizia con La sai l’ultima, diventa colonna portante a Zelig, Quelli che il calcio, Maurizio Costanzo Show, Colorado, poi giudice a Tale e quale show, conduttore di Big Show su Italia 1. Un vero emarginato. Un dissidente così dissidente da fare il giro completo della tv generalista.

Ma il suo capolavoro è altrove: sui social, dove si lascia andare contro avversari politici e soprattutto contro le donne della sinistra. Elly Schlein diventa il bersaglio preferito: ne pubblica foto imbruttite e aggiunge le sue simpatiche didascalie: «Già che ci sei dentista e orecchie no??? Ridicolaaa». E su Rosy Bindi: «Più bella che intelligente». Ed è qui che la parola “satira” si assottiglia e resta l’insulto.

C’è pure la versione “export” a stelle e strisce, che sprizza grande simpatia per Trump: i meme insieme al presidente Usa o i video da turista davanti alla Casa Bianca mentre intona l’inno americano: «Ho un appuntamento con Donald, poi vi dico». Un immaginario che si incastra perfettamente con la posa da anti-politically-correct, ma che per una parte di pubblico è solo adesione a un clima culturale che sdogana il peggio.

E allora sì, alla fine, la rinuncia fa comodo a tutti. A Conti, che evita la mina Pucci e mette l’usato sicuro Frassica. Al Festival, che non si becca settimane di polemiche preventive. Al pubblico, che non deve sorbirsi l’ennesima “comicità da terza media”. E perfino a Pucci, che può sfilarsi con l’aria di chi se ne va “perché non c’è libertà”, invece di rischiare di salire su quel palco e scoprire in diretta nazionale la versione più crudele della battuta di Moretti: essere notato non perché fai scandalo, ma perché non fai ridere. E, nel suo caso, il rischio era proprio quello.