Quando l’Italia si fa guardare… Olimpiadi, Rai e gaffe di potere: non è un errore, è un sistema

C’è un momento, davanti alla televisione, in cui un Paese smette di guardarsi e comincia a essere guardato. Non è più spettatore di sé stesso, ma oggetto di sguardo. Le Olimpiadi sono questo: una vetrina globale che promette festa, bellezza, riconciliazione. Ma, senza volerlo, rivelano altro. Misurano la qualità della classe dirigente che parla a nome di una nazione. Per questo la telecronaca della cerimonia inaugurale di Milano Cortina, affidata al direttore di Rai Sport Paolo Petrecca, non è stata semplicemente una brutta pagina televisiva. È stata un sintomo. Un improvviso scollamento tra ruolo e competenza, tra funzione pubblica e responsabilità, tra ciò che si dovrebbe essere e ciò che, invece, si è diventati.

Gli errori, numerosi e macroscopici, contestati fin dalle prime ore, non sono stati semplici sviste. Nomi confusi, riferimenti imprecisi, letture superficiali di un evento che richiedeva preparazione, misura, profondità. Ma l’errore umano, da solo, non basta a spiegare ciò che è accaduto. Gli errori capitano. Anche nei momenti più solenni. La questione vera è ciò che è avvenuto prima e ciò che è accaduto dopo.
Prima, la scelta di Petrecca di autoassegnarsi la conduzione di una cerimonia mondiale, scavalcando professionalità interne riconosciute, lasciando ai margini una redazione che da mesi segnalava criticità, tensioni, mancanza di ascolto. Dopo, la reazione di una redazione intera che, sentendosi umiliata e trascinata in un’imbarazzante esposizione globale, ha deciso un gesto radicale e rarissimo: ritirare le firme da servizi e telecronache olimpiche, rinviando lo sciopero solo per senso di responsabilità verso il pubblico. In quelle ore, nelle redazioni di Rai Sport, non c’era rabbia. C’era imbarazzo. Quello muto, che si prova quando il proprio lavoro viene esposto al mondo senza difese.

In mezzo, il silenzio imbarazzato del servizio pubblico. E poi l’intervento dell’azienda. L’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, convoca Petrecca, chiede una relazione scritta, invita tutti ad abbassare i toni, a evitare strumentalizzazioni, ricordando che la Rai è sotto gli occhi del mondo. La richiesta di una relazione dettagliata e il rinvio di ogni decisione sulla conduzione della cerimonia di chiusura sono il segno più evidente di un disagio che non poteva più essere derubricato a polemica. È una frase che suona quasi involontariamente ironica. Perché il problema, appunto, è che il mondo guarda. E vede. Ciò che questa vicenda racconta non è la storia di un singolo direttore in difficoltà. Racconta un metodo. Racconta una cultura del potere che negli ultimi anni si è fatta più leggera, più autoreferenziale, più incurante del limite. Racconta l’idea per cui il ruolo basta a sé stesso e la competenza diventa un dettaglio negoziabile.

La Rai, in questo senso, non è un’eccezione. È una metafora nazionale. È il luogo dove politica, nomine, equilibri e carriere si intrecciano fino a rendere opaco il confine tra funzione pubblica e gestione privata del potere. E quando questo confine si perde, l’errore non è più un incidente. Diventa struttura. Non è un caso isolato. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una sequenza impressionante di figure istituzionali che hanno mostrato la stessa fragilità di fondo. Gennaro Sangiuliano, da ministro della Cultura, è stato travolto prima da una serie di gaffe imbarazzanti, poi da una crisi personale divenuta rapidamente istituzionale, che ha finito per indebolire l’idea stessa del dicastero che rappresentava. Alessandro Giuli, oggi nello stesso ruolo, inciampa in errori elementari, come quando trasforma Spoleto in una provincia, rivelando una distanza preoccupante tra parola e sapere. Francesco Lollobrigida scende da un treno come se lo Stato fosse un prolungamento del proprio privilegio e non un insieme di regole condivise. Poi ci sono i casi che riguardano il denaro e il potere. Renato Brunetta, alla guida del Cnel, avalla aumenti retributivi per i vertici, spiegati male e ritirati in fretta quando l’opinione pubblica reagisce. Non scelte ponderate, ma tentativi. Si prova. Se passa, resta. Se non passa, si torna indietro invocando responsabilità. Ma la responsabilità non è il dietrofront. È il non provarci.

E infine c’è la politica che gioca con i gesti simbolici come fossero effetti speciali. Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria, annuncia le dimissioni e nello stesso istante la ricandidatura. La crisi diventa messaggio. Il limite diventa spettacolo. Anche qui non è una questione giuridica. È una questione culturale. Il filo che tiene insieme tutto questo è sottile ma tenace. È la progressiva svalutazione della competenza come criterio di selezione. È la fedeltà che prende il posto della preparazione. È l’appartenenza che vale più della conoscenza. È la visibilità che sostituisce l’autorevolezza. In questo clima, le gaffe non sono più incidenti di percorso. Sono segnali. Spie accese sul cruscotto di un sistema che procede lo stesso, ignorandole. E quando qualcuno prova a fermarsi, a dire che così non va, la risposta è sempre la stessa. Non è il momento. Non davanti al mondo. Non ora. Ma il mondo, intanto, guarda. E forse il punto non è più chiedersi se Paolo Petrecca debba o meno condurre la prossima cerimonia. Né stabilire chi abbia sbagliato di più, o chi debba pagare il prezzo più alto. La domanda vera è un’altra ed è più scomoda. Chi ha deciso che l’inadeguatezza potesse diventare normale. Chi ha insegnato a questo Paese che si può rappresentarlo senza conoscerlo fino in fondo. E che, soprattutto, lo si possa fare senza pagarne il prezzo. Finché non risponderemo a questo, continueremo a chiamarle gaffe. Ma saranno, sempre più chiaramente, un sistema.

Francesco Vilotta