«Questo sarà il mio ultimo Sanremo»: Carlo Conti chiude il ciclo, saluta il Festival e affida il palco a Laura Pausini tra polemiche, misura e tempi “umani”

«Questo è il mio ultimo anno al Festival come direttore artistico e presentatore. Reputo assolutamente remota la possibilità che io possa esserci nel 2027». Carlo Conti non lascia spiragli, non usa formule elastiche, non costruisce ambiguità. L’annuncio arriva nel podcast Pezzi dentro la musica ed è di quelli che spazzano via settimane di retroscena, ipotesi, sussurri di corridoio. Sanremo 2026 sarà il suo ultimo Festival. Dopo, stop. Niente ruolo da “padre nobile”, niente investiture preventive, niente passaggi di consegne soft. Il punto viene messo ora, prima che la macchina della kermesse entri nella sua fase più rumorosa.

È una dichiarazione che pesa perché chiude un ciclo preciso della televisione generalista italiana. Conti ha incarnato per anni l’idea di un Sanremo ordinato, rassicurante, attento ai tempi e agli equilibri, capace di tenere insieme tradizione e modernità senza strappi. Un Festival che non vive di improvvisazione, ma di controllo. Dire che il 2026 sarà l’ultimo significa anche lasciare il campo aperto a scenari futuri, che iniziano già a circolare sottotraccia. Tra i nomi che vengono “venduti” come possibili successori spunta con insistenza Stefano De Martino, ma non manca l’ipotesi di un grande artista chiamato a reinventare il formato. Per ora sono suggestioni, utili più a misurare l’attesa che a raccontare una decisione reale.

Prima del futuro, però, c’è un presente che incombe. Manca meno di un mese all’inizio del Festival e Conti, oltre all’annuncio dell’addio, inizia a svelare i dettagli operativi di Sanremo 2026. A partire dalla scenografia. «Potrebbe avere a che fare con l’intelligenza artificiale, ma nemmeno così tanto», spiega. Nessuna rivoluzione futuristica, nessuna overdose tecnologica. I led wall saranno centrali, più degli effetti speciali, anche perché l’Ariston resta un teatro piccolo, con limiti strutturali che obbligano a scelte pragmatiche. È un’altra dichiarazione che racconta il metodo Conti: innovare, sì, ma senza perdere il controllo del mezzo.

Il nodo più delicato, come sempre, è quello dei tempi. Trenta canzoni in gara sono tante e inevitabilmente spingeranno il ritmo delle serate. «Ci porteranno a sforare rispetto all’anno scorso», ammette Conti, ricordando però che esistono vincoli non negoziabili. C’è un blocco pubblicitario dopo l’una di notte che va rispettato e c’è la necessità di dare la linea al DopoFestival di Nicola Savino «a un orario degno». Tradotto: niente notti infinite, niente finali all’alba. L’obiettivo dichiarato è mantenere tempi “umani”, con una chiusura attorno all’una e un quarto per le quattro serate che precedono la finale. Un orario che, salvo imprevisti, viene dato come pressoché definitivo.

Accanto a Conti, per tutte e cinque le serate, ci sarà Laura Pausini. Una scelta che ha immediatamente acceso il dibattito, ben prima che il Festival inizi. La cantante è infatti finita al centro delle polemiche per la cover e il video di “Due vite” di Marco Mengoni. Un’interpretazione che non è piaciuta a una parte del pubblico e che, complice la viralità dei social, si è trasformata rapidamente in un caso, con giudizi tranchant, ironie e accuse di eccesso o di fuori fuoco artistico.

In questo clima, l’annuncio della co-conduzione ha fatto da detonatore. La domanda che circola, spesso più insinuata che formulata apertamente, è sempre la stessa: che Laura Pausini salirà sul palco dell’Ariston? La star internazionale abituata ai grandi palchi e ai grandi numeri o la “romagnola caciarona”, come qualcuno l’ha già etichettata con leggerezza? Misura istituzionale o spontaneità istintiva? Pausini risponde senza alzare i toni, ma con un elenco di esperienze che suona come una legittimazione del ruolo. «Ho condotto l’Eurovision Song Contest, svariati talent show musicali in America Latina, due show di successo su Rai 1 con la mia amica e sorella Paola Cortellesi», spiega. E aggiunge il punto centrale: «Quest’anno sono onorata di affiancare Carlo a Sanremo facendo quello che so e ho imparato a fare in anni di televisione, con tutto il rispetto possibile per il pubblico, per gli artisti e per la mia carriera».

Parole che chiariscono l’approccio: niente improvvisazioni, niente personaggi costruiti ad hoc. Pausini rivendica una professionalità televisiva spesso sottovalutata perché schiacciata dalla sua identità di cantante. Il Festival sarà anche, inevitabilmente, un banco di prova per lei. Non tanto sul piano della popolarità, che non è in discussione, quanto su quello dell’equilibrio scenico accanto a un conduttore come Conti, che ha fatto del controllo dei tempi e dei toni il proprio marchio di fabbrica.

Sanremo 2026 si avvicina così con una doppia narrazione che corre in parallelo. Da un lato l’ultimo Festival di Carlo Conti, annunciato con largo anticipo e con la volontà di evitare qualsiasi equivoco futuro. Dall’altro una co-conduzione che divide, incuriosisce e polarizza, anche a causa di polemiche nate fuori dal perimetro della kermesse ma destinate a riflettersi sul palco dell’Ariston. In mezzo restano le canzoni, trenta, e un Festival che, ancora una volta, promette di essere molto più di una gara musicale: un termometro del Paese, dei suoi umori e delle sue contraddizioni. E forse proprio per questo Conti ha scelto di dire addio ora, senza ripensamenti, lasciando che il sipario dell’ultimo Sanremo cali con ordine, prima che siano altri a scriverne il finale.