Roma, Quirinale. Per la prima volta nella storia le porte del Colle si aprono in versione Festival: Carlo Conti arriva da capodelegazione e si porta dietro Laura Pausini, che lo affiancherà nella conduzione, e la compagnia dei cantanti in gara a Sanremo 2026. È un passaggio che vale più di mille conferenze stampa: Sanremo non è “solo” Sanremo, e il Quirinale – senza trasformarsi in un set – certifica che l’appuntamento televisivo più popolare d’Italia è anche un pezzo di patrimonio nazionale, piaccia o meno ai cultori della purezza.
Sergio Mattarella li riceve con il tono di chi non ha bisogno di strizzare l’occhio a nessuno. Saluta Conti e i presenti e, per spiegare perché il Festival conta, non usa frasi fatte: lo ricorda da bambino, quando lo ascoltava alla radio “ai tempi di Nunzio Filogamo”. Quella memoria personale diventa subito un concetto pubblico: il coinvolgimento popolare, enorme allora, rimasto enorme oggi. E c’è la Rai, citata come spina dorsale di questa continuità “anno per anno”, con il Festival portato “nelle case degli italiani”.
Il presidente mette in fila un punto che, detto dal Colle, suona come una pietra: “Il Festival è un appuntamento la cui importanza travalica anche l’apparenza che lo circonda, ma è di sostanza importante nella vita del nostro Paese”. Traduzione: possiamo divertirci a commentare il circo, i vestiti e i gossip, ma la macchina che si mette in moto con Sanremo è un fatto culturale e sociale che fa parte dell’Italia reale. Poi il colpo di fioretto più “alto” e insieme più semplice: la musica leggera, quella popolare, come “grande contributo” alla vita e al patrimonio culturale del Paese. Non è una benedizione artistica, è un riconoscimento civile.
Mattarella chiude ringraziando e scherzando sul fatto di non voler intralciare le prove: “Spero di non aver creato intralcio venendo qui a Roma”, dice, e poi consegna un “in bocca al lupo collettivo” garantendo “assoluta imparzialità”. Un dettaglio, quest’ultimo, che è quasi una frecciata preventiva a chi in Italia vede messaggi politici anche nei biscotti del buffet.
Fin qui la sostanza. Poi arriva l’apparenza, cioè il pezzo che gli italiani sanno raccontare meglio: i look, le facce, le uscite. Perché se inviti i Big al Quirinale, non stai solo facendo una foto istituzionale: stai anche aprendo una sfilata non richiesta, con il rischio annesso di inciampare nella creatività.
Quasi tutti scelgono il manuale della prudenza: completi e cappotti scuri, nero e blu come se il dress code fosse “sobrietà o morte”. Fedez e Marco Masini, in total black, sembrano aver firmato un patto: “Non facciamo rumore, lo farà qualcun altro”. E infatti qualcuno lo fa. C’è chi entra con il cappello da cowboy e pantaloni con frange, chi si presenta con occhiali fuxia, chi sfodera shorts e anfibi come se il Quirinale fosse l’anticamera di un backstage. Ditonellapiaga rivendica un completo con minigonna blu spiegando che “era di mia nonna”, e già qui si capisce che la giornata è un esperimento sociologico più che una cerimonia.
Poi c’è la categoria a parte: quelli che, nel dubbio, scelgono di farsi notare comunque. Samurai Jay finisce nel mirino per un look che, raccontato così, sembra uscito da una “festa della prima comunione” con l’aggravante delle treccine ultra-trash. L’effetto è quello di chi prova a essere “diverso” ma rischia di sembrare solo fuori posto. Al Quirinale si può anche osare, ma l’arte è farlo senza dare l’impressione di essersi vestiti al buio.
La fotografia di gruppo – Conti, Pausini, i cantanti, Mattarella – è la scena che chiude ogni discussione: lo Stato che incontra lo spettacolo, senza inchinarsi e senza alzare muri. Un segnale di normalità in tempi in cui qualunque cosa viene trasformata in tifo.
E infatti la parte migliore arriva alla fine, quando gli artisti intonano tutti insieme “Azzurro”. Il momento è di quelli inevitabili: canzone-collante, memoria collettiva, un coro che fa subito Italia. A quel punto Mattarella tira fuori la battuta che spiega tutto e non offende nessuno: “Ricordavo le parole, ma non mi sono associato perché all’asilo mi hanno insegnato a cantare senza emettere suoni per non turbare il coro degli altri”. È una frase perfetta, perché è ironica ma elegante, e perché dice una cosa semplice: il presidente c’è, ascolta, partecipa, ma non deve mettersi al centro. E infatti ringrazia per “questo ricordo magnifico” e per la canzone e il successo che ha avuto. Fine. Sipario.
Fuori dal palazzo, come sempre, vince chi sa trasformare l’aria istituzionale in una battuta da marciapiede senza risultare volgare. Il primo a uscire è J-Ax, insieme a Francesco Renga, e si prende la scena con un paio di frasi da professionista del mestiere: “Aspetta, non ho rubato niente… mi hanno perquisito all’ingresso ma non all’uscita”. Poi l’affondo surreale, chiesto e servito: “Io Presidente della Repubblica? Ma che domande? Io al limite sarò Presidente del Consiglio prima e poi dittatore dopo”. È la sparata che fa ridere i cronisti e salva tutti dalla rigidità del rito.
E dietro lo scherzo, J-Ax dice anche la cosa più concreta della giornata: l’importanza del riconoscimento pubblico a chi lavora nella discografia, nell’intrattenimento e nello spettacolo. In un Paese dove spesso quel lavoro viene trattato come un capriccio, sentirsi dire dal Capo dello Stato che conta – che è “parte importante” di ciò che l’Italia è – ha un peso vero, non da salotto.
Nota a margine, ma non troppo: Patty Pravo non c’era, “leggermente influenzata” e dispiaciuta di non poter partecipare, costretta a tutelarsi in vista dell’esibizione all’Ariston. Anche questo è Sanremo: una febbre diventa strategia, un’assenza fa notizia, un dettaglio entra nel racconto.
Alla fine resta un quadro chiaro: il Quirinale non ha “ospitato” Sanremo come si ospita un evento qualunque. Ha riconosciuto il Festival come pezzo di Paese, con la misura di chi sa che la musica popolare è una cosa seria proprio perché arriva a tutti. E mentre qualcuno si perde dietro ai cappelli, alle frange e alle treccine, la frase più tagliente della giornata resta quella più pulita: cantare “senza emettere suoni” per non turbare il coro degli altri. A Sanremo, di solito, succede il contrario. Qui, almeno per un’ora, hanno capito tutti la differenza.







