Tre punti di share persi in tre anni. È questo il dato che in queste ore sta diventando la chiave di lettura più usata, e più contestata, nel dibattito sulla Rai. Un numero che le opposizioni presentano come una prova, quasi una radiografia: non un inciampo, ma un trend; non un episodio, ma una traiettoria. Pd e Avs lo ripetono come un ritornello perché funziona: è semplice, comprensibile, immediato. E perché, nella politica della comunicazione, lo share è ancora il termometro più comodo per misurare il consenso, anche se il paziente è cambiato e la febbre non dice più tutto.
L’affondo delle opposizioni si concentra proprio su questo: tre punti in meno in tre anni non sarebbero spiegabili soltanto con lo spostamento del pubblico verso lo streaming, né con la frammentazione dell’offerta televisiva. Secondo la loro lettura, il calo racconta un problema di gestione e di linea editoriale, un indebolimento della Rai come “casa generalista” capace di parlare a pubblici diversi. Da qui la richiesta di chiarimenti e la spinta a portare la discussione in un luogo istituzionale, la Commissione di Vigilanza, che però da tempo è diventata parte del problema.
Il nodo è infatti anche procedurale, e pesa come un macigno. La Vigilanza non può esercitare pienamente i propri poteri di convocazione finché non viene eletto il nuovo presidente della tv pubblica. Ed è qui che il confronto sugli ascolti si incaglia nella palude della politica. Le opposizioni rifiutano di dare il voto decisivo alla candidatura di Simona Agnes, indicata da Forza Italia. Gli azzurri, a loro volta, non intendono cambiare nome. Risultato: lo stallo va avanti da un anno e mezzo. Un tempo sufficiente a trasformare un passaggio istituzionale in una trincea, e a rendere ogni mossa un pretesto per misurare forza e nervi.
Negli ultimi giorni, però, qualcosa sembrava essersi mosso. Si è parlato di una moral suasion del presidente del Senato Ignazio La Russa per provare a ottenere una tregua tecnica: organizzare un’audizione dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi “in via eccezionale”, con un passaggio preliminare dall’ufficio di presidenza. La presidente della Vigilanza, Barbara Floridia, ha messo sul tavolo quattro possibili date e Rossi ne ha proposta una quinta, l’11 marzo, motivandola con l’esigenza di arrivare con un quadro più completo dopo Sanremo. La data è stata confermata. Ma l’effetto non è stato quello sperato: il centrodestra ha reagito male, contestando metodo e tempistica, parlando di “forzatura” e arrivando a far trapelare che esistono “strumenti” per far saltare l’audizione se la gestione dovesse essere considerata unilateralmente aggressiva.
In questo clima, la discussione sugli ascolti diventa un detonatore. Perché il dato dei tre punti di share persi in tre anni, da solo, non spiega tutto ma costringe tutti a spiegare qualcosa. La maggioranza, infatti, respinge l’idea che lo share sia una pagella diretta della governance, e invita a leggere quel numero dentro un ecosistema ormai diverso: pubblico che si sposta su piattaforme, consumo non lineare, concorrenza moltiplicata, offerta frammentata. È un argomento che ha una base reale, perché la televisione generalista non è più l’unico centro della stanza. Ma è anche un’arma retorica, perché “contestualizzare” spesso significa diluire, e diluire significa togliere forza al titolo.
Intanto, sullo sfondo, resta la riforma della Rai. Una riforma che dovrebbe essere approvata entro giugno per allinearsi alle indicazioni del Media Freedom Act dell’Unione europea. Il progetto ridisegna la governance: un cda di sette consiglieri, tre indicati dalla Camera, tre dal Senato e uno eletto dai lavoratori. Sarebbero loro, come emanazione del Parlamento, a eleggere l’amministratore delegato, non più il ministero dell’Economia. Poi, una volta varata la riforma, la promessa di dimissioni dell’intero cda, dell’ad e del presidente per ragioni di “eleganza istituzionale”. Ma dentro quella formula c’è già un retroscena che fa discutere: Fratelli d’Italiaspiega che Rossi potrebbe essere confermato anche nella nuova fase.
Ed è qui che il dato degli ascolti torna a fare da lente, perché se davvero la perdita di share è così significativa, la domanda politica diventa inevitabile: chi paga il prezzo di quel trend? E chi lo trasforma invece in un pretesto per ridisegnare assetti e controlli? La Rai, in Italia, non è mai soltanto un’azienda: è un campo di battaglia simbolico, un barometro del rapporto tra potere e racconto, tra istituzioni e opinione pubblica. E quando gli ascolti scendono, scende anche la pazienza di chi vuole usarli per attaccare, o per difendersi.
Alla fine, tre punti di share in meno in tre anni sono un numero che pesa proprio perché non è neutro. Per l’opposizione è un verdetto. La maggioranza lo definisce un dato da relativizzare. Per la Rai è un segnale che, comunque lo si legga, obbliga a una risposta credibile. E con una Vigilanza ancora bloccata sulla presidenza, anche la normalità istituzionale diventa straordinaria: un’audizione fissata per l’11 marzo si trasforma in un caso, una riforma da chiudere entro giugno diventa un’altra partita, e lo share finisce per essere il punto di partenza di un conflitto che, in realtà, riguarda molto più del telecomando.







