Non solo Bologna. E non un singolo guasto isolato. La mattinata ferroviaria nel Centro-Nord si trasforma in un rebus inquietante quando, nel giro di poche ore, emergono più episodi lungo linee strategiche della rete: cavi tranciati sulla tratta Bologna-Venezia all’altezza di Castel Maggiore, un ordigno rudimentale individuato sulla linea ordinaria Bologna-Padova, un incendio sviluppatosi in prossimità della stazione di Pesaro. Una sequenza che accende l’allarme e porta l’Antiterrorismo della polizia ad aprire un fascicolo, con l’ipotesi di una matrice anarchica e un possibile collegamento con l’avvio delle Olimpiadi di Milano-Cortina, in uno schema che richiama quanto avvenuto nel 2024 in occasione dei Giochi estivi di Parigi.
Il primo fronte è Bologna. Qui si registrano ritardi pesantissimi, fino a 150 minuti, soprattutto sull’Alta velocità. A causare il blocco è il danneggiamento di alcuni cavi avvenuto intorno alle 8.30 in un punto particolarmente sensibile: una bretellina in superficie che collega la linea Bologna-Venezia con la stazione sotterranea Av, in zona Castel Maggiore. Secondo gli accertamenti, sarebbe stato dato fuoco a un deviatoio. L’incendio ha provocato la rottura dei cavi elettrici preposti al rilevamento della velocità. Un gesto ritenuto presumibilmente doloso, anche se al momento non risultano rivendicazioni.
Per consentire l’intervento dei tecnici, tutti i convogli Av vengono deviati sui binari di superficie, normalmente riservati al traffico ordinario. I binari sotterranei restano a lungo deserti, mentre in stazione si accumulano passeggeri in attesa di informazioni. Il personale ferroviario tenta di gestire le situazioni più critiche, mentre scattano cancellazioni tra i regionali per alleggerire il traffico e ridurre il rischio di congestionamenti. La linea per Venezia viene riattivata solo intorno alle 12.30, ma le code operative e i rimbalzi sui turni del materiale rotabile si trascinano ben oltre la riapertura formale: quando salta un nodo come Bologna, l’effetto domino corre lungo tutta la dorsale e i minuti persi si moltiplicano come interessi.
Nel frattempo, a complicare ulteriormente il quadro, arriva la segnalazione di un incendio nei pressi della stazione di Pesaro. Le fiamme si sviluppano in un tombino vicino ai binari e costringono a nuove verifiche tecniche, con inevitabili ripercussioni sui tempi di percorrenza dei treni dell’Alta velocità. Anche in questo caso sono in corso accertamenti per chiarire le cause del rogo, perché in una giornata già “sensibile” ogni anomalia diventa un pezzo del puzzle: dall’eventuale innesco alla dinamica della combustione, fino alla compatibilità con un incidente o con un gesto intenzionale.
C’è poi un terzo elemento che pesa come un macigno sull’ipotesi del semplice incidente: sulla linea ordinaria Bologna-Padova viene trovato e rimosso un ordigno rudimentale collocato su uno scambio. Un dettaglio che, per chi indaga, non è folklore né bravata: è un segnale. Anche perché colpire scambi, deviatoi, cavi di controllo significa puntare al sistema nervoso della rete, non alla sua facciata. Non servono esplosioni spettacolari per fermare i treni: basta togliere affidabilità ai sensori, costringere a rallentare, riscrivere le priorità di circolazione. E in un giorno di partenze e arrivi olimpici, con città e località sotto i riflettori, l’impatto mediatico è quasi automatico.
Dal fronte politico arriva una presa di posizione netta. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, parlando da Bormio, usa parole pesanti. “Mi spiace che mentre io sia qui e va tutto bene, leggo notizie da Bologna. C’è stato un attentato sulla linea ferroviaria che sta rallentando tutto. Un atto di delinquenza. Se si confermasse che l’interruzione sull’Alta velocità è figlia di un attentato premeditato, nel primo giorno delle Olimpiadi, diciamo che qualcuno vuol male all’Italia”. Una dichiarazione che mette pressione sulle indagini. E alza l’asticella del dibattito, perché “attentato” non è una parola neutra. Richiama l’antiterrorismo, chiama in causa la sicurezza nazionale, trasforma un blocco ferroviario in un caso politico.
Gli investigatori, per ora, mantengono prudenza sul linguaggio, ma il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante. La coincidenza temporale con l’inizio dei Giochi, la natura dei danneggiamenti e la presenza di un ordigno spingono a escludere l’ipotesi del caso. La pista anarchico-antagonista è sul tavolo. Così come il possibile intento dimostrativo o destabilizzante. Non necessariamente per “fare vittime”, ma per mostrare vulnerabilità, inceppare la macchina, produrre ritardi e frustrazione. È la logica della sabotazione più che quella dell’esplosione: colpire un’infrastruttura essenziale, costringere lo Stato a reagire, imporre un tema.
In parallelo, sul piano operativo, scattano le verifiche tecniche e investigative: sopralluoghi, raccolta di immagini, analisi dei punti di accesso, controlli sulle tratte, ricostruzione minuto per minuto delle finestre in cui i danneggiamenti possono essere stati compiuti. In casi del genere la differenza la fanno dettagli invisibili ai passeggeri: una recinzione forzata, una telecamera che inquadra di taglio, una pattuglia passata cinque minuti prima o cinque minuti dopo. E la variabile olimpica aggiunge un livello ulteriore: perché i treni non sono solo trasporto, ma simbolo di efficienza, vetrina del Paese, nervo scoperto.
In attesa di chiarire se esista un filo unico che lega Bologna, la Bologna-Padova e Pesaro, resta l’impatto immediato. Una rete ferroviaria rallentata, migliaia di passeggeri bloccati o in ritardo, assistenza resa più complicata dal continuo aggiornarsi delle informazioni. E l’impressione che, nel giorno in cui l’Italia si mostra al mondo con le Olimpiadi, qualcuno abbia scelto di colpire uno dei punti più sensibili. La domanda, adesso, è se si tratti di un episodio destinato a restare isolato. O del primo segnale di una strategia più lunga, costruita proprio per sfruttare l’attenzione globale e il massimo affollamento della macchina-Paese.







