Sanremo di Carlo Conti cambia pelle: meno storie d’amore “classiche”, più bisogni interiori e ballad

I sentimenti restano la moneta ufficiale dell’Ariston, ma Carlo Conti prova a cambiare il cambio: “meno storie di amore uomo-donna e più necessità interiori”. Tradotto: meno cartoline di coppia e più viaggio dentro la testa, con tutto quello che comporta. Anche musicalmente il Festival prende una direzione quasi opposta rispetto all’ultima era Amadeus: più orchestra e ballad, meno cassa dritta e meno dance. Conti, del resto, rivendica una “maggiore varietà di generi”, e la sensazione è che quest’anno l’equilibrio sia meno da pista e più da sala, con le canzoni che chiedono tempo, ascolto, pazienza. Il problema è che Sanremo non è un club per intenditori: è una vetrina che in cinque minuti decide chi resta e chi scivola.

E allora l’immagine più onesta è quella del giardino: difficile giudicare i singoli fiori con una sola occhiata. Alcuni non sbocciano al primo ascolto, altri sembrano già con le radici secche. Se però dovesse essere ancora l’anno dei cantautori – come è stato per nomi come Olly, Lucio Corsi e Brunori nel 2025 – Fulminacci ha le caratteristiche per restare in piedi anche mentre, scaramanticamente, canta che “passeranno le classifiche e i Sanremi”. L’aria è quella: scrittura, intenzione, e quella capacità di stare sul palco senza chiedere scusa.

Tommaso Paradiso porta un racconto di prima paternità fatto di malinconia e nostalgia, con Lucio Dalla evocato come guida spirituale: un’idea che gioca su un immaginario forte e su un tono intimista che può spaccare in due, perché o ti prende o ti respinge. Chiello, invece, sceglie la relazione tossica come campo di battaglia emotivo, fino a farti arrivare alla domanda nuda: “amarsi a cosa serve?”. Il suono è grezzo, da Strokes anni Zero, e lo colloca in un’ombra pop che lo fa sembrare una versione scura di Tananai e Achille Lauro, con l’ambizione di restare addosso più per atmosfera che per melodia.

Tra quelli che puntano in alto ci sono Fedez e Masini, coppia “battezzata” nella serata cover dell’anno scorso: la scommessa vera è capire fin dove può arrivare l’alleanza tra due nomi divisivi che però, all’Ariston, hanno sempre saputo farsi sentire. Un’altra coppia, anche nella vita, è quella di Maria Antonietta e Colombre: si travestono da Bonnie e Clyde dei sentimenti su un brano leggero, che non sembra tradire davvero le origini indie, ma cambia la temperatura. Più Chic e Poveri che Ricchi e Poveri: una definizione che rende l’idea di un pop accessibile, con un sorriso addosso.

È anche un anno di ritorni, di rientri in scena di protagoniste che negli ultimi tempi si erano un po’ defilate. Malika Ayane sceglie l’eleganza del french touch e un’elettronica mediterranea, mentre Arisa – almeno in questa lettura – paga pegno con un ritornello “da fiaba Disney”, che rischia di sprecare una voce capace di molto di più.

Nel grande calderone dell’urban di oggi c’è, come sempre, di tutto. Nayt prosegue il suo percorso d’introspezione senza cercare scorciatoie piacione; Luchè resta impigliato in un’atmosfera notturna; Tredici Pietro gioca il jolly più complicato, quello del classic rap con ritornello cantautorale, che potrebbe aiutarlo a scollarsi di dosso l’etichetta di “figlio di” (Morandi, non uno qualunque). Sayf porta leggerezza incrociando sentimenti e politica in un cortocircuito che mette insieme Tenco e Berlusconi: roba che o la gestisci con precisione o ti esplode tra le mani.

In quota ironia, Ditonellapiaga fa l’elenco delle cose che odia su una base quasi house: ognuno ci troverà dentro anche un pezzo delle proprie allergie. J-Ax si mette a fare sociologia basic sui difetti degli italiani con una canzone country, mentre Dargen D’Amico punta al tormentone virale ma, sempre in questa lettura, non sfrutta fino in fondo il tema dell’AI del titolo con il sarcasmo che in passato lo aveva reso più pericoloso sul palco dell’Ariston.

Poi c’è la quota “mito”, quella che ogni anno serve al Festival per darsi un tono. E ogni anno il mito fa di tutto per non farsi ricordare nel modo migliore. Quest’anno tocca a Patty Pravo. Guardando alle carriere lunghe, Raf porta un inno all’amore fin troppo prudente; Renga non incanta ma, dopo le ultime partecipazioni, poteva andare peggio; le Bambole di pezza provano a lasciare gli scantinati punk della gavetta con un pop epico, urlando “una ragazza, una chitarra, una tempesta”: energia dichiarata, ambizione chiara, e il rischio che l’enfasi si mangi la canzone.

Serve coraggio, invece, per fare come Nigiotti: portare un brano senza ritornello a Sanremo, con un testo scritto insieme a Pacifico. Ermal Meta alza il peso specifico raccontando la tragedia di una bambina a Gaza, con il suono mediorientale dell’oud: una scelta che ti mette davanti a un tema e non ti permette di far finta di niente, anche se poi l’Ariston è un tritacarne che non sempre premia la complessità.

Tra chi cerca una nuova definizione di sé, Mara Sattei sembra voler stare più comoda nei panni di cantautrice che in quelli di popstar. Anche Levante mostra il lato più autoriale: musica e testo firmati da sola, senza cercare la scorciatoia della semplicità. Leo Gassmann torna alle ballad, amori finiti ma “non tossici”, con un impianto che sfrutta orchestra e synth. Michele Bravi ci mette emozione, ma non basta. Eddie Brock fa il verso al Vasco anni Ottanta, con un gioco di specchi che può funzionare o sembrare travestimento.

E poi le sorprese, quelle che ogni anno cambiano il racconto quando nessuno se le aspettava. Serena Brancale abbandona le atmosfere da sagra e sceglie una ballad dedicata alla madre scomparsa: interpretazione sentita, canzone giudicata però non all’altezza dell’ispirazione. Elettra Lamborghini lascia il reggaeton e prova un omaggio – anche nel testo – a Raffaella Carrà; il testimone latin lo raccolgono Samuray Jay, con il rischio di essere ricordato più per un cameo di Belen, e l’incrocio tra LDA e Aka7even, che mette insieme reggaeton e tarantella. Sal Da Vinci resta dentro i confini del neomelodico “da matrimonio napoletano”, ma con un potenziale evidente: la fuga virale su TikTok, che a Sanremo vale quanto un passaggio radio.

In sintesi, Conti sembra aver costruito un Festival meno da “botta immediata” e più da ascolto stratificato. Più orchestra, più ballad, più interiorità. Una scommessa elegante e rischiosa: perché all’Ariston puoi anche portare un giardino, ma poi è il pubblico che decide quali fiori lasciare vivi.