“Sono John Barron, la Corte ha sbagliato”: la telefonata in diretta, la voce “troppo” familiare e il sospetto che fosse Trump

Donald Trump

Una telefonata, un nome (forse) inventato, una voce che sembra uscita da un comizio. E un dettaglio che fa saltare la sedia a chiunque segua la politica americana anche solo di striscio: l’uomo al telefono non dice “sono un elettore”, dice “Mi chiamo John Barron”. Poi attacca la Corte Suprema per la decisione di annullare i dazi introdotti da Donald Trump e lo fa con una sicurezza quasi teatrale, come se stesse parlando a una folla e non a un centralino.

La scena va in onda su C-Span, quel tipo di televisione che di solito non produce misteri ma verbali: un contesto sobrio, lineare, dove la politica passa spesso senza effetti speciali. Qui, invece, l’effetto speciale è involontario. L’uomo in diretta scandisce: “Questa è la peggiore decisione mai presa, è una decisione terribile”. Ed è già abbastanza per far drizzare le antenne. Non tanto per il giudizio, quanto per il timbro. Perché la voce, a detta di molti ascoltatori, ricorda in modo sorprendente quella del presidente Donald Trump: la cadenza, la spinta sulle parole chiave, quel modo di gonfiare gli aggettivi come fossero un martello.

Il vero detonatore, però, non è solo “come” parla, ma “chi” dice di essere. John Barron non è un nome qualunque: è uno pseudonimo già associato a Trump nei rapporti con i media. E quando una voce simile a quella di Trump chiama in tv con un nome già usato in passato da Trump, la coincidenza smette di essere un fatto curioso e diventa un sospetto. Il tipo di sospetto che, in America, non resta mai confinato a una chiacchiera: si moltiplica, rimbalza, si trasforma in clip, meme, analisi audio, montaggi “a confronto”.

Nel suo intervento la linea non cambia: insiste sul fatto che la Corte abbia sbagliato e lo fa alzando il tono, come se stesse dettando una sentenza alternativa. “Sì, sono John, e questa è praticamente la decisione peggiore della vostra vita. È una decisione terribile”, ripete, con quella ridondanza che suona familiare a chi conosce il lessico trumpiano: ripetere, incalzare, martellare la stessa formula finché sembra verità.

Poi arriva la parte più graffiante, quella che nel giro di poche ore diventa la più citata. Il misterioso “Barron” passa ai nomi e spara a pallettoni contro alcuni leader democratici: “Avete Hakeem Jeffries — è un idiota — e Chuck Schumer, che non sa nemmeno cucinare un cheeseburger”. È un insulto costruito per essere ricordato: non tecnico, non istituzionale, ma da talk show, da bar, da social. Subito dopo, aggiunge una cornice che divide il Paese in due categorie, altra cifra tipica della comunicazione muscolare: “È ovvio che queste persone siano felici. Certo che lo sono. Ma i veri americani non lo saranno”.

Il linguaggio è quello della contrapposizione netta. Anche quando, nel flusso, inciampa su un dettaglio, lo usa come benzina e non come freno. Parla di una precedente telefonata, ipotizza l’identità di chi lo ha preceduto e la liquida così: “E quella donna di prima, presumo sia una donna, è una democratica, ma ha detto di essere sconvolta. È una vergogna”. Il tono è sprezzante, più che argomentativo: non prova a spiegare, prova a colpire.

È qui che il “mistero” si consolida. Perché, se fosse soltanto una voce somigliante, si parlerebbe di imitazione. Se fosse soltanto il nome John Barron, si parlerebbe di provocazione. Ma la combinazione delle due cose, insieme al contenuto aggressivo e alla struttura delle frasi, crea quel tipo di cortocircuito mediatico che vive di plausibilità più che di prove. Chi ascolta pensa: “Potrebbe essere lui”. E chi pensa “potrebbe”, di solito non aspetta la conferma per condividere.

La realtà, almeno per ora, è che non c’è una conferma ufficiale su chi si nascondesse dietro quella voce. Nessuna dichiarazione che dica: sì, era Trump. Nessuna smentita che metta un punto definitivo. E questo vuoto, nella comunicazione contemporanea, non è un vuoto: è uno spazio narrativo. È il terreno perfetto per l’ipotesi.

In queste storie il dettaglio tecnico diventa quasi letterario. C’è chi prova a confrontare il timbro, chi cerca analogie nella pausa prima dell’insulto, nel ritmo con cui pronuncia “terribile”. C’è chi fa notare la scelta di parole semplici, ripetute, e chi sottolinea la sicurezza con cui l’uomo parla della “vostra vita”, come se avesse un diritto naturale a giudicare e a distribuire patenti di americanità. E c’è, naturalmente, chi ricorda che i personaggi pubblici hanno spesso un rapporto complicato con i media: a volte li sfidano, a volte li usano, a volte ci giocano. Specialmente quando l’obiettivo è restare al centro del discorso.

Il punto è che, indipendentemente dall’identità reale del chiamante, la telefonata funziona come un promemoria: in America, una decisione della Corte Suprema non resta mai confinata ai codici, e una misura economica come i dazi non resta mai un tema da tecnici. Diventa identità, schieramento, appartenenza. E se davvero a telefonare fosse stato Trump sotto pseudonimo, sarebbe l’ennesima prova di una comunicazione che non distingue più tra palco e retroscena: tutto è palco, anche il telefono.

Se invece fosse stato un imitatore, o un elettore che ha scelto quel nome per giocare con l’ambiguità, la dinamica sarebbe quasi la stessa: sfruttare il mito mediatico di Trump per amplificare un messaggio. In entrambi i casi, il risultato non cambia: la clip gira, il sospetto resta appeso, e la politica americana – che vive di simboli quanto di atti – si ritrova di nuovo dentro un racconto più grande dei fatti verificati.

Alla fine rimangono due elementi solidi: le parole pronunciate e il nome usato. Tutto il resto è un’ipotesi. Ma è un’ipotesi cucita con un filo resistente: una voce “troppo” familiare e uno pseudonimo che, da anni, porta con sé una storia. E finché non arriva una conferma o una smentita, quel filo resta teso.